News Sicurezza – Il direttore dei lavori può essere chiamato a rispondere degli infortuni realizzatisi sul luogo di lavoro ogniqualvolta lo stesso, per contratto o di fatto, si ingerisca nell’organizzazione del cantiere

Pur premettendo come – in linea generale ed astratta – il direttore dei lavori non assuma una funzione di garanzia a norma del Testo Unico Salute e Sicurezza suoi luoghi di lavoro, essendo egli deputato esclusivamente alla sorveglianza tecnica sulla buona esecuzione dell’opera, nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito come tale soggetto può essere chiamato a rispondere dell’infortunio occorso al lavoratore ogniqualvolta sia provato che lo stesso, per contratto o di fatto, si sia ingerito nell’organizzazione del cantiere così travalicando le proprie funzioni e sostituendosi ad una delle figure di garanzia destinatarie della normativa antinfortunistica.

Ai fini della prova di suddetta ingerenza, però, non vale fare richiamo, di per sé, né alla costante presenza in cantiere del direttore dei lavori nè al suo accertato costante dialogo con il datore di lavoro. Infatti, lo svolgimento delle funzioni tipiche del direttore dei lavori ammette che la presenza dello stesso in cantiere possa essere assidua o occasionale, anche variando nel corso dell’esecuzione dell’opera, a seconda della complessità dei lavori da svolgersi, essendo, inoltre, i suoi principali interlocutori il committente o il resposabile dell’impresa.

Di converso, può dirsi idoneo a provare un’assunzione da parte del direttore dei lavori di funzioni tipiche dei soggetti titolari di una posizione di garanzia a norma della disciplina antinfortunistica la circostanza dell’esistenza di un rapporto diretto con le maestranze nonché l’adozione da parte di questi di comportamenti volti ad evitare pericoli per la sicurezza dei lavoratori, quali l’adozione di apposite misure di prevenzione. Sul punto, ai fini della dichiarazione di responsabilità penale, è necessario che sussistano inequivocabili elementi probatori non potendo la circostanza fondarsi su mere supposizioni (come avvenuto, invece, nel caso di specie ove il giudice di merito aveva dichiarato la responsabilità del direttore dei lavori – il quale, il giorno prima dell’infortunio, aveva sospeso l’attività di rifacimento di un muretto in quanto in corso di esecuzione con modalità non conformi alle prescrizioni di cui al progetto, particolarmente stringenti inerendo ad un immobile sottoposto a vincoli paesaggistico e urbanistico – sulla scorta della avvenuta ripresa dei lavori asseritamente concessa, pur in assenza di idonea prova sul punto, dal direttore dei lavori conscio dell’assenza di adeguate misure di sicurezza).

Cass. Pen., Sez. IV, 20 Aprile 2022 – Ud. del 28 Gennaio 2022 – n. 15157 Pres. F.M. Ciampi Rel. M. Nardin.

News 231/2001 – L’omessa adozione di modelli di organizzazione e gestione da parte dell’ente non è sufficiente ai fini della sua dichiarazione di responsabilità

Il capo di imputazione formulato a carico della Società nel caso di specie vedeva a questa addebitato l’illecito amministrativo da reato di cui all’art. 25-septies D.lgs. 231/2001 per aver reso possibile la realizzazione del reato presupposto, commesso nel suo interesse, omettendo di dotarsi di un modello di organizzazione e gestione ideneo ad impedire la commissione di reati della stessa specie di quello realizzatosi e, in particolare, mancando di nominare un organo di vigilanza deputato alla verifica dei sistemi di sicurezza delle macchine operatrici.

Invero, nella pronuncia in commento, la Corte giunge ad affermare come elementi costitutivi dell’illecito amministrativo da reato siano: a) l’immedesimazione organica tra la persona fisica e l’ente; b) la commissione da parte della persona fisica (soggetto apicale all’interno dell’ente ovvero colui che è sottoposto alla vigilanza del primo) di uno dei reati presupposto previsti dalla  normativa; c) la colpa di organizzazione dell’ente; d) il nesso causale tra questi ultimi due.

