News Sicurezza e 231/2001 – La riduzione dei tempi di lavorazione integra il requisito dell’interesse dell’ente

Nella pronuncia in commento, la Quarta Sezione della Corte di Cassazione ha chiarito come il requisito dell’interesse dell’ente – richiesto dall’art. 5 D.lgs. 231/2001 ai fini della configurabilità della responsabilità amministrativa da reato delle società –  debba essere inteso non solo alla stregua di un effettivo risparmio economico derivante dalla mancata predisposizione delle opportune misure di sicurezza nonché dall’omessa attivazione dei necessari corsi di formazione ma anche quale risparmio di tempo ottenuto dall’ente. In altri termini, la regolare formazione dei lavoratori e la messa a disposizione di presidi individuali e collettivi conformi alla normativa di settore non costituiscono circostanze idonee ad escludere la responsabilità dell’ente allorquando, in concreto, le lavorazioni vengano svolte senza prevedere l’applicazione ed il controllo circa dell’effettivo utilizzo degli strumenti in dotazione.

Cass. Pen., Sez. IV, 17 Aprile 2019 – Ud. del 24.01.2019 –  n. 16598

News Sicurezza – In presenza di plurime posizioni di garanzia, l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro ha un contenuto essenzialmente procedurale

In premessa, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito l’ormai consolidato principio di diritto in virtù del quale, in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, il datore di lavoro, nell’assolvimento dei propri oneri antinfortunistici, può avvalersi di altre figure di garanti di talché, nell’accertamento di responsabilità penali per eventi lesivi occorsi sul luogo di lavoro, è sempre necessario procedere all’individuazione di colui che è deputato alla gestione dello specifico rischio realizzatosi. In termini speculari – prosegue la Corte – si estrinseca anche l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro sull’adozione ed il rispetto delle misure di prevenzione e sicurezza predisposte all’interno della struttura aziendale: il datore di lavoro può assolvere al menzionato obbligo mediante l’individuazione di altri soggetti a ciò deputati ma, in tal caso, lo stesso è tenuto a predisporre efficaci procedure di comunicazione interne idonee a garantire la sua piena conoscenza in punto alle attività svolte e alle modalità esecutive di queste.

Cass. Pen., Sez. IV, 04 Aprile 2019 – Ud. del 19.02.2019 – n. 14915

News Ambiente – Deve essere disapplicata la delibera comunale che statuisca l’assimilabilità dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti solidi urbani sulla scorta del solo criterio qualitativo

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione – dopo aver ripercorso l’iter normativo che ha prodotto il passaggio dalla TARSU alla TIA 1, ad opera del Decreto Ronchi, e la successiva trasformazione da TIA 1 a TIA 2, in virtù di quanto disposto dall’art. 238 D.lgs. 152/2006 – si è confrontata con il dibattutto tema concernente la facoltà dei Comuni – operanti nel settore della gestione dei rifiuti urbani ed assimilati avviati allo smaltimento in regime di privativa – di stabilire con appositi regolamenti “l’assimilazione per qualità e quantità dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti urbani ai fini della raccolta e dello smaltimento” (Art. 21 comma 1° lett. e), g) e comma 7° D.lgs. 22/1997). A fronte dell’esistenza di un contrasto giurisprudenziale inerente alla necessità che tali interventi comunali fondino suddetta assimilabilità su criteri tanto qualitativi quanto quantitavi, la Quinta Sezione Civile ha affermato i seguenti principi di diritto: in primo luogo, il rispetto del dettato normativo di cui all’art. 21 richiamato impone che le delibere comunali adottate nella materia in parola stabiliscano criteri sia qualitativi sia quantitativi di assimilabilità di talché, in tali circostanze, il contribuente potrà godere di una riduzione tariffaria proporzionale alla quantità di rifiuti assimilati che dimostri aver avviato autonomamente al recupero, pur in presenza di un servizio pubblico di smaltimento; in secondo luogo, allorquando l’intervento comunale non sia dotato delle caratteristiche anzidette, lo stesso dovrà essere disapplicato con conseguente adozione della disciplina di cui al D.lgs. 507/1993 che consente l’esclusione dalla tariffa per quella parte di superficie nella quale il contribuente dimostri essere prodotti esclusivamente rifiuti non assimilati né assimilabili.

