News Ambiente – Ai fini della presentazione di richiesta di autorizzazione ex art. 269 D.lgs. 152/2006, non è sufficiente la mera delega di funzioni in materia ambientale

Allorquando il gestore dello stabilimento sia una persona giuridica, non è revocabile in dubbio come la persona fisica materiamente legittimata a presentare richiesta di autorizzazione alle emissioni in atmosfera sia il legale rappresentante – ovvero il Presidente del Consiglio di Amministrazione, nelle ipotesi di società di capitali. Tale soggetto, però, rimane libero di delegare ad un terzo le proprie funzioni purché a ciò provveda a mezzo atto ad hoc.

A detta della Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione – che, sul punto, si è limitata a ribadire un proprio precedente orientamento – il potere di richiedere il titolo abilitativo di cui all’art. 269 D.lgs. 152/2006 non può essere ricompreso nella generale delega di funzioni rilasciata dall’organo gestorio della società in quanto quest’ultimo non è titolare del potere in questione e, pertanto, non è abilitato a disporne in nessun modo. Esclusivamente il legale rappresentante – quale destinatario principale dell’onere ambientale in parola – conserva la prerogativa di conferire ad altri suddetto incombente.  

Nel caso di specie, l’imputato era stato destinatario di una delega di funzioni in materia ambientale la quale gli conferiva – disgiuntamente al Presidente del Consiglio di Amministrazione, al vicepresidente e agli amministratori delegati – adeguati poteri di rappresentanza e firma nei limiti dei poteri assegnatigli, fra cui rientravano «tutte le facoltà per la gestione delle problematiche e per l’esecuzione di tutti gli adempimenti di natura amministrativa, organizzativa e tecnica in materia di inquinamento, gestione e smaltimento dei rifiuti e tutela dell’ambiente in generale, relativamente all’intera azienda». La Corte ha, quindi, ritenuto esistente una specifica delega in materia di emissioni in atmosfera; delega che legittimava ed onerava l’imputato alla presentazione della relativa autorizzazione, in qualità di gestore dello stabilimento.

Cass. Pen., Sez. III, 18 Giugno 2019 – Ud. del 19.04.2019 – n. 26864

News Ambiente – Nell’effettuazione di uno scarico di acque reflue urbane, il superamento dei valori limite per sostanze diverse da quelle di cui alla Tabella 5 Allegato V non integra reato

Con ricorso proposto dal Pubblico Ministero, la Corte di Cassazione è stata chiamata ad esaminare la questione concernente la possibilità di configurare il reato di cui all’art. 137 commi 5° e 6° D.lgs. 152/2006 a carico del titolare di un impianto di trattamento di acque reflue urbane il quale, nell’effettuazione dello scarico, superi i valori limite previsti dalla Tabella 3 dell’Allegato V alla Parte Terza del TUA con riferimento, però, a sostanze diverse da quelle indicate nella Tabella 5 del medesimo Allegato. La Terza Sezione, facendo leva sull’interpretazione letterale dell’art. 137 nonché sull’interpretazione sistematica di tale disciplina con quella di cui agli artt. 133 e 29-quattordecies D.lgs. 152/2006, ha ritenuto di dover estendere, anche al gestore di impianti di trattamento di acque reflue urbane, il medesimo principio di diritto già giurisprudenzialmente sostenuto in ordine ai reflui industriali, consentendo così di evitare disparità di trattamento irragionevoli tra suddetti soggetti e i gestori di impianti di acque reflue industriali o di gestori titolari di un’Autorizzazione Integrata Ambientale: il reato di cui all’art. 137 comma 5° e 6° D.lgs. 152/2006 può configurarsi, a carico del gestore di impianti di acque reflue urbane, solo allorquando si realizzi il superamento dei valori limite previsti dalla Tabella 3 dell’Allegato V alla Parte Terza del Testo Unico Ambientale con riferimento alle sostanze previste dalla successiva Tabella 5. Nel caso in cui, invece, il superamento riguardi sostanze differenti, verrà ad essere integrato l’illecito amministrativo di cui all’art. 133.