Proprio con riferimento alla colpa d’organizzazione, la Quarta Sezione ha ricordato come l’enucleazione di tale elemento si sia resa indispensabile al fine di impedire l’insorgenza di una responsabilità oggettiva in capo all’ente, tenuto a rispondere ogniqualvolta un soggetto fisico qualificato abbia realizzato un determinato illecito. Ecco che, allora, l’ente potrà essere legittimamente chiamato a rispondere dell’illecito amministrativo da reato – da intendersi come fatto proprio colpevole – tutte le volte in cui, a seguito della commissione di un reato presupposto da parte dell’agente fisico avente le qualifiche di cui all’art. 5 D.lgs. 231/2001, la pubblica accusi provi la sua cd. colpa d’organizzazione ovvero dimostri che questi ha omesso di predisporre tutti quegli accorgimenti preventivi idonei ad impedire la realizzazione di illeciti di egual specie. In questa prospettiva, l’atteggiamento finalistico della condotta dell’agente deve essere più che conseguenza di un moto interiore soggettivo del reo, espressione di un assetto organizzativo negligente dell’impresa.

Ciò premesso, è evidente come la mancata adozione di un modello di organizzazione e gestione da parte della persona giuridica non sia in grado di assurgere ad elemento costitutivo dell’illecito di talché l’omessa, inadeguata o inefficace adozione del modello non può di per sé essere posta a fondamento della dichiarazione di responsabilità ex 231/2001.

Ne deriva, a detta della Corte, l’evidente equivoca formulazione del capo di imputazione e il difetto della motivazione del giudice di merito che ha fondato la dichiarazione di condanna, da un lato, sulla scorta della provata assenza di un modello di organizzazione e gestione dell’ente e del conseguente risparmio di tempo derivatone e, dall’altro, sull’omessa vigilanza sui sistemi di sicurezza dei macchinari. In ordine a quest’ultimo aspetto, è interessante notare come la Quarta Sezione abbia chiarito come i profili afferenti alle dotazioni di sicurezza e al controllo sullo specifico macchinario in cui si è verificato l’infortunio ineriscano alla responsabilità del datore di lavoro persona fisica e non abbiano niente a che fare con la colpa d’organizzazione dell’ente.

D’altro canto, il compito di vigilanza suddetto non può porsi in capo all’organismo di vigilanza il quale, contrariamente, è tenuto a verificare l’osservanza dei modelli.

Cass. Pen., Sez. IV, 10 Maggio 2022 – Ud. del 15.02.2022 – n. 18413 Pres. S. Dovere Rel. A. Rinaldi.

News 231/2001 – La Cassazione torna a pronunciarsi sulla rilevanza dell’esiguità del risparmio conseguito dall’ente nei casi di accertati ingenti investimenti sostenuti per la sicurezza

Occorre, in premessa, ricordare come con sentenza n. 22256 del 03.03.2021 – depositata in cancelleria il successivo 08.06.2021 – la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione avesse sancito il seguente principio di diritto: al fine di evitare un’indebita automatica imputazione dell’ente a fronte di qualsivoglia ravvisata omissione di una misura di prevenzione (che comporta, quasi sempre, un risparmio di spesa) è necessario che il giudice – il quale abbia accertato l’esiguità del risparmio conseguito dall’ente in un contesto di tendenziale osservanza della normativa – provi che le contestate omissioni siano dipese da un’oggettiva prevalenza delle esigenze aziendali di massimizzazione del profitto su quelle di tutela dei lavoratori.

Con la pronuncia in commento, la Quarta Sezione ha, però, ribadito come l’assunto giuridico anzidetto non assuma una portata generale con conseguente totale irrilevanza, nel caso sub iudice, del profilo dell’esiguità del vantaggio ottenuto a fronte di appurate ingenti spese sostenute dall’ente per la manutenzione e sicurezza dei luoghi e delle attrezzature di lavoro.

Ed infatti, tale profilo può assumere rilevanza solo in un contesto in cui vi sia la prova, da un lato, che la persona fisica non abbia agito perseguendo intenzionalmente un interesse dell’ente e, dall’altro, della generale osservanza in azienda delle disposizioni normative. In altri termini, l’esiguità del vantaggio può assumere rilievo solo nei casi in cui l’omissione della cautela sia dipesa da una sottovalutazione del rischio o da un errato apprezzamento delle misure necessarie e non invece allorquando – come nel caso in esame – la misure fossero state adeguatamente previste ma a lungo consapevolemente disattese.

