News Sicurezza – Nelle società di capitali di piccole o medie dimensioni, la qualifica di datore di lavoro incombe su tutti i membri del C.d.a.

In premessa, la Suprema Corte di Cassazione, nella pronuncia in commento, ha richiamato il proprio consolidato orientamento in virtù del quale se, in linea teorica, all’interno delle società di capitali, la qualifica di datore di lavoro deve essere riconosciuta in capo a tutti i componenti del Consiglio di Amministrazione, cionondimeno – nelle realtà più articolate e di più rilevanti dimensioni – l’individuazione della citata figura di garanzia non deve essere fatta discendere dal mero dato formale allorquando l’intero organo gestionale abbia assegnato ad alcuni suoi consiglieri specifici obblighi prevenzionistici.

In tal direzione, infatti, spingerebbe lo stesso tenore letterale dell’art. 2 comma 1° lett. b) D.lgs. 81/2008 il quale ascrive la qualifica di datore di lavoro al «soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, [al] soggetto che secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa». Altrimenti detto, lo stesso legislatore radica l’assunzione della posizione datoriale non solo all’investitura formale ma anche all’esercizio effettivo di determinati poteri.

Ma se il principio di diritto anzidetto assume rilevanza all’intero delle organizzazioni imprenditoriali più complesse – ove la allocazione di funzioni differenziate e, conseguentemente, la distinzione fra ambiti gestori è strettamente funzionale al raggiungimento degli scopi dell’azienda – a detta della Quarta Sezione, altrettanto non può affermarsi con riferimento alle società di capitali di piccole e medie dimensioni ove un simile approccio, ingiustificato in un’ottica strategica dell’ente, finiribbe per esonerare taluni componenti del Consiglio di Amministrazione dall’adempimento degli obblighi prevenzionistici senza che ciò corrisponda ad interessi organizzativi del potere gestorio.

Cass., Sez. IV Pen., 01 Giugno 2021 n. 21522 Pres. C. Menichetti Rel. M. Nardin

News Ambiente – L’art. 272-bis D.lgs. 152/2006 si applica soltanto agli impianti che producono emissioni in atmosfera regolati dal Titolo I Parte V del Decreto citato

Dopo aver sinteticamente delineato l’excursus storico che ha condotto alla formulazione dell’art. 272-bis, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto come l’ambito applicativo della dispozione debba di necessità essere ristretto ai soli impianti che producono emissioni in atmosfera disciplinati dal Titolo I Parte V del D.lgs. 152/2006.

A suo dire, depone a favore di tale interpretazione, in primo luogo, il tenore letterale della disposizione la quale, da un lato, fa espresso riferimento agli stabilimenti di cui al Titolo suddetto – relativo agli impianti, inclusi gli impianti termici civili non disciplinati dal Titolo II, e alle attività che producono emissioni in atmosfera – e, dall’altro, nel suo comma terzo, mantiene ferma l’applicazione delle norme di cui al Titolo III-bis Parte Seconda per le installazioni sottoposte ad A.I.A.

In secondo luogo, prosegue la Corte, conferma di tale esegesi si rinviene nella recente sentenza n. 178/2019 della Corte Costituzionale la quale, in sede di giudizio di legittimità di una legge regionale in materia di emissioni odorigene, è giunta a circoscrivere l’ambito applicativo della norma in esame negli stessi termini di cui detto.

Da ciò, la Terza Sezione fa ulteriormente derivare il seguente riparto sanzionatorio: nel caso in cui l’autorizzazione alle emissioni detti le misure di cui all’art. 272-bis D.lgs. 152/2006 e si riscontri una violazione delle stesse afferente al superamento dei valori limite di emissione, il soggetto risponderà della contravvenzione di cui all’art. 279 comma 2° D.lgs. 152/2006; qualora, invece, le prescrizioni imposte e violate concernano aspetti diversi dai limiti di emissione, l’agente risponderà unicamente dell’illecito amministrativo di cui al successivo comma 2bis dell’art. 279 D.lgs. 152/2006; se, in ultimo, le prescrizioni non ottemperate sono state dettate con Autorizzazione Integrata Ambientale, l’illecito configurabile sarà quello di cui all’art. 29-quaterdecies D.lgs. 152/2006.

