News Ambiente – Dal 1° Luglio 2022 è in vigore il Documento Unico di trasporto, adottato in attuazione dell’art. 230 comma 5° D.lgs. 152/2006

Si rammenti, in premessa, come la disposizione citata, nel testo attualmente vigente e così sostituito ad opera dell’art. 35 comma 1 lett. e-bis) D.L. 77/2021, convertito con modificazioni dalla L. 108/2021, ammetta la possibilità che la raccolta ed il trasporto dei rifiuti provenienti da attività di pulizia manutentiva delle reti fognarie, siano esse pubbliche o asservite a edifici privati, possano essere accompagnati da un unico documento di trasporto in luogo del tradizionale formulario di identificazione.

Il modello del succitato Documento è stato adottato, in ottemperanza alla legge, dall’Albo dei Gestori Ambientali con Deliberazione n. 14 del 21 Dicembre 2021, la cui entrata in vigore – originariamente fissata alla data del 30 Aprile 2022 – è stata successivamente posticipata, con Delibera n. 4 del 21 Aprile 2022, al 1° Luglio 2022. Ciononostante, il modello predisposto è stato reso disponibile sul portale dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali già a partire dal 01 Giugno 2022 al fine di consentirne un periodo di sperimentazione, finalizzato a verificarne la funzionalità e la fruibilità da parte delle imprese.

Cessato il periodo di prova e in assenza di ulteriori proroghe dell’entrata in vigore della Deliberazione n. 14/2021, dal 01 Luglio 2022 è operativo il modello di Documento Unico di Trasporto idoneo a sostituire il F.I.R., alle condizioni imposte dalla legge e dalla stessa deliberazione, nei casi di raccolta e trasporto di rifiuti originati da attività di pulizia manutentiva di reti fognarie.

News Sicurezza – Salvo casi eccezionali, l’omessa redazione o aggiornamento del DVR non può porsi come antecedente causale del fatto tipico di morte/lesioni colpose

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito come l’omessa redazione e/o aggiornamento del Documento di valutazione dei rischi costituisca, fuor di dubbio, violazione della normativa antinfortunistica, punita a norma dell’art. 55 D.lgs. 81/2008; ciononostante, salvo casi del tutto peculiari, tale circostanza non assume rilievo causale rispetto al fatto tipico di lesioni personali colpose e/o omicidio colposo, aggravati dalla violazioni del Testo Unico Sicurezza, in quanto, sul piano giuridico, tali eventi sono sempre teleologicamente connessi alla mancata adozione di una misura di prevenzione che, allorquando adottata, avrebbe impedito l’esito infausto.

In questa prospettiva, la mancata elaborazione e/o aggiornamento del D.V.R. può costituire solo una premessa fattuale rispetto alla successiva accertata sussistenza di un’omissione circa l’adozione della misura antinfortunistica che secondo la migliore esperienza, tecnica e scienza di un dato momento sarebbe stata doverosa ed idonea ad impedire l’evento lesivo. Questa. inoltre, deve essere espressamente individuata dal giudice in sentenza.

Cass. Pen., Sez. IV, 15 Luglio 2022 – Ud. del 13.04.2022 – n. 27583 Pres. e Rel. D. Salvatore.

News Sicurezza – A date condizioni, il conferimento da parte del datore di lavoro di una specifica consulenza in materia di sicurezza potrebbe essere idoneo ad escluderne la colpa

In accoglimento del relativo motivo di censura, la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione è giunta a ribadire come il conferimento di una specifica attività di consulenza in materia di sicurezza sul lavoro – sebbene non sia idonea ad integrare una valida delega di funzioni con conseguente trasferimento della posizione di garanzia datoriale – costituisca profilo, a determinate condizioni, in grado di incidere sull’elemento soggettivo colposo rimproverabile all’agente ed, in specie, sull’esigibilità del comportamento alternativo lecito da parte dell’imputato.

Ricorda, infatti, la Corte come la colpa si componga di due versanti: l’uno oggettivo, connesso all’effettiva violazione di una regola cautelare; e l’altro soggettivo, connesso alla concreta possibilità dell’agente di conformarsi a suddetta regola.