Cass. Pen., Sez. IV, 07 Aprile 2022 – Ud. del 24.03.2022 – n. 13218 Pres. V. Pezzella Rel. L. Vignale.

Cass. Pen., Sez. IV, 08 Giugno 2022 – Ud. del 03.03.2021 – n. 22256 Pres. P. Piccialli Rel. P. Proto Pisani.

News Ambiente – La mancata richiesta di rinnovo dell’autorizzazione ai sensi delle norme transitorie di cui D.lgs. 152/1999 integra la violazione di cui all’art. 124 D.lgs. 152/2006

A seguito dell’accertamento di scarichi non autorizzati, la Pubblica Amministrazione aveva irrogato a carico del Sindaco una sanzione per la violazione di cui all’art. 124 D.lgs. 152/2006, confermata in tutti i gradi di merito del giudizio. Con autonomo motivo di ricorso per cassazione, la difesa, però, lamentava la violazione del principio di legalità di cui all’art. 1 L. 689/1981 ritenendo che, nel caso di specie, si vertesse in un’ipotesi di mancato rispetto della disposizione di cui all’art. 62 comma 11 D.lgs. 152/1999 (in virtù della quale i titolari degli scarichi già autorizzati ai sensi della disciplina previgente di cui alla L. 319/1976 avrebbero dovuto procedere alla richiesta di nuova autorizzazione allo scadere della precedente e comunque non oltre i quattro anni successivi l’entrata in vigore del presente decreto) – violazione non assistita da alcuna sanzione – e non, invece, di mancata autorizzazione preventiva di cui all’art. 124 D.lgs. 152/2006.

Per la Seconda Sezione Civile, però, la doglianza è infondata.

Da un lato, la Corte rileva come l’art. 62 comma 11 D.lgs. 152/1999 riguardi il materiale adeguamento degli impianti esistenti e già autorizzati alla nuova disciplina normativa mentre il precedente art. 45 comma 7 regolamenti il regime delle prescritte autorizzazioni, stabilendo – con precipuo riferimento agli impianti già autorizzati – la validità del titolo per complessivi quattro anni e imponendo l’obbligo di rinnovo con almento un anno di anticipo rispetto alla scadenza. Solo in tal caso, prevede la norma, lo scarico potrà essere proseguito – anche a seguito della scadenza dell’autorizzazione  e pur sempre nel rispetto delle prescrizioni ivi previste e sino all’adozione del nuovo provvedimento.

A detta della Corte, la mancata richiesta di rinnovo nei termini ha reso illegittimo lo scarico in quanto proseguito in assenza di valido titolo; è la stessa normativa richiamata dal ricorrente, infatti, ad equiparare la situazione di mancanza originaria dell’autorizzazione al suo venir meno per scadenza del termine.

Dall’altro, si evidenzia come analoga regolamentazione sia contenuta nell’art. 124 comma 8 D.lgs. 152/2006, la cui violazione è punita ai sensi dell’art. 133 D.lgs. 152/2006. La norma, infatti, sanziona chiunque apra o effettui scarichi di acque reflue domestiche o di reti fognarie senza l’autorizzazione di cui all’art. 124; disposizione che, quindi, viene richiamata nella sua totalità e che, pertanto, giustifica la punibilità anche per l’effettuazione di uno scarico in assenza di richiesta di rinnovo dell’autorizzazione avanzata nel rispetto del termine di cui all’art. 124 comma 8 D.lgs. 152/2006.

Cass. Civ., Sez. II, Ord. 09 Marzo 2022 – Ud. del 13.01.2022 – n. 7608 Pres. M. Bertuzzi Rel. D. Cavallari.

News Ambiente – Il Ministero della Transizione Ecologica ha adottato Linee Guida in materia di etichettatura degli imballaggi

Si rappresenti, in premessa, come le summenzionate Linee guida siano state elaborate tenendo in considerazione le indicazioni già fornite in materia dal Consorzio Nazionale Imballaggi e al precipuo scopo di coadivare le imprese nell’assolvimento dell’obbligo di legge imposto dall’art. 219 comma 5° D.lgs. 152/2006, così come modificato dal D.lgs. 116/2021.