Inoltre, la Corte ha sostenuto come l’intera normativa in materia di inquinamento atmosferico ed, in specie, gli illeciti di cui si è detto possano pacificamente entrare in concorso con la contravvenzione di cui all’art. 674 c.p., non essendo configurabile alcun rapporto di specialità fra norme. Divergente, infatti, non solo il contenuto precettivo ma anche il bene giuridico tutelato afferente, nel primo caso, alla matrice ambientale aria e, nel secondo caso, all’incolumità pubblica.

Inoltre, ricorda la Sezione competente come, ai fini della definizione di molestia idonea ad integrare l’illecito di cui al codice penale, occorra distinguere tra attività non autorizzata – per la quale, l’emissione odorigena deve essere ricondotta, per essere lecita, ad un criterio di stretta tollerabilità – e attività autorizzata e comunque svolta in conformità con le prescrizioni ivi impartite, per la quale il criterio di riferimento è quello della normale tollerabilità di cui all’art. 844 c.c. e sempre che l’azienda abbia adottato tutti gli accorgimenti tecnici necessari per abbattare l’impatto delle emissioni.

Cass., Sez. III Pen., dep. 21 Maggio 2021 n. 20204 Pres. V. Di Nicola Rel. L. Ramacci

News Ambiente – Il Ministero della Transizione Ecologica ha emesso una nota di chiarimento in punto all’obbligo di etichettatura ambientale di cui all’art. 219 comma 5° D.lgs. 152/2006

In premessa, si rappresenti come l’art. 39 comma 1ter D.L. 41/2021, così come modificato in sede di conversione dalla L. 69/2021, abbia integralmente sostituito la disposizione di cui all’art. 15 D.L. 183/2020, prevedendo: a) la sospensione dell’applicazione dell’intera previsione cui all’art. 219 comma 5° D.lgs. 152/2006 (e non più esclusivamente della prima parte del comma citato) sino al 31 Dicembre 2021; b) la possibilità di commercializzare, fino ad esaurimento scorte, tutti i prodotti che, privi dei requisiti ora imposti dalla legge, siano immessi sul mercato o etichettati al 01 Gennaio 2022. Ciononostante, visti i numerosi dubbi interpretati sorti già all’indomani dell’introduzione dell’obbligo di etichettatura ambientale  – la cui applicazione, si ripete, è ora temporaneamente sospesa – il Ministero della Transazione Ecologica ha, con propria nota n. 52445 del 17.05.2021, fornito alcuni utili chiarimenti in materia.

In primo luogo, si è sostenuto come l’obbligo di cui si discorre ricada tanto sui produttori quanto sugli utilizzatori di imballaggi e purché questi ultimi siano immessi al consumo sul territorio nazionale ovvero i prodotti riempiti e importati in Italia. In assenza di una normativa armonizzata in sede europea in punto alla tipologia di informazioni da prevedere con l’etichettatura, infatti, il Ministero ha ritenuto «opportuno escludere dall’obbligo di etichettatura gli imballaggi destinati a Paesi Terzi, che dovranno pertanto sottostare alle normative specifiche del Paese di destino» e «essere [..] accompagnati da idonea documentazione che ne attesti la destinazione, oppure da documenti di trasporto e/o schede tecniche che riportino le informazioni di composizione».

In secondo luogo, sono state dettate prescrizioni particolari per specifiche tipologie di imballaggi.

Con riferimento agli imballaggi neutri, in specie quelli da trasporto, l’obbligo di identificazione del materiale di composizione si è ritenuto possa essere soddisfatto mediante l’inserimento di tali informazioni sui documenti di trasporto che accompagnano la merce o su altri supporti esterni, anche digitali. In ordine ai preicarti e agli imballaggi a peso variabile, invece, si è affermato come l’obbligo di legge possa essere assolto mediante inserimento delle informazioni in schede informative rese disponibili ai consumatori finali presso i punti vendita ovvero nei siti internet con schede standard predefinite. Parimenti circa gli imballaggi di piccole dimensioni, multilingua e di importazione rispetto ai quali si è incentivato il ricorso a strumenti digitali e, ove non possibile, all’inserimento delle informazioni sui siti internet.

In ogni caso, il Ministero ha consentito di privilegiare strumenti di digitalizzazione delle informazioni.