Sotto tale ultimo aspetto, a parere del giudice di legittimità, la Corte d’Appello aveva dichiarato la responsabilità del datore di lavoro sulla scorta del mero nesso causale tra l’evento lesivo e la ritenuta omessa messa a disposizione di idonei dispositivi di protezione individuale; invero, sarebbe stato opportuno – al fine di scongiurare un’imputazione per responsabilità oggettiva del garante – valutare l’incidenza di detta attività di consulenza sulla capacità del datore di lavoro di conoscere i D.P.I. più opportuni da adottarsi nel caso concreto. In particoalre, il giudice di merito avrebbe dovuto verificare l’effettiva esperienza e specializzazione della ditta incaricata dell’attività di consulenza, l’ampiezza e specificità dell’attività a questi richiesta nonché la complessità della scelta degli specifici d.p.i. al fine di poter dedurre la concreta conoscenza o conoscibilità di questi da parte dell’agente e, conseguentemente, l’esigibilità del rispetto della regola cautelare imposta dall’art. 18 D.lgs. 81/2008.

Cass. Pen., Sez. IV, 10 Giugno 2022 – Ud. del 13.04.2022 – n. 22628 Pres. S. Dovere Rel. F. Antezza.

News 231/2001 – La sentenza di condanna pronunciata a carico della persona fisica per cui si sia proceduto separatamente non fa stato nei confronti dell’ente

In premessa, la Corte richiama il proprio precedente giurisprudenziale in forza del quale la separazione della posizione processuale dell’imputato rispetto a quella dell’ente – dovuta alla scelta del primo di optare per un rito speciale – non incide in alcun modo sull’imputazione e conseguente dichiarazione di responsabilità del secondo né riduce l’ambito di cognizione di merito del giudice chiamato a valutare la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito amministrativo da reato, tra i quali l’accertamento del reato ne è uno.

Parimenti – ricorda sempre la Terza Sezione – l’autonomia della cognizione giudiziale è stata ribadita anche nei casi di assoluzione della persona fisica asserita autrice del reato presupposto.

Dati questi approdi ermeneutici ormai consolidati, afferma la Corte, nella sentenza in commento, come la suddetta autonomia di cognizione debba essere sostenuta anche nei casi in cui l’imputato sia stato condannato all’esito di un giudizio altro e separato da quello promosso nei confronti dell’ente.

Ed infatti, sebbene il Decreto Legislativo miri ad assicurare il più possibile il simultaneus processus, nulla dice in ordine all’efficacia delle sentenze irrevocabili pronunciate a carico della persona fisica e/o dell’ente rispetto alla posizione altrui.

Inoltre, le norme sull’efficacia del giudicato di cui agli artt. 651 e ss. c.p.p., applicabili al caso di specie in virtù del disposto di cui all’art. 34 D.lgs. 231/2001, riconoscono all’esecutiva sentenza di condanna emessa nei confronti di un soggetto di spiegare forza vincolante rispetto alla posizione di un’altra parte processuale solo in relazione a vicende diverse da quella in parola (e, in particolare, nei giudizio civile o amministrativo per le restituzioni e il risarcimento del danno ovvero nel procedimento disciplinare) e soltanto con riferimento a soggetti che, in ogni caso, abbiano potuto esercitare compiutamente il loro diritto di difesa all’interno del processo.

D’altro canto, in ultimo, il principio sostenuto dalla Corte pare giustificato anche da una ragione di tipo sistematico: negare l’efficacia di giudicato della sentenza penale a carico dell’imputato persona fisica rispetto alla posizione dell’ente è strumentale a garantire ad ambo le parti la possibilità di esercitare il loro diritto di difesa nel modo più ampio possibile, senza subire limitazioni alcune derivanti delle scelte processuali poste in essere dall’altro soggetto.

In questa prospettiva, la sentenza di condanna pronunciata nei confronti dell’imputato per il quale si  proceduto separatamente potrà entrare a far parte del compendio probatorio a carico dell’ente nei limiti e nelle forme di cui all’art. 238 e 238bis c.p.p.

Cass. Pen., Sez. III, 26 Maggio 2022 – Ud. del 24.03.2022 – n. 20559 Pres. L. Ramacci Rel. A. Corbo.

News Ambiente – La sola mancata indicazione della classe di rischio del rifiuto all’interno del registro di carico e scarico allorquando suddetta informazione sia rinvenibile nei FIR integra il reato di cui all’art. 258 comma 5° D.lgs. 152/2006

Il caso di specie prende le mosse dall’emissione di un’ordinanza-ingiunzione di pagamento a carico dei ricorrenti per aver gli stessi tenuto in maniera incompleta il registro di carico e scarico rifiuti – mancando di ivi indicare la relativa classe di rischio – con conseguente configurabilità dell’illecito amministrativo di cui all’art. 258 comma 2° TUA.