In particolare, con riferimento alla prima parte della disposizione richiamata (“Tutti gli imballaggi devono essere opportunamente etichettati secondo le modalità stabilite dalle norme tecniche UNI applicabili e in conformità alle determinazioni adottate dalla Commissione dell’Unione europea, per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero ed il riciclaggio degli imballaggi nonché per dare una corretta informazione ai consumatori sulle destinazioni finali degli imballaggi”), si è chiarito come l’obbligo suddetto debba essere assolto, per tutti gli imballaggi, dal produttore degli stessi, nelle forme e nei modi ritenuti più idonei ed efficaci al raggiungimento dello scopo di legge ma pur sempre nel rispetto delle norme tecniche esistenti relative a specifiche tipologie di imballaggi o a determinate categorie di informazioni ambientali e della Decisione 129/97/CE, unica determinazione della Commissione Europea inerente al tema in parola.

Inoltre, si è puntualizzato come, con precipuo riguardo ai soli imballaggi destinati al consumatore finale – inteso come il soggetto che agisce per scopi estranei ad attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale – il produttore sia tenuto ad inserire in etichetta anche tutte le informazioni inerenti alla gestione del fine vita e, pertanto, alla raccolta differenziata del rifiuto derivante da imballaggio.

Con riguardo, invece, all’obbligo per i produttori “di indicare, ai fini della identificazione e classificazione dell’imballaggio, la natura dei materiali di imballaggio utilizzati, sulla base della decisione 97/129/CE della Commissione”, il Ministero ha evidenziato come lo stesso viga in relazione a tutti gli imballaggi, indipendentemente dal canale professionale o privato di vendita dello stesso.

Inoltre – stante la previsione per cui l’obbligo di etichettatura ambientale nei termini suddetti sarà pienamente operativo a far data del 01.01.2023, con possibilità di commercializzazione, fino ad esaurimento scorte, degli imballaggi non conformi immessi sul mercato o già etichettati a quella data –

il Ministero ha specificato come il regime transitorio di favore potrà trovare applicazione solo con riferimento agli imballaggi già etichettati o la cui etichetta sia già stata stampata alla data del 01.01.2023 nonché a quelli che siano, prima di tale data, stati acquistati dall’utilizzatore dell’imballaggio – anche se trasferiti a questo successivamente.

In ordine alla prova di quanto sopra:

  1. a) per gli utilizzatori di imballaggi con etichettatura non confome, pur se detenuti in giacenza, anche in altri Paesi, alla data del 01.01.2023, sarà sufficiente – ai fini della legittima immissione sul mercato degli stessi – esibire il documento di acquisto della merce in data antecedente al 01.01.2023;
  2. b) per gli autoproduttori di imballaggi che, alla data del 01.01.2023, abbiano in giacenza, anche in altri Paesi, scorte di imballaggi con etichetta non conforme, sarà necessario attestare la data antecedente di produzione del lotto;
  3. c) per i produttori di imballaggi che, alla data del 01.01.2023, abbiano in giacenza, anche in altro Paese, scorte di imballaggi con etichetta non conforme, sarà possibile commercializzare solo gli imballaggi acquistati dal cliente finale prima del 01.01.2023 ovvero gli imballaggi neutri e privi di etichettatura, purché accompagnati da documentazione che contenga le informazioni obbligatorie.

In ultimo, nel caso in cui gli imballaggi immessi nel mercato debbano subire un processo di stampa o apposizione di etichetta –  ricorda il Ministero – sarà necessario stipulare un apposito accordo con il cliente, prevedendo in quale specifico punto della filiela tali operazioni verranno compiute.

Ministero della Transizione Ecologica, “Linee Guida sull’etichettatura degli imballaggi ai sensi dell’art. 219 comma 5 del D.lgs. 152/2006 e ss.mm.”, 15 Marzo 2022

News Ambiente – Gli idrocarburi accidentalmente sversati e inquinanti devono essere considerati rifiuti

Nel dichiarare manifestamente infondato e generico il relativo motivo di ricorso, la Suprema Corte di Cassazione ha, nella pronuncia in commento, confermato gli approdi già sostenuti dal giudice del gravame, sostenendo come gli idrocarbuti accidentalmente sversati e inquinanti il terreno e le acque debbano essere considerati rifiuti, conformemente alla normativa e giurisprudenza nazionale e sovranazionale.