Cass. Pen., Sez. III, 04 Giugno 2019 – Ud. del 13.02.2019 – n. 24797

News Ambiente – In caso di confisca obbligatoria, il terzo estraneo al reato e proprietario del mezzo di trasporto deve dimostrare la sua buona fede

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito il principio di diritto per cui, in materia di trasporto di rifiuti in assenza del necessario titolo abilitativo, il terzo – estraneo al reato e proprietario del mezzo – può evitare l’adozione del provvedimento di confisca obbligatoria, ex lege prevista, esclusivamente dimostrando di versare in buona fede. Con tale espressione – chiarisce la Corte – deve intendersi che il soggetto estraneo alla commissione del reato e/o alla distribuzione dei profitti dallo stesso derivanti, il quale voglia impedire la confisca del mezzo, è tenuto a dimostrare di non essere stato a conoscenza dell’utilizzo illecito del mezzo di trasporto e che quest’ultimo non è ricollegabile ad alcun suo comportamento negligente. 

Cass. Pen., Sez. III, 29 Maggio 2019 – Ud. del 29.03.2019 – n. 23818

News Sicurezza e 231/2001 – La riduzione dei tempi di lavorazione integra il requisito dell’interesse dell’ente

Nella pronuncia in commento, la Quarta Sezione della Corte di Cassazione ha chiarito come il requisito dell’interesse dell’ente – richiesto dall’art. 5 D.lgs. 231/2001 ai fini della configurabilità della responsabilità amministrativa da reato delle società –  debba essere inteso non solo alla stregua di un effettivo risparmio economico derivante dalla mancata predisposizione delle opportune misure di sicurezza nonché dall’omessa attivazione dei necessari corsi di formazione ma anche quale risparmio di tempo ottenuto dall’ente. In altri termini, la regolare formazione dei lavoratori e la messa a disposizione di presidi individuali e collettivi conformi alla normativa di settore non costituiscono circostanze idonee ad escludere la responsabilità dell’ente allorquando, in concreto, le lavorazioni vengano svolte senza prevedere l’applicazione ed il controllo circa dell’effettivo utilizzo degli strumenti in dotazione.

Cass. Pen., Sez. IV, 17 Aprile 2019 – Ud. del 24.01.2019 –  n. 16598

News Sicurezza – In presenza di plurime posizioni di garanzia, l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro ha un contenuto essenzialmente procedurale

In premessa, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito l’ormai consolidato principio di diritto in virtù del quale, in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, il datore di lavoro, nell’assolvimento dei propri oneri antinfortunistici, può avvalersi di altre figure di garanti di talché, nell’accertamento di responsabilità penali per eventi lesivi occorsi sul luogo di lavoro, è sempre necessario procedere all’individuazione di colui che è deputato alla gestione dello specifico rischio realizzatosi. In termini speculari – prosegue la Corte – si estrinseca anche l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro sull’adozione ed il rispetto delle misure di prevenzione e sicurezza predisposte all’interno della struttura aziendale: il datore di lavoro può assolvere al menzionato obbligo mediante l’individuazione di altri soggetti a ciò deputati ma, in tal caso, lo stesso è tenuto a predisporre efficaci procedure di comunicazione interne idonee a garantire la sua piena conoscenza in punto alle attività svolte e alle modalità esecutive di queste.

Cass. Pen., Sez. IV, 04 Aprile 2019 – Ud. del 19.02.2019 – n. 14915

News Ambiente – Deve essere disapplicata la delibera comunale che statuisca l’assimilabilità dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti solidi urbani sulla scorta del solo criterio qualitativo

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione – dopo aver ripercorso l’iter normativo che ha prodotto il passaggio dalla TARSU alla TIA 1, ad opera del Decreto Ronchi, e la successiva trasformazione da TIA 1 a TIA 2, in virtù di quanto disposto dall’art. 238 D.lgs. 152/2006 – si è confrontata con il dibattutto tema concernente la facoltà dei Comuni – operanti nel settore della gestione dei rifiuti urbani ed assimilati avviati allo smaltimento in regime di privativa – di stabilire con appositi regolamenti “l’assimilazione per qualità e quantità dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti urbani ai fini della raccolta e dello smaltimento” (Art. 21 comma 1° lett. e), g) e comma 7° D.lgs. 22/1997). A fronte dell’esistenza di un contrasto giurisprudenziale inerente alla necessità che tali interventi comunali fondino suddetta assimilabilità su criteri tanto qualitativi quanto quantitavi, la Quinta Sezione Civile ha affermato i seguenti principi di diritto: in primo luogo, il rispetto del dettato normativo di cui all’art. 21 richiamato impone che le delibere comunali adottate nella materia in parola stabiliscano criteri sia qualitativi sia quantitativi di assimilabilità di talché, in tali circostanze, il contribuente potrà godere di una riduzione tariffaria proporzionale alla quantità di rifiuti assimilati che dimostri aver avviato autonomamente al recupero, pur in presenza di un servizio pubblico di smaltimento; in secondo luogo, allorquando l’intervento comunale non sia dotato delle caratteristiche anzidette, lo stesso dovrà essere disapplicato con conseguente adozione della disciplina di cui al D.lgs. 507/1993 che consente l’esclusione dalla tariffa per quella parte di superficie nella quale il contribuente dimostri essere prodotti esclusivamente rifiuti non assimilati né assimilabili.