Con opposizione prima e appello poi, gli ingiunti avevano sostenuto che l’omissione anzidetta, a fronte di una restante generale puntuale compilazione del registro e di una possibilità di rinvenire il dato mancante all’interno del FIR, dovesse al più configuare l’ipotesi di cui all’art. 258 comma 5° D.lgs. 152/2006, trattandosi di violazione soltanto formale della previsione di cui all’art. 190 medesimo Decreto.

La Corte d’appello aveva rigettato la censura sostenendo, contrariamente, la natura sostanziale della violazione e richiamando, a sostegno delle proprie conclusioni, precedenti giurisprudenziali di legittimità asseritamente idonei a comprovare l’impossibilità di sopperire all’incompletezza descrittiva del registro di carico e scarico per relationem, attraverso il richiamo ad altra documentazione.

Con autonomi motivi di ricorso per cassazione, la difesa aveva criticato gli assunti del giudice di merito ribadendo la natura meramente formale della violazione e sottolineando come i precedenti richiamati non fossero conferenti al caso di specie, occupandosi di situazioni fattuali in cui la registrazione non era stata incompleta ma, del tutto, mancante.

Dello stesso avviso la Suprema Corte di Cassazione nella pronuncia in commento ove la stessa ha chiarito che la mancata indicazione della classe di rischio del rifiuto nel registro di carico e scarico – puntualmente compilato in tutte le altre sue parti – nei casi in cui suddetta informazione possa essere ricavata dai rispettivi formulari, non può integrare la violazione di cui all’art. 258 comma 2° D.lgs. 152/2006 ma che, di converso, ammetta l’applicabilità della disciplina di favore di cui al successivo comma quinto. I precedenti richiamati dal giudice d’appello, infatti, da un lato, riguardano ipotesi di mancata registrazione e, dall’altro, si inseriscono nel solco temporale di vigenza del Decreto Ronchi il cui art. 52 non può dirsi pienamente corrispondente all’attuale formulazione dell’art. 258 del Testo Unico Ambientale.

La normativa ora vigente, in altri termini, punisce con l’illecito amministrativo di cui all’art. 258 comma 2° D.lgs. 152/2006 i soggetti che, pur adempiendo all’obbligo di tenuta del registro di carico e scarico, non lo aggiornino, omettendo di registrare talune operazioni; il successivo comma 5°, invece, sanziona più lievamente coloro che, tenendo il registro e regolarmente aggiornandolo, forniscano informazioni incomplete, recuperabili per relationem da altra documentazione.

Cass. Civ., Sez. VI, Ord. del 12 Maggio 2022 – Ud. del 29 Aprile 2022 – n. 15184 Pres. L. G. Lombardo Rel. M. Criscuolo.

News Ambiente – Il produttore/detentore dei rifiuti risponde, in concorso con il trasportatore, del reato di trasporto in assenza di formulario

Con proprio ricorso, la difesa lamentava – tra le altre – l’erroneità delle pronunce di merito per aver le stesse ritenuto configurabile a carico del produttore del rifiuto il reato di cui agli artt. 193 e 258 comma 4° D.lgs. 152/2006 inerente al trasporto di rifiuti in assenza di formulario. A parere del ricorrente, i giudici avevano, da un lato, erroneamente interpretato il principio di diritto statuito nella sentenza n. 20862/2009, in forza del quale anche il produttore dei rifiuti è tenuto a compilare il formulario di trasporto, indebitamente equiparando la fattispecie di trasporto con F.I.R. incompleto o inesatto con quella di trasporto in assenza tout court di quest’ultimo. Dall’altro, poi, si sosteneva che i giudicanti avessero operato un’illegittima analogia in malam partem del precetto sanzionatorio, legislativamente volto a punire la condotta di colui che effettua il trasporto in assenza di idonea documentazione.

Invero, nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione – richiamando a sostegno delle proprie posizioni gli artt. 188, 193 e 258 del Testo Unico Ambientale nonché l’orientamento giurisprudenziale maturato sul tema tanto in seno alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea quanto dinanzi alle proprie sezioni (tra cui assume rilievo la citata sentenza n. 20862/2009) – è giunta ad affermare come il produttore/detentore dei rifiuti sia soggetto che, al pari del trasportatore, è chiamato dalla stessa normativa a provvedere alla compilazione e sottoscrizione del formulario di talché, in caso di omissione, lo stesso risponde dell’illecito amministrativo avendone integrato la condotta tipica e non in qualità di soggetto esterno alla fattispecie, tenuto ad obblighi di sorveglianza.