Cass. Civ., Sez. V, 19 Aprile 2019 – ud. del 07.02.2019 – n. 11035

News Ambiente – La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla questione pregiudiziale concernente la corretta classificazione di rifiuti con codice a specchio

E’ opportuno ricordare in premessa come, alla luce di un contrasto giursprudenziale esistente nel territorio nazionale in punto alle modalità di corretta caratterizzazione dei rifiuti dotati di cd. codice a specchio, la Suprema Corte di Cassazione, con ordinanze del 21 Luglio 2017, ha investito della relativa questione la Corte di Giustizia dell’Unione Europea; con la sentenza in commento, quest’ultimo organo sovranazionale ha chiarito come le disposizioni di cui all’allegato III della Direttiva 2008/98/CE, modificata ad opera del Regolamento 2014/1537/UE, nonché di cui all’allegato alla Decisione 94/3/CE, modificata dalla Decisione 2014/955/UE, devono essere interpretate nel senso che il detentore di un rifiuto classificabile con codici speculari, la cui composizione risulti ignota, è tenuto ad effettuare una efficace caratterizzazione dello stesso idonea a ricercare ed individuare tutte le sostanze pericolose che possano ragionevolmente travarsi nel rifiuto (Viene così ad essere rifiutata la cd.”teoria della certezza” sostenuta da taluna giurisprudenza di legittimità italiana). Nel far ciò, il detentore del rifiuto potrà ricorrere a campionamenti, analisi chimiche e prove previsti dal Regolamento 2008/440/CE ovvero a qualsiasi altro campionamento, analisi o prova, anche sviluppata a livello nazionale, purché riconosciuta dalla comunità internazionale. Solo allorquando – per motivi non inerenti alla persona del detentore – vi sia un’impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose nel rifiuto ovvero di procedere alla caratterizzazione dello stesso ed alla luce di una valutazione dei rischi quanto più possibile completa e parametrata alla condizioni fattuali concrete, il rifiuto potrà essere classificato come pericoloso. 

Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Sez. X, 28 Marzo 2019 nelle cause riunite da C-487/17 a C-489/17.

Comunicazione Commissione Europea n. 2018/C 124/01 recante “Orientamenti tecnici sulla caratterizzazione dei rifiuti”.

News Ambiente – Le acque provenienti dall’attività casearia non sono assimilabili alle acque reflue domestiche

Nel caso in esame il difensore dell’imputato, lamentando la violazione – da parte del giudice di merito – della disposizione di cui all’art. 101 comma 7° D.lgs. 152/2006, sosteneva che anche le acque provenienti dall’attività casearia dovessero essere ritenute assimilabili alle acque reflue domestiche in conformità con quanto previsto dalla lettera b) dell’articolo richiamato; mentre la precedente lettera a), infatti, mediante l’utilizzo dell’espressione “esclusivamente”, manifesterebbe la volontà del legislatore di circoscrivere l’assimilazione in parola alle attività ivi puntualmente richiamate, l’assenza di tale avverbio nella successiva previsione sarebbe idonea a giustificare un’estensione del relativo campo applicativo anche alle attività correlate a quella di allevamento di bestiame. La Terza Sezione della Corte di Cassazione, rigettando il motivo dinanzi espresso, ha affermato che – restando sempre fermamente ancorati al dato letterale della norma in esame – l’attività di trasformazione casearia di taluni prodotti derivanti dall’allevamento di bestiame lungi dal poter essere ricompresa nella disposizione di cui all’art. 101 comma 7° lett. b) D.lgs. 152/2006 può, piuttosto, essere annoverata, in linea di principio, nell’alveo di competenza della successiva previsione di cui all’art. 101 comma 7° lett. c) la quale comtempla lo svolgimento di attività di trasformazione o valorizzazione agricola. Ivi, però, si pone un limite all’assimilabilità richiedendo espressamente che si tratti di acque provenienti da imprese nelle quali vi sia una stretta connessione funzionale fra le attività di coltivazione del terreno, silvicultura e allevamento di bestiame e quella di successiva trasformazione nonché che quest’ultima venga svolta «utilizzando materia prima lavorata che deve provenire in misura prevalente dall’attività di coltivazione dei terreni di cui l’impresa disponga a qualsiasi titolo».