Cass. Civ., Sez. V, 19 Aprile 2019 – ud. del 07.02.2019 – n. 11035

News Ambiente – La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla questione pregiudiziale concernente la corretta classificazione di rifiuti con codice a specchio

E’ opportuno ricordare in premessa come, alla luce di un contrasto giursprudenziale esistente nel territorio nazionale in punto alle modalità di corretta caratterizzazione dei rifiuti dotati di cd. codice a specchio, la Suprema Corte di Cassazione, con ordinanze del 21 Luglio 2017, ha investito della relativa questione la Corte di Giustizia dell’Unione Europea; con la sentenza in commento, quest’ultimo organo sovranazionale ha chiarito come le disposizioni di cui all’allegato III della Direttiva 2008/98/CE, modificata ad opera del Regolamento 2014/1537/UE, nonché di cui all’allegato alla Decisione 94/3/CE, modificata dalla Decisione 2014/955/UE, devono essere interpretate nel senso che il detentore di un rifiuto classificabile con codici speculari, la cui composizione risulti ignota, è tenuto ad effettuare una efficace caratterizzazione dello stesso idonea a ricercare ed individuare tutte le sostanze pericolose che possano ragionevolmente travarsi nel rifiuto (Viene così ad essere rifiutata la cd.”teoria della certezza” sostenuta da taluna giurisprudenza di legittimità italiana). Nel far ciò, il detentore del rifiuto potrà ricorrere a campionamenti, analisi chimiche e prove previsti dal Regolamento 2008/440/CE ovvero a qualsiasi altro campionamento, analisi o prova, anche sviluppata a livello nazionale, purché riconosciuta dalla comunità internazionale. Solo allorquando – per motivi non inerenti alla persona del detentore – vi sia un’impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose nel rifiuto ovvero di procedere alla caratterizzazione dello stesso ed alla luce di una valutazione dei rischi quanto più possibile completa e parametrata alla condizioni fattuali concrete, il rifiuto potrà essere classificato come pericoloso. 

Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Sez. X, 28 Marzo 2019 nelle cause riunite da C-487/17 a C-489/17.

Comunicazione Commissione Europea n. 2018/C 124/01 recante “Orientamenti tecnici sulla caratterizzazione dei rifiuti”.

News Ambiente – Le acque provenienti dall’attività casearia non sono assimilabili alle acque reflue domestiche

Nel caso in esame il difensore dell’imputato, lamentando la violazione – da parte del giudice di merito – della disposizione di cui all’art. 101 comma 7° D.lgs. 152/2006, sosteneva che anche le acque provenienti dall’attività casearia dovessero essere ritenute assimilabili alle acque reflue domestiche in conformità con quanto previsto dalla lettera b) dell’articolo richiamato; mentre la precedente lettera a), infatti, mediante l’utilizzo dell’espressione “esclusivamente”, manifesterebbe la volontà del legislatore di circoscrivere l’assimilazione in parola alle attività ivi puntualmente richiamate, l’assenza di tale avverbio nella successiva previsione sarebbe idonea a giustificare un’estensione del relativo campo applicativo anche alle attività correlate a quella di allevamento di bestiame. La Terza Sezione della Corte di Cassazione, rigettando il motivo dinanzi espresso, ha affermato che – restando sempre fermamente ancorati al dato letterale della norma in esame – l’attività di trasformazione casearia di taluni prodotti derivanti dall’allevamento di bestiame lungi dal poter essere ricompresa nella disposizione di cui all’art. 101 comma 7° lett. b) D.lgs. 152/2006 può, piuttosto, essere annoverata, in linea di principio, nell’alveo di competenza della successiva previsione di cui all’art. 101 comma 7° lett. c) la quale comtempla lo svolgimento di attività di trasformazione o valorizzazione agricola. Ivi, però, si pone un limite all’assimilabilità richiedendo espressamente che si tratti di acque provenienti da imprese nelle quali vi sia una stretta connessione funzionale fra le attività di coltivazione del terreno, silvicultura e allevamento di bestiame e quella di successiva trasformazione nonché che quest’ultima venga svolta «utilizzando materia prima lavorata che deve provenire in misura prevalente dall’attività di coltivazione dei terreni di cui l’impresa disponga a qualsiasi titolo».