Nello specifico, con particolare riguardo al diritto interno, la Terza Sezione ha rilevato come, ai sensi dell’art. 183 comma 1° lett. a) D.lgs. 152/2006 debbano considerarsi rifiuti tutte le sostanze o oggetti «di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbigo di disfarsi». Tale azione, secondo la giurisprudenza nostrana, deve essere provata sulla base di dati obiettivi e non di valutazioni squisitamente soggettive (dipendenti, ad esempio, da una ritenuta inutilità, per il detentore di rifiuto, del predetto) e deve essere interpretata alla luce della finalità perseguite in ambito sovranazionale.

Volgendo così lo sguardo all’ambito europeo, la Sezione giudicante ha richiamato, in prima battuta, la nozione di rifiuto contenuta nell’art. 1 lett. a) della Direttiva 77/442 in forza della quale può essere definito come tale ogni sostanza o oggetto che: a) rientri in una delle categorie di cui all’Allegato I; b) di cui il produttore si disfi o voglia disfarsi. Ha, poi, precisato come, l’orientamento della giurisprudenza europea tenda a considerare l’elenco di cui al richiamato Allegato come meramente indicativo e a legare la compiuta qualificazione del rifiuto primariamente all’analisi del comportamento del suo detentore il quale deve aver intenzione di disfarsi della sostanza o oggetto. Concetto questo che – sempre per consolidato indirizzo giurisprudenziale – non può essere interpretato in senso restrittivo, essendo strettamente connesso e strumentale al perseguimento delle finalità perseguite dalla Direttiva (salvaguardia della salute umana e dell’ambiente dagli effetti nocivi derivanti dalle attività di gestione dei rifiuti) e dal Trattato Istitutivo dell’Unione Europea (raggiungimento di un elevato livello di tutela da attuarsi nel rispetto dei principi di precauzione e dell’azione preventiva).

Tanto premesso, la Suprema Corte di Cassazione ha ulteriormente rammentato come, sul tema, fosse già intervenuta la Corte di Giustizia: questa, in termini generali, aveva chiarito come debba considerarsi rifiuto qualsiasi sostanza o oggetto costituente residuo di produzione (e quindi non ricercato in quanto tale al fine di un successivo utilizzo) che non possa essere re-impiegato a condizioni economiche vantaggiose senza previa trasformazione; con specifico riferimento agli idrocarburi accidentalmente sversati che abbiano dato origine ad un inquinamento del terreno e delle acque sotterranee, inoltre, la Corte sovranazionale aveva già ritenuto le condizioni summenzionate soddisfatte stante l’aleatorietà della commercializzazione di simili sostanze e, in ogni caso, la previa sottoposizione, a questo scopo, degli stessi a operazioni preliminari non economicamente favorevoli.

D’altro canto, diversamente argomentando, nei casi quali quello di specie, si sottrarrebbe il detentore agli obblighi di cui alla Direttiva 77/442 con conseguente violazione del divieto di abbandono, scarico e smaltimento incontrollato di rifiuti.

In ultimo, anche la Direttiva 91/689/CE e la Decisione del Consiglio 94/904/CE annoverano tra i rifiuti (pericolosi) gli idrocarbuti accidentalemente sversati.

Da quanto detto, la Corte sancisce il principio di diritto per cui gli idrocarburi sversati accidentalmente ed inquinanti il terreno e le acque sotterranee devono essere qualificati come rifiuti in quanto:

– trattasi di sostanze ricomprese nel punto Q4 dell’Allegato I della Direttiva 77/442;

– trattasi di sostanze non riutilizzabili senza trasformazione e la cui commercializzazione aleatoria implica operazioni preliminari che non sono economicamente vantaggiose;

– rispetto al caso specifico sub iudice, essendo il detentore ben conscio della natura di rifiuto «della nafta eventualmente fuoriuscita dai serbatoi e riversata sul terreno, atteso che tutte le aree maggiormente soggette a questa evenienza erano state pavimentate e dotate di spanti che avrebbero convogliato il prodotto sversato in una destinazione finale quale la fogna oliaria, sicuramente non compatibile con la natura di sottoprodotto».