Cass. Pen., Sez. III, 12 Aprile 2019 – Ud. del 28.02.2019 – n. 16044

 

News Ambiente – L’emissione di un’informativa antimafia definitiva a carico dell’impresa concessionaria legittima l’adozione di un’ordinanza sindacale ex art. 190 TUA

Nella pronuncia in commento, la Sesta Sezione della Corte di Cassazione è stata investita della questione concernente la corretta interpretazione della dispozione di cui all’art. 94 D.lgs. 159/2001 nella parte in cui consente all’ente pubblico di proseguire il rapporto con l’impresa destinataria di un’informativa antimafia esclusivamente nelle ipotesi in cui non sia possibile la sua sostituzione in tempi rapidi; più precisamente, l’interrogativo riguardava la possibilità di provvedervi celermente non solo attraverso l’instaurazione delle ordinarie procedure di scelta del contraente previste dal Codice degli appalti pubblici ma anche mediante l’adozione di un’ordinanza ex artt. 50 D.lgs. 267/2000 e 191 D.lgs. 152/2006. A seguito di una puntuale ricognizione delle disposizioni normative applicabili nonché della loro costante interpretazione giurisprudenziale, la Corte di Cassazione ha affermato come, nei casi testé menzionati, non possa dirsi illegittima l’ordinanza sindacale adottata ai sensi dell’art. 191 D.lgs. 152/2006 in quanto – rappresentando la prosecuzione del rapporto ipotesi remota e residuale – costitutisce scelta discrezionale della Pubblica amministrazione quella di provvedere alla celere sostituzione dell’impresa concessionaria dichiarata quale facente parte o legata ad organizzazioni mafiose mediante l’adozione delle ordinarie procedure di gara pubblica ovvero di un provvedimento d’urgenza. Suddetta scelta non è sindacabile dall’autorità giudiziaria purché l’ordinanza sia adeguatamente motivata in punto alla ricorrenza dei presupposti di eccezionalità ed urgenza che legittimano l’esercizio di suddetto potere.

Cass. Pen., Sez. VI, 10 Aprile 2019 – Ud. del 12.02.2019 – n. 15849

 

News Ambiente – Anche la sentenza di patteggiamento per il reato di cui all’art. 6 D.L. 172/2008 importa la confisca obbligatoria del mezzo di trasporto

Ribadendo un principio di diritto già affermato in una precedente pronuncia del 2013, la Suprema Corte di Cassazione ha sostenuto che la fattispecie penale di trasporto abusivo di rifiuti, commessa in aree ove vige lo stato di emergenza, importa l’applicazione della misura di sicurezza della confisca obbligatoria del mezzo di trasporto. Ciò sulla scorta della considerazione per cui alla previsione di cui all’art. 6 comma 1 bis del citato decreto legge – la quale prevede che la confisca operi in relazione a tutti gli illeciti penali realizzati con l’uso del veicolo – si affianca quella di cui all’art. 259 comma 4° d.lgs. 152/2006 la quale espressamente impone l’adozione della misura in parola anche a seguito di emissione di sentenza di applicazione pena su richiesta delle parti; le disposizioni previste nel T.U. ambientale, infatti, continuano ad operare nella misura in cui non derogate dalla disciplina speciale.

Contrariamente argomentando, d’altro canto, si dovrebbe sostenere che la confisca trovi applicazione per il reato di trasporto abusivo di rifiuti, di cui all’art. 256 e 258 d.lgs. 152/2006, ma non con riferimento all’ipotesi delittuosa di cui al D.l. 172/2008 con conseguente evidente disparità di trattamento a favore di quest’ultima fattispecie, certamente pià grave.

Cass. Pen., Sez. III, 21 Marzo 2019 – Ud. del 17.01.2019 – n. 12703

News Ambiente – Il Ministero dell’Ambiente detta alcune indicazioni per i gestori degli impianti rientranti nel campo applicativo del D.L. 113/2018

L’art. 26bis del Decreto legge citato, introdotto con Legge 132/2018, ha imposto ai gestori di impianti di stoccaggio e trattamento di rifiuti, già esistenti o di nuova costruzione, non rientranti nell’ambito operativo di cui al D.lgs. 105/2015, l’obbligo di predisporre un piano denominato “Piano di emegenza interna” nonché di trasmettere al Prefetto talune informazioni opportune per consentire a quest’ultimo di redigere, di concerto con le Regioni e gli enti interessati, il cd. “Piano di emergenza esterna”. In attesa dell’emanazione del DPCM, attuativo delle disposizioni previste dal D.l. 113/2018, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, congiuntamente al Ministero dell’Interno, con nota Prot. n. 2730 del 13 Febbraio 2019, ha ritenuto opportuno fornire talune indicazioni in ordine alle informazioni da comunicare al Prefetto e ai contenuti minimi del Piano di emergenza interna.