Ai fini della dichiarazione di responsabilità, in altri termini, non è stata operata alcuna illegittima analogia, potendo il produttore/detentore dei rifiuti essere chiamato a rispondere del reato di cui agli artt. 193 e 258 D.lgs. 152/2006, in concorso con il trasportatore, proprio a norma dello stesso precetto di legge nonché – ad abundantiam – del  disposto di cui all’art. 5 L. 689/1981.

Cass. Civ., Sez. II, Ord. del 21 Aprile 2022 – Ud. del 27 Gennaio 2022 – n. 12774 Pres. F. Manna Rel. R. Giannaccari.

Cass. Civ., Sez. II, Ord. del 29 Aprile 2022 – Ud. del 27 Gennaio 2022 – n. 13580 Pres. F. Manna Rel. R. Giannaccari.

News Sicurezza – Il direttore dei lavori può essere chiamato a rispondere degli infortuni realizzatisi sul luogo di lavoro ogniqualvolta lo stesso, per contratto o di fatto, si ingerisca nell’organizzazione del cantiere

Pur premettendo come – in linea generale ed astratta – il direttore dei lavori non assuma una funzione di garanzia a norma del Testo Unico Salute e Sicurezza suoi luoghi di lavoro, essendo egli deputato esclusivamente alla sorveglianza tecnica sulla buona esecuzione dell’opera, nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito come tale soggetto può essere chiamato a rispondere dell’infortunio occorso al lavoratore ogniqualvolta sia provato che lo stesso, per contratto o di fatto, si sia ingerito nell’organizzazione del cantiere così travalicando le proprie funzioni e sostituendosi ad una delle figure di garanzia destinatarie della normativa antinfortunistica.

Ai fini della prova di suddetta ingerenza, però, non vale fare richiamo, di per sé, né alla costante presenza in cantiere del direttore dei lavori nè al suo accertato costante dialogo con il datore di lavoro. Infatti, lo svolgimento delle funzioni tipiche del direttore dei lavori ammette che la presenza dello stesso in cantiere possa essere assidua o occasionale, anche variando nel corso dell’esecuzione dell’opera, a seconda della complessità dei lavori da svolgersi, essendo, inoltre, i suoi principali interlocutori il committente o il resposabile dell’impresa.

Di converso, può dirsi idoneo a provare un’assunzione da parte del direttore dei lavori di funzioni tipiche dei soggetti titolari di una posizione di garanzia a norma della disciplina antinfortunistica la circostanza dell’esistenza di un rapporto diretto con le maestranze nonché l’adozione da parte di questi di comportamenti volti ad evitare pericoli per la sicurezza dei lavoratori, quali l’adozione di apposite misure di prevenzione. Sul punto, ai fini della dichiarazione di responsabilità penale, è necessario che sussistano inequivocabili elementi probatori non potendo la circostanza fondarsi su mere supposizioni (come avvenuto, invece, nel caso di specie ove il giudice di merito aveva dichiarato la responsabilità del direttore dei lavori – il quale, il giorno prima dell’infortunio, aveva sospeso l’attività di rifacimento di un muretto in quanto in corso di esecuzione con modalità non conformi alle prescrizioni di cui al progetto, particolarmente stringenti inerendo ad un immobile sottoposto a vincoli paesaggistico e urbanistico – sulla scorta della avvenuta ripresa dei lavori asseritamente concessa, pur in assenza di idonea prova sul punto, dal direttore dei lavori conscio dell’assenza di adeguate misure di sicurezza).

Cass. Pen., Sez. IV, 20 Aprile 2022 – Ud. del 28 Gennaio 2022 – n. 15157 Pres. F.M. Ciampi Rel. M. Nardin.

News 231/2001 – L’omessa adozione di modelli di organizzazione e gestione da parte dell’ente non è sufficiente ai fini della sua dichiarazione di responsabilità

Il capo di imputazione formulato a carico della Società nel caso di specie vedeva a questa addebitato l’illecito amministrativo da reato di cui all’art. 25-septies D.lgs. 231/2001 per aver reso possibile la realizzazione del reato presupposto, commesso nel suo interesse, omettendo di dotarsi di un modello di organizzazione e gestione ideneo ad impedire la commissione di reati della stessa specie di quello realizzatosi e, in particolare, mancando di nominare un organo di vigilanza deputato alla verifica dei sistemi di sicurezza delle macchine operatrici.