Cass. Pen., Sez. III, 12 Aprile 2019 – Ud. del 28.02.2019 – n. 16044

 

News Ambiente – L’emissione di un’informativa antimafia definitiva a carico dell’impresa concessionaria legittima l’adozione di un’ordinanza sindacale ex art. 190 TUA

Nella pronuncia in commento, la Sesta Sezione della Corte di Cassazione è stata investita della questione concernente la corretta interpretazione della dispozione di cui all’art. 94 D.lgs. 159/2001 nella parte in cui consente all’ente pubblico di proseguire il rapporto con l’impresa destinataria di un’informativa antimafia esclusivamente nelle ipotesi in cui non sia possibile la sua sostituzione in tempi rapidi; più precisamente, l’interrogativo riguardava la possibilità di provvedervi celermente non solo attraverso l’instaurazione delle ordinarie procedure di scelta del contraente previste dal Codice degli appalti pubblici ma anche mediante l’adozione di un’ordinanza ex artt. 50 D.lgs. 267/2000 e 191 D.lgs. 152/2006. A seguito di una puntuale ricognizione delle disposizioni normative applicabili nonché della loro costante interpretazione giurisprudenziale, la Corte di Cassazione ha affermato come, nei casi testé menzionati, non possa dirsi illegittima l’ordinanza sindacale adottata ai sensi dell’art. 191 D.lgs. 152/2006 in quanto – rappresentando la prosecuzione del rapporto ipotesi remota e residuale – costitutisce scelta discrezionale della Pubblica amministrazione quella di provvedere alla celere sostituzione dell’impresa concessionaria dichiarata quale facente parte o legata ad organizzazioni mafiose mediante l’adozione delle ordinarie procedure di gara pubblica ovvero di un provvedimento d’urgenza. Suddetta scelta non è sindacabile dall’autorità giudiziaria purché l’ordinanza sia adeguatamente motivata in punto alla ricorrenza dei presupposti di eccezionalità ed urgenza che legittimano l’esercizio di suddetto potere.

Cass. Pen., Sez. VI, 10 Aprile 2019 – Ud. del 12.02.2019 – n. 15849

 

News Ambiente – Anche la sentenza di patteggiamento per il reato di cui all’art. 6 D.L. 172/2008 importa la confisca obbligatoria del mezzo di trasporto

Ribadendo un principio di diritto già affermato in una precedente pronuncia del 2013, la Suprema Corte di Cassazione ha sostenuto che la fattispecie penale di trasporto abusivo di rifiuti, commessa in aree ove vige lo stato di emergenza, importa l’applicazione della misura di sicurezza della confisca obbligatoria del mezzo di trasporto. Ciò sulla scorta della considerazione per cui alla previsione di cui all’art. 6 comma 1 bis del citato decreto legge – la quale prevede che la confisca operi in relazione a tutti gli illeciti penali realizzati con l’uso del veicolo – si affianca quella di cui all’art. 259 comma 4° d.lgs. 152/2006 la quale espressamente impone l’adozione della misura in parola anche a seguito di emissione di sentenza di applicazione pena su richiesta delle parti; le disposizioni previste nel T.U. ambientale, infatti, continuano ad operare nella misura in cui non derogate dalla disciplina speciale.

Contrariamente argomentando, d’altro canto, si dovrebbe sostenere che la confisca trovi applicazione per il reato di trasporto abusivo di rifiuti, di cui all’art. 256 e 258 d.lgs. 152/2006, ma non con riferimento all’ipotesi delittuosa di cui al D.l. 172/2008 con conseguente evidente disparità di trattamento a favore di quest’ultima fattispecie, certamente pià grave.

Cass. Pen., Sez. III, 21 Marzo 2019 – Ud. del 17.01.2019 – n. 12703