Nota di chiarimento del Ministero della Transazione Ecologica n. 52445 del 17/05/2021 avente ad oggetto “D.lgs. 3 settembre 2020 n. 116. Chiarimenti sull’etichettatura ambientale degli imballaggi di cui all’art. 219, comma 5 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”

News Ambiente – L’art. 29-quattuordecies comma 3° lett. a) D.lgs. 152/2006 punisce qualsiasi scarico, anche indiretto, nelle matrici ambientali di aria, acqua e suolo

La sentenza di condanna impugnata aveva visto addebitare all’imputato il reato di cui all’art. 29-quattuordecies comma 3° lett. a) D.lgs. 152/2006 per aver lo stesso non ottemperato alle prescrizioni A.I.A. inerenti ai limiti di emissione di talune sostanze tassativamente determinate nell’effettuazione di uno scarico in pubblica fognatura di acque reflue industriali. La difesa, però, censurava la qualificazione giuridica del reato ritenendo che la norma contestata facesse esclusivamente riferimento all’emissioni in atmosfera.

Di avviso contrario la Suprema Corte di Cassazione la quale, nella pronuncia in commento, ha ritenuto che la nozione di “emissione” debba essere ricavata dall’art. 5 comma 1° lett. i-septies) D.lgs. 152/2006 e che tale debba, pertanto, considerarsi «lo scarico diretto o indiretto, da fonti puntiformi o diffuse dell’impianto, opera o infrastruttura, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore, agenti fisici o chimici, radiazioni, nell’aria, nell’acqua ovvero nel suolo». Ne deriva che la disposizione di cui all’art. 29-quattuordecies comma 3° lett. a) D.lgs. 152/2006 è volta a punire chiunque, in sede di attività di controllo, si accerti aver superato, al di fuori dei margini di tollerabilità, i valori limite di emissione in acqua, aria e suolo previsti dall’autorizzazione integrata ambientale.

Cass., Sez. III Pen., dep. 11 Maggio 2021 n. 18145 Pres. G. Lapalorcia Rel. S. Corbetta

News Sicurezza – In data 06 Aprile 2021 è stato sottoscritto il nuovo “Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto ed il contenimento della diffusione del virus SARS-Cov-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro”

Il documento in parola costituisce aggiornamento delle misure già predisposte nel precedente Protocollo sottoscritto in data 24 Aprile 2020 le quali, seppur tenute in debita considerazione, sono state riviste e adeguate alle prescrizioni imposte nei diversi provvedimenti adottati dal Governo – da ultimo, il D.P.C.M. 2 Marzo 2021 – e dal Ministro della salute, pur sempre allo scopo di agevolare le imprese nell’adozione di protocolli di sicurezza anti-contagio.

Al pari del precedente, il nuovo protocollo si sofferma sui profili concernenti: l’obbligo di adeguata informazione ai lavoratori e a chiunque abbia accesso al luogo di lavoro; la regolamentazione delle modalità di ingresso in azienda, anche da parte di fornitori esterni, nonchè di pulizia e la sanificazione del luogo di lavoro; l’obbligo di rispettare specifiche precauzioni igieniche personali e di fornire ai lavoratori idonei dispositivi di protezione individuale; le modalità di gestione degli spazi comuni, dell’entrata e uscita dipendenti nonché di una persona sintomatica in azienda; l’organizzazione dell’orario di lavoro e delle trasferte; la sorveglianza sanitaria e, in ultimo, l’aggiornamento del Protocollo.

Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto ed il contenimento della diffusione del virus SARS-Cov-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro”, sottoscritto in data 06 Aprile 2021.

News Sicurezza – L’esercente professione sanitaria inottemperante all’obbligo di vaccinazione per la prevenzione dall’infezione SARS-CoV-2 è sospeso dallo svolgimento dell’attività e, se non può essere adibito a mansioni anche inferiori, non ha diritto alla retribuzione

Il Decreto Legge n. 44 del 01 Aprile 2021, pubblicato in Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 79 del 01/04/2021, al suo articolo 4 ha previsto l’obbligo di vaccinazione obbligatoria per la prevenzione dall’infezione da Sars-CoV-12 a carico di tutti gli esercenti professione sanitaria e gli operatori di interesse sanitario impiegati in strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche o private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi professionali, salvo accertato pericolo per la salute, in  relazione a specifiche condizioni cliniche documentate. In tal caso, la vaccinazione non è obbligatoria e può essere differita o omessa.

