News Sicurezza – Il datore di lavoro deve verificare se la formazione specifica del lavoratore è stata efficace e sufficiente

Va sottolineata la circostanza in base alla quale l’obbligo di formazione non si esaurisce nel passaggio di conoscenze teoriche e pratiche al dipendente, dovendo il soggetto obbligato verificare anche che esse siano divenute patrimonio acquisito in concreto, ciò che solo una effettiva prova pratica, sotto la supervisione di un tutor.

News Ambiente – Le fattispecie di cui all’art. 29quaterdecies comma 3° lettere a) e b) del D.lgs. 152/2006 costituiscono autonome ipotesi di reato

Nell’affermare il suddetto principio di diritto, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito come la fattispecie di cui all’art. 29quaterdecies comma terzo lett. a) – relativa all’inosservanza delle prescrizioni previste nel provvedimento di Autorizzazione Integrata Ambientale nonché di quelle imposte dall’autorità in tema di  limiti di emissione – si ricolleghi alla nozione di emissione prevista dall’art. 5, comma 1, lett. i-septies) TUA concenente «qualsiasi scarico, diretto o indiretto, da fonti puntiformi o diffuse dell’impianto, opera o infrastruttura, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore, agenti fisici o chimici, radiazioni, nell’aria, nell’acqua ovvero nel suolo». Ne deriva che tale fattispecie è applicabile anche con riferimento agli scarichi idrici. Ciò non importa una tacita abrogazione della successiva ipotesi di cui alla lett. c) in quanto quest’ultima previsione ricomprende la inosservanza delle prescrizioni dettate si in materia di scarichi ma recapitanti in aree di salvaguardia delle risorse idriche destinate al consumo umano ovvero in corpi idrici posti in aree protette, indipendentemente dal superamento dei valori predeterminati.

Scarica la Sentenza della Cassazione Penale n. 51480 del 2018

News Ambiente – Anche l’inquinamento dell’aria costituisce danno ambientale ai sensi dell’art. 300 D.lgs. 152/2006

Avversando le censure proposte dalla difesa, la Suprema Corte di Cassazione ha affermato come nella nozione di danno ambientale rientri pacificamente anche l’inquinamento, significativo e misurabile, dell’aria. Sostiene, infatti, il giudice di legittimità come non possa dubitarsi della circostanza per cui anche l’aria sia da considerarsi quale risorsa naturale a nulla rilevando l’omessa indicazione della stessa nel successivo comma secondo dell’art. 300 del D.lgs. 152/2006. Ivi, infatti, è contenuta una specificazione concernente una varietà di possibili danni ambientali non idonea ad esaurire la casistica applicativa della disposizione richiamata. Del resto, la stessa normativa ambientale italiana enfatizza la sussistenza di uno stretto legame tra l’aria e l’ambiente: ne è una dimostrazione la disposizione di cui all’art. 268 D.lgs. 152/2006 la quale è volta a punire ogni modificazione dell’aria atmosferica idonea a costituire un pericolo per la salute umana e per l’ambiente. Inoltre, depongono nel medesimo senso, tanto la normativa comunitaria quanto la sentenza della Corte di Giustizia emessa all’esito della causa C- 129/16. Il richiamo alla stessa effettuato dalla difesa appare, infatti, del tutto inconferente in quanto ivi l’organo comunitario, chiamato a pronunciarsi su un diverso tema, ha ammesso la possibilità di configurare un danno ambientale quale derivante dall’inquinamento dell’aria dovuto ad un trattamento illecito di rifiuti.

Scarica la Sentenza della Cassazione Penale n. 51475 del 2018

News Ambiente – Il concetto di gestione dei rifiuti di cui all’art. 29quaterdecies D.lgs. 152/2006 non si esaurisce in quello di cui al successivo art. 183

Confermando integralmente la sentenza del giudice di merito, la Corte di Cassazione ha negato che il concetto di gestione dei rifiuti dettato nell’art. 29quaterdecies in materia di Autorizzazione Integrata Ambientale si esaurisca in quello di cui all’art. 183 comma primo lett. n) TUA e ciò per due ordini di ragioni: in primo luogo, la norma da ultimo citata sancisce espressamente la sua portata applicativa nei stringenti limiti delle finalità di cui alla Parte Quarta del Decreto Legislativo 152/2006; inoltre, l’Allegato VIII alla Parte Seconda, affermando che, in assenza di specifici indirizzi interpretativi adottati ai sensi dell’art. 29quinquies nonché di linee guida emesse dalla Commissione Europea, le autorità competenti debbano valutare autonomamente i rapporti sussistenti fra le attività di gestione di rifiuti di cui al suddetto allegato e quelle disciplinate negli allegati B e C della Parte Quarta, consente di distinguere diversi concetti di “gestione dei rifiuti”. Ciò detto, in assenza di un espresso richiamo all’art. 183 D.lgs. 152/2006, deve escludersi che l’art. 29quaterdecies faccia esclusivo riferimento a tale portato concettuale.