Invero, nella pronuncia in commento, la Corte giunge ad affermare come elementi costitutivi dell’illecito amministrativo da reato siano: a) l’immedesimazione organica tra la persona fisica e l’ente; b) la commissione da parte della persona fisica (soggetto apicale all’interno dell’ente ovvero colui che è sottoposto alla vigilanza del primo) di uno dei reati presupposto previsti dalla  normativa; c) la colpa di organizzazione dell’ente; d) il nesso causale tra questi ultimi due.

Proprio con riferimento alla colpa d’organizzazione, la Quarta Sezione ha ricordato come l’enucleazione di tale elemento si sia resa indispensabile al fine di impedire l’insorgenza di una responsabilità oggettiva in capo all’ente, tenuto a rispondere ogniqualvolta un soggetto fisico qualificato abbia realizzato un determinato illecito. Ecco che, allora, l’ente potrà essere legittimamente chiamato a rispondere dell’illecito amministrativo da reato – da intendersi come fatto proprio colpevole – tutte le volte in cui, a seguito della commissione di un reato presupposto da parte dell’agente fisico avente le qualifiche di cui all’art. 5 D.lgs. 231/2001, la pubblica accusi provi la sua cd. colpa d’organizzazione ovvero dimostri che questi ha omesso di predisporre tutti quegli accorgimenti preventivi idonei ad impedire la realizzazione di illeciti di egual specie. In questa prospettiva, l’atteggiamento finalistico della condotta dell’agente deve essere più che conseguenza di un moto interiore soggettivo del reo, espressione di un assetto organizzativo negligente dell’impresa.

Ciò premesso, è evidente come la mancata adozione di un modello di organizzazione e gestione da parte della persona giuridica non sia in grado di assurgere ad elemento costitutivo dell’illecito di talché l’omessa, inadeguata o inefficace adozione del modello non può di per sé essere posta a fondamento della dichiarazione di responsabilità ex 231/2001.

Ne deriva, a detta della Corte, l’evidente equivoca formulazione del capo di imputazione e il difetto della motivazione del giudice di merito che ha fondato la dichiarazione di condanna, da un lato, sulla scorta della provata assenza di un modello di organizzazione e gestione dell’ente e del conseguente risparmio di tempo derivatone e, dall’altro, sull’omessa vigilanza sui sistemi di sicurezza dei macchinari. In ordine a quest’ultimo aspetto, è interessante notare come la Quarta Sezione abbia chiarito come i profili afferenti alle dotazioni di sicurezza e al controllo sullo specifico macchinario in cui si è verificato l’infortunio ineriscano alla responsabilità del datore di lavoro persona fisica e non abbiano niente a che fare con la colpa d’organizzazione dell’ente.

D’altro canto, il compito di vigilanza suddetto non può porsi in capo all’organismo di vigilanza il quale, contrariamente, è tenuto a verificare l’osservanza dei modelli.

Cass. Pen., Sez. IV, 10 Maggio 2022 – Ud. del 15.02.2022 – n. 18413 Pres. S. Dovere Rel. A. Rinaldi.

News 231/2001 – La Cassazione torna a pronunciarsi sulla rilevanza dell’esiguità del risparmio conseguito dall’ente nei casi di accertati ingenti investimenti sostenuti per la sicurezza

Occorre, in premessa, ricordare come con sentenza n. 22256 del 03.03.2021 – depositata in cancelleria il successivo 08.06.2021 – la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione avesse sancito il seguente principio di diritto: al fine di evitare un’indebita automatica imputazione dell’ente a fronte di qualsivoglia ravvisata omissione di una misura di prevenzione (che comporta, quasi sempre, un risparmio di spesa) è necessario che il giudice – il quale abbia accertato l’esiguità del risparmio conseguito dall’ente in un contesto di tendenziale osservanza della normativa – provi che le contestate omissioni siano dipese da un’oggettiva prevalenza delle esigenze aziendali di massimizzazione del profitto su quelle di tutela dei lavoratori.

Con la pronuncia in commento, la Quarta Sezione ha, però, ribadito come l’assunto giuridico anzidetto non assuma una portata generale con conseguente totale irrilevanza, nel caso sub iudice, del profilo dell’esiguità del vantaggio ottenuto a fronte di appurate ingenti spese sostenute dall’ente per la manutenzione e sicurezza dei luoghi e delle attrezzature di lavoro.

