News Ambiente – La Corte di Cassazione chiarisce cosa debba intendersi per “spostamenti in ambito portuale” ai sensi del D.M. 173/2016

Si premetta come la disposizione di cui all’art. 109 d.lgs. 152/2006 imponga l’adozione di apposita autorizzazione – da rilasciare in conformità alle modalità stabilite con decreto ministeriale – per lo svolgimento di attività di immissione in mare di specifiche tipologie di materiali. In particolare, con riferimento all’immissione di materiali di escavo di fondali marini, il necessario referente normativo deve essere rinvenuto nel D.M. 15 Luglio 2016 n. 173 il quale, però, esclude dal suo campo di operatività «a) gli spostamenti in ambito portule e le operazioni di ripristono degli arenili [..]», per i quali, quindi, viene meno l’obbligo di adozione del titolo abilitativo.

Dopo aver pedissequamente fatto richiamo alle definizioni normative così come elaborate all’interno dell’art. 2 del D.m. citato, la Terza Sezione della Suprema Corte di C  assazione ha chiarito come le attività di “spostamenti in ambito portuale” – stante la natura eccezionale della loro previsione – debbano essere intese in senso restrittivo, tale potendosi, quindi, qualificare solo quelle attività di rimodellamento del fondale che, consistenti in interventi di ordinaria manutenzione (come tale inidonei a modificare lo stato dei luoghi) e finalizzate esclusivamente a garantire l’agibilità degli ormeggi, la sicurezza delle operazioni di accosto o il ripristino della navigabilità, si caratterizzino per il limitato quantitativo di materiale coinvolto, per la permanenza dei sedimenti sul medesimo sito di rinvenimento oltre che per il ridotto impatto ambientale e geomorfologico.

Cass. Pen., Sez. III, 12 Novembre 2019 – Ud. del 04.07.2019 – n. 45488