Inoltre, rigettando la censura avanzata dalla difesa, la Suprema Corte ha chiarito come la nozione di gestione di cui all’art. 183 comma 1 lett. n) D. lgs. 152/2006 sia particolamente estesa sino a ricomprendere qualsiasi fase del ciclo dei rifiuti nonché qualsiasi operazione posta in essere dal momento della produzione degli stessi a quella di loro definitiva eliminazione. In altri termini, suddetta norma deve essere letta in combinato disposto con l’intera disciplina afferente alla gestione dei rifiuti senza possibilità alcuna di scindere le singole operazioni.

Scarica la Sentenza della Cassazione Penale n. 50143 del 2018

News Ambiente – Il reato di cui all’art. 452bis ha natura di reato permanente

Premettendo come tra gli elementi costitutivi del reato di inquinamento ambientale non vi sia la tendenziale irreversibilità del danno – la quale, ove presente e coinvolgente l’equilibrio dell’ecosistema, consentirebbe di configurare il più grave reato di disastro ambientale –, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che tutte le condotte poste in essere dopo l’iniziale deterioramento o compromissione non costituiscono post factum non punibile ma, al contrario, integrano singoli atti di un’unica azione lesiva con conseguente spostamento in avanti del momento della consumazione del reato. Pertanto, in materia di successione di leggi penali nel tempo, appare irrilevante che l’evento dannoso si sia realizzato anche in dipendenza di azioni poste in essere prima dell’introduzione nel nostro ordinamento del reato in parola in quanto la prosecuzione della condotta illecita successivamente all’entrata in vigore della L. 68/2015, comportando un’aggravamento del danno, rileva ai fini della sussistenza del reato di inquinamento ambientale.

Scarica la Sentenza della Cassazione Penale n. 50018 del 2018

News Ambiente – Il reato di cui all’art. 452bis c.p. non richiede l’accertamento della contaminazione del sito ai sensi dell’art. 240 D.lgs. 152/2006

La Terza Sezione della Corte di Cassazione ha, nella sentenza in esame, affermato un importante principio di diritto in ordine al reato di inquinamento ambientale. Più precisamente, premettendo come le disposizioni di cui all’art. 240 D.lgs. 152/2006 siano volte a regolare l’attività di bonifica in presenza di un rischio sanitario ed ambientale sulla salute umana, il giudice di legittimità ha chiarito come il bene giuridico tutelato dall’art. 452bis c.p. tendenzialmente prescinde dalla protezione della salute pubblica e, invece, concerne l’ambiente in quanto tale. La previsione postula l’accertamento di «una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili» e non l’esistenza di un sito contaminato nel senso indicato dalla richiamata dispozione di cui al Testo Unico Ambientale.

Scarica la Sentenza della Cassazione Penale n. 50018 del 2018

News Ambiente – Il reato di avvelenamento colposo di acque è reato di pericolo astratto e istantaneo

Nella pronuncia in commento la Suprema Corte di Cassazione ha operato una completa disamina del delitto di avvelenamento colposo di acque di cui agli artt. 439 e 452 c.p. In ordine alla natura del reato, infatti, la Quarta Sezione, ribadendo quanto già affermato in risalenti sentenze, ha sostenuto che trattasi di reato di pericolo astratto o presunto il quale, ai fini della sua configurabilità, richiede, però, che un avvelenamento vi sia stato. Quest’ultimo, per qualità e quantità di sostanze, deve essere di per sé produttivo di un rischio, scientificamente accertato, per la salute pubblica. Sul punto, se da un lato non è sufficiente il mero superamento dei limiti soglia, aventi natura precauzionale, dall’altro non è neppure necessario che il pericolo abbia una potenzialità letale. In secondo luogo, il delitto in parola si pone quale reato istantaneo ad effetti permanenti la cui consumazione si realizza nel momento in cui si verifica il fenomeno di inquinamento della falda acquifera.