Tale vaccinazione costituisce requisito essenziale per lo svolgimento delle prestazioni lavorative rese dai soggetti obbligati e, pertanto, in caso di mancato assolvimento dell’obbligo, il soggetto è sospeso dall’attività lavorativa. In particolare, l’atto di accertamento da parte dell’ASL dell’inottemperanza all’onere di vaccinazione deve essere immediatamente comunicato al datore di lavoro, all’interessato e all’ordine professionale di appartenenza e determina la sospensione di diritto dallo svolgimento di prestazioni o mansioni che comportino contatti interpersonali o espongano, in altro modo, al rischio di contagio. Pervenuta suddetta comunicazione, il datore di lavoro è tenuto ad adibire il lavoratore a prestazioni, anche inferiori e diverse da quelle anzidette, con trattamento equivalente alle mansioni assegnate; se ciò è impossibile, il lavoratore, per tutto il periodo di sospensione, non ha diritto ad alcuna retribuzione, compenso o emolumento comunque denominato.

Decreto Legge 1 Aprile 2021 n. 44, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 79 del 01/04/2021, recante «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da COVID-19, in materia di vaccinazioni anti SARS-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici».

News Sicurezza – Per lo svolgimento in sicurezza delle attività produttive, il D.L. 1 Aprile 2021 rinvia alle disposizioni impartite con D.P.C.M. 2 Marzo 2021

Occorre, in premessa, dare atto della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 79 del 01/04/2021 del Decreto Legge n. 44/2021 recante «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da COVID-19, in materia di vaccinazioni anti SARS-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici».

Nel suo articolo primo, il Decreto citato stabilisce che, per il periodo intercorrente fra il 1 ed il 30 Aprile 2021, salvo diversa regolamentazione ivi prevista, trovano applicazione le misure dettate con D.P.C.M. 02 Marzo 2021, adottato in attuazione dell’art. 2 comma 1 D.L.19/2020, convertito, con modificazioni, dalla L. 35/2020. In assenza di specifica e diversa previsione, pertanto, nel periodo tra il 1 Aprile 2021 e il 30 Aprile 2021, lo svolgimento in sicurezza delle attività produttive, industriali e commerciali deve essere effettuato conformandosi alle prescrizioni di cui ai Protocolli condivisi di regolamentazione delle misure per il contrasto ed il contenimento della diffuzione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro, nei cantieri e nel settore del trasporto e della logistica, sottoscritti rispettivamente in data 24 Aprile 2020 e 20 Marzo 2020.

Decreto Legge 1 Aprile 2021 n. 44, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 79 del 01/04/2021, recante «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da COVID-19, in materia di vaccinazioni anti SARS-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici».

News Sicurezza: Il datore di lavoro è legittimato a imporre un periodo di ferie ai lavoratori che rifiutino di vaccinarsi

In premessa, il Tribunale di Belluno ricorda come, ai sensi del disposto di cui all’art. 2087 c.c., l’imprenditore sia tenuto, nell’esercizio della sua attività, ad adottare tutte le misure opportune per salvaguardare l’integrità psico-fisica dei lavoratori.

A detta del Giudice di merito costituisce attuazione di suddetto obbligo la temporanea e retribuita sospensione dal lavoro dei prestatori che, adibiti a mansioni che li pongono a contatto con persone che accedono nel loro luogo di lavoro, rifiutino di sottoporsi al vaccino contro Sars-CoV-2. Tale condizione, infatti, espone gli stessi ad un grave rischio di contrarre il virus laddove è scientificamente provato che il vaccino, se non è in grado di prevenire l’infezione, è comunque pienamente efficace nell’impedire l’evoluzione negativa della patologia.

Pertanto, il datore di lavoro si sarebbe posto in violazione dei doveri su di lui incombenti in materia di salute e sicurezza dei lavoratori allorquando avesse consentito a quest’ultimi, non vaccinati, di permanere nei luoghi di lavoro.

Sotto altro aspetto, ai sensi dell’art. 2109 c.c. il lavoratore ha diritto ad un periodo annuale di ferie, retribuito e possibilmente continuativo, nel tempo che il datore di lavoro ritiene consono prendendo in considerazione l’esigenze dell’impresa e gli interessi del lavoratore. Nel caso in esame, l’interesse di quest’ultimo a godere di un diverso periodo di sospensione retribuita dal lavoro deve soccombere rispetto all’esigenza del datore di lavoro di rispettare la disposizione di cui all’art. 2087 c.c.