Cass. Pen., Sez. III, 20 Gennaio 2022 – Ud. del 09.07.2022 – n. 2234 Pres. L. Ramacci Rel. M.C. Amoroso.

News Sicurezza – Dal 28 Marzo 2022 la comunicazione di cui all’art. 14 D.lgs. 81/2008 potrà essere effettuata telematicamente; l’obbigo scatta dal 01 Maggio 2022

In premessa, si rammenti come, con nota n. 29 del 11.01.2022, l’Ispettorato del Lavoro avesse chiarito che, sino alla data di completa implementazione di idoneo applicativo informatico, la comunicazione obbligatoria e preventiva di avvio di attività da parte di lavoratori autonomi occasionali (di cui all’art. 14 D.lgs. 81/2008, così come modificato dall’art. 13 D.L. 146/2021, convertito con modificazioni dalla L. 215/2021) sarebbe dovuta essere effettuata tramite comunicazione di posta elettronica ordinaria all’indirizzo mail della diramazione territoriale dell’Ispettorato del Lavoro del luogo ove si svolge la prestazione lavorativa.

Con nuova nota – identificata al n. 573 del 28 Marzo 2022 – l’INL ha comunicato la piena operatività dell’applicazione informatica summenzionata, accessibile tramite SPID o CIE.

Sino al 30 Aprile 2022, pertanto, i datori di lavoro potranno decidere di effettuare la comunicazione alternativamente a mezzo telematico ovvero posta elettronica ordinaria. Con decorrenza dal 01 Maggio 2022, invece, l’unico canale valido sarà quello telematico con conseguente invalidilità – e sanzionabilità – di tutte le comunicazioni effettuate con metodologie diverse.

Ispettorato Nazionale del Lavoro, nota n. 573 del 28 Marzo 2022 recante «comunicazione lavoratori autonomi occasionali – termine periodo transitorio.».

News Sicurezza – L’INL ha fornito ulteriori indicazioni in ordine all’obbligo di comunicazione preventiva di avvio di attività da parte di lavoratori autonomi occasionali

Facendo seguito a nota n. 29 del 11 Gennaio 2022 recante «art. 13, D.L. n. 146/2021 conv. da L. n. 215/2021 – obbligo di comunicazione dei lavoratori autonomi occasionali», l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha emesso due nuove note, identificate ai nn. 109 del 27.01.2022 e 393 del 01.03.2022, a mezzo delle quali ha fornito ulteriori chiarimenti, riportati sotto forma di FAQ, in ordine all’obbligo anzidetto.

Ispettorato Nazionale del Lavoro, nota n. 109 del 27 Gennaio 2022 recante «art. 13, D.L. n. 146/2021 conv. da L. n. 215/2021 – obbligo di comunicazione dei lavoratori autonomi occasionali – ulteriori chiarimenti.».

Ispettorato Nazionale del Lavoro, nota n. 393 del 01 Marzo 2022 recante «art. 13, D.L. n. 146/2021 conv. da L. n. 215/2021 – obbligo di comunicazione dei lavoratori autonomi occasionali – integrazione FAQ del 27 gennaio 2022.».

News Sicurezza – Il direttore dei lavori rappresentante di un’associazione temporanea di imprese svolge una funzione di alta vigilanza

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha, in prima battuta, escluso che all’associazione temporanea di imprese e/o professionisti possa applicarsi la disciplina propria delle obbligazioni sociali, trattandosi di un contratto associativo con cui più professionisti associano mezzi tecnici e specifiche competenze per l’esecuzione di un medesimo contratto.

In questo schema la posizione di garanzia rivestita dal legale rappresentante dell’associazione temporanea è autonoma e distinta da quella del legale rappresentante delle singole imprese o del singolo professionista incaricato: ognuno dei soggetti coinvolti nell’associazione, infatti, può essere chiamato a rispondere solo dell’esecuzione dell’opera di propria spettanza e, pertanto, degli eventi che si pongano come concretizzazione del rischio che proprio da tale lavorazione propana e che, quali titolari di una posizione di garanzia, avevano l’obbligo di prevenire. Il legale rappresentante dell’associazione, di converso, svolge un ruolo di alta vigilanza, non potendo allo stesso rischiedersi un controllo costante e continuo sull’attività lavorativa demandata ai singoli.