Ed infatti, tale profilo può assumere rilevanza solo in un contesto in cui vi sia la prova, da un lato, che la persona fisica non abbia agito perseguendo intenzionalmente un interesse dell’ente e, dall’altro, della generale osservanza in azienda delle disposizioni normative. In altri termini, l’esiguità del vantaggio può assumere rilievo solo nei casi in cui l’omissione della cautela sia dipesa da una sottovalutazione del rischio o da un errato apprezzamento delle misure necessarie e non invece allorquando – come nel caso in esame – la misure fossero state adeguatamente previste ma a lungo consapevolemente disattese.

Cass. Pen., Sez. IV, 07 Aprile 2022 – Ud. del 24.03.2022 – n. 13218 Pres. V. Pezzella Rel. L. Vignale.

Cass. Pen., Sez. IV, 08 Giugno 2022 – Ud. del 03.03.2021 – n. 22256 Pres. P. Piccialli Rel. P. Proto Pisani.

News Ambiente – La mancata richiesta di rinnovo dell’autorizzazione ai sensi delle norme transitorie di cui D.lgs. 152/1999 integra la violazione di cui all’art. 124 D.lgs. 152/2006

A seguito dell’accertamento di scarichi non autorizzati, la Pubblica Amministrazione aveva irrogato a carico del Sindaco una sanzione per la violazione di cui all’art. 124 D.lgs. 152/2006, confermata in tutti i gradi di merito del giudizio. Con autonomo motivo di ricorso per cassazione, la difesa, però, lamentava la violazione del principio di legalità di cui all’art. 1 L. 689/1981 ritenendo che, nel caso di specie, si vertesse in un’ipotesi di mancato rispetto della disposizione di cui all’art. 62 comma 11 D.lgs. 152/1999 (in virtù della quale i titolari degli scarichi già autorizzati ai sensi della disciplina previgente di cui alla L. 319/1976 avrebbero dovuto procedere alla richiesta di nuova autorizzazione allo scadere della precedente e comunque non oltre i quattro anni successivi l’entrata in vigore del presente decreto) – violazione non assistita da alcuna sanzione – e non, invece, di mancata autorizzazione preventiva di cui all’art. 124 D.lgs. 152/2006.

Per la Seconda Sezione Civile, però, la doglianza è infondata.

Da un lato, la Corte rileva come l’art. 62 comma 11 D.lgs. 152/1999 riguardi il materiale adeguamento degli impianti esistenti e già autorizzati alla nuova disciplina normativa mentre il precedente art. 45 comma 7 regolamenti il regime delle prescritte autorizzazioni, stabilendo – con precipuo riferimento agli impianti già autorizzati – la validità del titolo per complessivi quattro anni e imponendo l’obbligo di rinnovo con almento un anno di anticipo rispetto alla scadenza. Solo in tal caso, prevede la norma, lo scarico potrà essere proseguito – anche a seguito della scadenza dell’autorizzazione  e pur sempre nel rispetto delle prescrizioni ivi previste e sino all’adozione del nuovo provvedimento.

A detta della Corte, la mancata richiesta di rinnovo nei termini ha reso illegittimo lo scarico in quanto proseguito in assenza di valido titolo; è la stessa normativa richiamata dal ricorrente, infatti, ad equiparare la situazione di mancanza originaria dell’autorizzazione al suo venir meno per scadenza del termine.

Dall’altro, si evidenzia come analoga regolamentazione sia contenuta nell’art. 124 comma 8 D.lgs. 152/2006, la cui violazione è punita ai sensi dell’art. 133 D.lgs. 152/2006. La norma, infatti, sanziona chiunque apra o effettui scarichi di acque reflue domestiche o di reti fognarie senza l’autorizzazione di cui all’art. 124; disposizione che, quindi, viene richiamata nella sua totalità e che, pertanto, giustifica la punibilità anche per l’effettuazione di uno scarico in assenza di richiesta di rinnovo dell’autorizzazione avanzata nel rispetto del termine di cui all’art. 124 comma 8 D.lgs. 152/2006.

Cass. Civ., Sez. II, Ord. 09 Marzo 2022 – Ud. del 13.01.2022 – n. 7608 Pres. M. Bertuzzi Rel. D. Cavallari.