Nota Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, di concerto con il Ministero dell’Interno, Prot. Uscita n. 2730 del 13.02.2019 recante “Disposizioni attuative dell’art. 26-bis, inserito dalla Legge 1° Dicembre 2018, n. 132 – prime indicazioni per i gestori degli impianti”.

News Ambiente – La gestione di rifiuti in quantità superiori a quelle autorizzate integra il reato di cui all’art. 256 comma 1° D.lgs. 152/2006

Con la pronuncia in commento la Suprema Corte di Cassazione si è espressa sulla questione giuridica concernete la corretta qualificazione della fattispecie di gestione non autorizzata di rifiuti da parte di un soggetto che, seppur munito di idoneo titolo autorizzativo o comunicazione in forma semplificata, opera su quantitativi superiori a quelli previsti nel titolo abilitativo. Nel fornire una risposta all’interrogativo proposto dalla difesa, la Terza Sezione ha ritenuto opportuno richiamare quel filone giurisprudenziale che, pronunciatosi in tema di trasporto di rifiuti in luogo diverso da quello prescritto, ha ravvisato la configurabilità del reato di cui all’art. 256 comma 1° D.lgs. 152/2006 sulla scorta del fatto che trattasi di elemento essenziale dell’autorizzazione che involge l’attenta valutazione da parte del soggetto emittente il titolo circa l’idoneità del sito; al contrario, il trasporto di rifiuti effettuato con mezzo diverso da quello previsto nell’autorizzazione ovvero di quello comunicato importa la sussistenza della fattispecie contravvenzionale di cui al successivo comma quarto. Dando continuità a questo orientamento, la Corte ha ritenuto come, anche nel caso di gestione di rifiuti in quantità superiori a quelle autorizzate, debba dirsi configurato il reato di cui al comma primo dell’articolo richiamato: lo svolgimento di un’attività di gestione dei rifiuti con modalità difformi da quelle prescritte ed avente connotati materiali idonei ad essere oggetto di un diverso titolo autorizzativo necessariamente pregiudica il corretto svolgimento di quell’attività di vigilanza e controllo demadata all’ente pubblico, tutelata dalla norma, e svuota di significato giuridico lo stesso titolo abilitativo, rendendo l’attività contra legem in quanto svolta in assenza dell’autorizzazione.

Cass. Pen., Sez. III, 12 Febbraio 2019 – Ud. del 30.11.2018 – n. 6717

News Ambiente – Si configura il reato di cui all’art. 256 comma 4° TUA soltanto quando la carenza dei requisiti del titolo abilitativo riguardi le modalità di esercizio dell’attività

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in ordine alla spinosa questione concernente il discrimine esistente fra le fattispecie penali previste e punite dall’art. 256 comm1 1°, 2° e 3° e quella, autonoma ed attenuata, di cui al successivo comma 4°. Il tenore letterale della disposizione, infatti, sancisce che debba essere punito a questo titolo colui che eserciti attività di gestione di rifiuti in contrasto con le prescrizioni impostegli nell’autorizzazione ovvero in assenza dei requisiti e delle condizioni richiesti per le iscrizioni e/o comunicazioni. In quest’ultima circostanza, afferma la Suprema Corte, è necessario distinguere attentamente le ipotesi in cui suddetta carenza afferisca alle modalità di esercizio dell’attività dalle ipotesi in cui, invece, essa importi una totale insussistenza del titolo abilitativo. Nel primo caso, il soggetto verrà perseguito per il reato previsto e punito dall’art. 256 comma 4° mentre, nel secondo caso, si configurerà una ipotesi di gestione illecita. A detta della Terza Sezione, tale ultima circostanza si realizza quando oggetto dell’attività siano rifiuti diversi da quelli indicati nelle iscrizioni e comunicazioni.

Cass. Pen., Sez. III, 06 Febbraio 2019 – Ud. del 15.01.2019 – n. 5817