Data questa premessa, la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha, nel caso di specie, confermato la condanna del direttore dei lavori rappresentante l’associazione temporanea di imprese ritenendo in capo allo stesso correttamente configurabile una posizione di garanzia derivante, però, dal suo ruolo di professionista associato specificamente deputato alla progettazione del sistema di copertura dell’edificio e, pertanto, garante dei rischi derivanti dall’ideazione di suddetto sistema e del suo ancoraggio.

Cass. Pen., Sez. IV, 24 Marzo 2022 – Ud. del 15.03.2022 – n. 10351 Pres. F.M. Ciampi Rel. E. Serrao.

News 231/2001: La cancellazione dal registro delle imprese della Società non determina l’estinzione dell’illecito amministrativo da reato dell’ente

Occorre, in premessa, evidenziare come con sentenza n. 41082 del 10 Settembre 2019, depositata in cancelleria il successivo 07 Ottobre 2019, la Seconda Sezione della Suprema Corte di Cassazione abbia sancito il principio di diritto per cui in caso di estinzione non fraudolenta dell’ente (nello specifico, dipesa dalla cancellazione dello stesso dal registro delle imprese a seguito di avvenuta chiusura della procedura fallimentare), il giudice debba dichiarare estinto l’illecito amministrativo da reato al primo addebitato venendo a determinarsi una situazione assimilabile alla morte del reo persona fisica.

Invero, proprio tale argomentazione è stata ritenuta non condivisibile nella pronuncia in commento ove la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto, in mancanza di una norma specifica, di non poter dichiarare l’estinzione dell’illecito amministrativo da reato per intervenuta cancellazione dell’ente dall’apposito registro.

In primo luogo, la Corte ha evidenziato come le cause di estinzione del reato siano generalmente un numero chiuso e  come la loro applicabilità anche all’attiguo settore della responsabilità amministrativa da reato sia stata, di volta in volta, e quando voluto, prevista espressamente dal legislatore. Così nell’art. 8 D.lgs. 231/2001 in materia di amnistia; così nell’art. 67 D.lgs. 231/2001 ove si ammette la pronuncia di non doversi procedere nei confronti della Società solo in caso di prescrizione del reato dal quale dipende l’illecito intervenuta prima dell’avvenuta contestazione dello stesso (nonché di prescrizione della relativa sanzione).

In secondo luogo, il Giudice di Legittimità – richiamando Cass. Pen., Sez. Un., 17 Marzo 2015 – Ud. del 25.09.2014 – n. 11170 ove si è stabilito che la dichiarazione di fallimento della società non comporta l’estinzione dell’illecito amministrativo da reato a questa addebitato – ha ritenuto che non vi siano motivi per distinguere, dal punto di vista del trattamento applicabile, tale situazione da quella in esame.

In ultimo, con precipuo riferimento all’applicabilità in materia di responsabilità amministrativa da reato della causa di estinzione del reato per morte del reo, la Corte ha rilevato l’impossibile estensione della disposizione all’illecito amministrativo da reato in quanto, ai sensi dell’art. 35 D.lgs. 231/2001, le norme di cui al codice di procedura penale sono applicabili solo in quanto compatibili con le particolarità del sistema in parola.

Ciò premesso, la Corte ha evidenziato come, a norma degli artt. 2493 e 2495 c.c., l’estinzione di una società di capitali importi il trasferimento della titolarità dell’impresa direttamente in capo ai singili soci, non realizzandosi una divisione in senso tecnico, ed abbia efficacia ex nunc, non incidendo sui rapporti sorti nell’esercizio dell’impresa in data anteriore allo scioglimento. Di talché, sebbene la cancellazione della società comporti un indubbio problema in punto al soddisfacimento dei crediti, questa situazione, al contrario, non determina alcuna difficoltà di accertamento della responsabilità dell’ente per fatti realizzatisi in data precedente alla sua estinzione, non essendovi, peraltro, alcuna norma nell’ordinamento che giustifichi un’esclusione della responsabilità per effetto della cancellazioen dell’ente.

Cass. Pen., Sez. IV, 17 Marzo 2022 – Ud. del 22.02.2022 –n. 9006 Pres. E. Serrao Rel. D. Cenci.