Tribunale di Belluno, sentenza del 19 Marzo 2021 n. 12

News Sicurezza – I rischi indicati dall’Allegato XV punto 2.2.3 non sono necessariamente rischi generici di competenza del CSE

La Suprema Corte di Cassazione coglie, in premessa, l’occasione per rammentare l’orientamento giurispudenziale, ormai granitico, in punto alla reale portata degli obblighi incombenti in capo al Coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione e alla loro effettiva delimitazione rispetto ai compiti imposti dalla disciplina di settore ad altre e diverse figure di garanzia. In particolare, giova rapprensentare come sia oggigiorno pacifico l’assunto interpretativo per cui il CSE riveste un ruolo di alta vigilanza che concerne la generale configurazione delle lavorazioni e che non va confuso con il potere di controllo operativo demendato ad altre figure; inoltre, è parimenti indubbio che il Coordinatore per la sicurezza opera in modo formalizzato e solo allorquando insorga un rischio cd. interferenziale, ovvero derivante dalla concomitante attività lavorativa svolta da diversi lavoratori.

Più precisamente, rispetto all’alveo di rischio di competenza del CSE, l’elaborazione giurisprudenziale – prendendo le mosse dal disposto di cui al punto 2.2.3 dell’Allegato XV D.lgs. 81/2008, il quale attribuisce al coordinatore il compito di valutare e prevenire i rischi derivanti dall’area di cantiere, dall’organizzazione dello stesso nonché dalle lavorazioni ivi svolte – è giunta a ritenere che siano da escludersi quelli specifici propri dell’impresa, demandati al potere operativo del datore di lavoro (o del dirigente o del preposto).

Il rischio specifico  è correlato alle specifiche competenze tecniche del settore di attività, alla conoscenza di procedure tipiche di determinate lavorazioni e all’utilizzazione di speciali tecnologie o attrezzature e, solitamente, la sua individuazione viene rimessa ad una valutazione “a contrario” che prende le mosse dalla tipologia di rischi previsti nel richiamato  Allegato XV punto 2.2.3 del D.lgs. 81/2008. Questo però non deve trarre in errore: afferma la Corte che la mera previsione di un rischio all’interno del citato allegato non è di per sì sufficiente a ritenere il rischio qualificabile come generico e perciò di spettanza del Coordinatore. E’ ben possibile, infatti, che lo stesso si ponga fuori dall’ambito di interferenza tra lavorazioni essendo quest’ultimo aspetto quello connotante la specificità o genericità del rischio.

Cass. Pen., Sez. IV, 17 Marzo 2021 – Ud. del 10.12.2020 – n. 10181

News Sicurezza – L’amministratore di condominio può essere considerato committente dei lavori solo se dotato di autonomia d’azione e concreti poteri decisionali. In ogni caso, allo stesso non è ascrivibile la violazione di cui all’art. 26 D.lgs. 81/2008

La pronuncia in commento prende le mosse da un ricorso per cassazione avanzato da un amministratore di condominio il quale era stato ritenuto dai giudici di merito responsabile del reato di omicidio colposo, aggravato dalla violazione delle norme in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro –  ed in specie degli artt. 26 e 90 D.lgs. 81/2008 – per non aver lo stesso verificato l’idoneità tecnico-professionale dell’appaltatore e compiutamente valutato il relativo documento di valutazione dei rischi. La dichiarazione di responsabilità derivava dall’attribuzione in capo al ricorrente della qualifica di committente dei lavori.

La Quarta Sezione, rilevando la mancanza di idonea motivazione sul punto, ha chiarito come l’amministratore di un condominio – il quale abbia stipulato un contratto d’appalto nell’interesse di quest’ultimo – potrà essere riconosciuto quale committente dei lavori (in luogo del condominio stesso) solo qualora si provi la sua autonomia d’azione e il suo possesso di idonei e concreti poteri decisionali.

Dal mancato accertamento della qualifica di committente, inoltre, la Corte ha fatto discendere la non configurabilità della circostanza aggravante di cui all’art. 589 comma 2° c.p.. Nello specifico, se da un lato la dubbia titolarità della posizione di garanzia in parola non consentiva di addebitare in capo al ricorrente la violazione di cui all’art. 90 D.lgs. 81/2008, d’altro canto, in nessun caso, l’amministratore sarebbe potuto esser considerato responsabile della violazione di cui all’art. 26 D.lgs. 81/2008 essendo la stessa rivolta unicamente al datore di lavoro. La norma, infatti, non può vincolare il committente dei lavori in assenza di un’estensione normativa della portata di tale obbligo legislativo in capo a soggetti diversi dal datore di lavoro ed in mancanza della contestazione (e accertamento) di un’ipotesi di cooperazione colposa fra il committente ed il datore.

Cass. Pen., Sez. IV, 16 Marzo 2021 – Ud. del 20.10.2020 – Ud. del 10136