Scarica la Sentenza della Cassazione Penale n. 48548 del 2018

News Ambiente – Il Ministero dell’Ambiente fornisce chiarimenti interpretativi in ordine al DM 28 Marzo 2018 n. 69

Con quest’ultimo intervento normativo, “Regolamento recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto di conglomerato bituminoso ai sensi dell’art. 184-ter, comma 2 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, dando attuazione al disposto di cui al comma secondo dell’articolo richiamato, ha dettato specifici criteri necessari per la corretta qualificazione del conglomerato bituminoso come end of waste. Con Nota Prot. Uscita n. 16293 del 05.10.2018, si è chiarito come, solo nei limiti anzidetti, il DM 69/2018 deroghi alle previsioni di cui al DM 05.02.1998 il quale, invece, rimane valido ed efficacie, con specifico riferimento al materiale in parola, in ordine ai limiti quantitativi fissati dall’Allegato 4, alle norme tecniche di cui all’Allegato 5 nonché in ordine ai valori limite di emissione di cui all’Allegato 1, suballegato 2, ovvero di cui alle autorizzazioni rilasciate in conformità alla Parte Quarta, Titolo I Capo IV e Titolo III-bis D.lgs. 152/2006.

Inoltre, il Ministero dell’Ambiente con la nota in commento, così come corretta con Nota Prot. Uscita n. 19305 del 21.11.2018, ha specificato che con la dicitura “laboratorio qualificato” deve intendersi un laboratorio dotato di certificato rilasciato da un ente accreditato ai sensi della norma UNI CEI EN ISO/IEC 17025.

In ultimo, si precisa come il richiamo alla nozione di strade, quale fine specifico a cui normalmente è destinato il conglomerato bituminoso, comprenda anche i manufatti stradali e come, nella sezione della dichiarazione di confomità relativa all’anagrafica del produttore, per cantiere di provienienza si intenda il cantiere di provenienza del fresato.

Scarica la Nota MATTM Prot. n. 16293 del 2018

Scarica la Nota Errata Corrige MATTM Prot. n. 19305 del 2018

News Ambiente – Il direttore dei lavori, fuori dalle ipotesi di concorso, non è responsabile del reato di cui all’art. 256 comma 1° D.lgs. 152/2006

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito il principio di diritto per cui in capo al direttore dei lavori, al pari del committente dei lavori edili e dell’appaltante, non è individuabile un obbligo giuridico di intervenire nella gestione dei rifiuti effettuata dalla ditta appaltratrice o subappaltratrice. Tale posizione di garanzia, difatti, è individuabile solo a carico dei titotari delle imprese o degli enti che producono i rifiuti o eseguono i lavori.

Scarica la Sentenza della Cassazione Penale n. 41699 del 2018

News Ambiente – La Corte di Cassazione fornisce la corretta interpretazione della disciplina transitoria di cui all’art. 281 TUA

Con riferimento agli stabilimenti già in attività alla data di entrata in vigore del D.lgs. 128/2010, l’art. 280 comma 3° del Codice dell’Ambiente, in un’ottica di equo bilanciamento tra l’interesse alla salvaguardia dell’ambiente e quello di continuo esercizio dell’attività imprenditoriale, aveva dettato una disciplina transitoria avente la chiara finalità di consentire la prosecuzione dell’esercizio delle attività in attesa dell’adeguamento alla nuova disciplina. Più specificamente, infatti, la norma richiamata imponeva ai gestori degli stabilimenti di adeguarsi alla nuova normativa entro e non oltre il termine di cui al 1° Settembre 2013, invitando gli stessi a presentare la relativa domanda di autorizzazione entro il 31 Luglio 2012, pena il delinearsi della fattispecie penale di cui all’art. 279 comma 1° D.lgs. 152/2006. In caso di rituale presentazione dell’istanza nei termini suddetti, il legislatore legittimava la prosecuzione dell’attività sino al momento di emissione del provvedimento abilitativo. La Terza Sezione della Corte di Cassazione ha, nella pronuncia in commento, chiarito che suddetta disciplina deve essere interpretata nel senso che, se la richiesta di autorizzazione viene presentata successivamente alla data del 31.07.2012 ma comunque prima dello spirare del termine massimo del 1.09.2013, la permanenza della condotta illecita di esercizio di attività in assenza di autorizzazione deve dirsi cessata al momento della presentazione dell’istanza per l’ottenimento del richiesto titolo abilitativo ovvero ala cessazione dell’attività illecita. Ciò alla stregua del principio di diritto che si era affermato con riferimento all’analoga situazione transitoria realizzatasi con l’entrata in vigore del D.P.R 203/1988.

Scarica la Sentenza della Cassazione Penale n. 40243 del 2018