News Sicurezza – Le sanzioni di cui all’art. 87 comma 2° lett. c) D.lgs. 81/2008 non possono essere applicate al datore di lavoro che utilizzi attrezzature in assenza della necessaria abilitazione

E’ questo il principio di diritto sancito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Commissione per gli interpelli in materia di salute e sicurezza sul lavoro con interpello n. 1/2020.

Si premetta come, ai sensi degli artt. 71 comma 7° lett. a) e 74 comma 4° D.lgs. 81/2008, il datore di lavoro sia obbligato a riservare l’utilizzo delle attrezzature che richiedano specifiche competenze e conoscenze tecniche a lavoratori a ciò formati, informati ed addestrati, esponendosi altrimenti all’irrogazione della sanzione penale di cui all’art. 87 comma 2° lett. c) del Decreto citato.

La questione giuridica proposta dalla Regione Friuli Venezia Giulia nel caso di specie concerne la possibilità di ritenere punibile – in forza delle disposizioni richiamate – anche il datore di lavoro che faccia personalmente uso dell’attrezzatura in assenza di idonea abilitazione. Ciò in quanto, a seguito della novella legislativa introdotta ad opera del D.lgs. 151/2015, il divieto di utilizzo di attrezzature quali quelle dinanzi indicate è esteso a qualsiasi operatore, tale dovendosi considerare non solo il lavoratore ma anche il datore di lavoro che ne faccia uso (art. 69 comma 1° lett. e) D.lgs. 81/2008).

Richiamata la normativa applicabile, la Commissione competente ha statuito come – in assenza di una modifica legislativa in punto alle disposizioni di cui agli artt. 71 comma 7° lett. a), 74 comma 4° e 87 comma 2° lett. c) D.lgs. 81/2008 – il principio di tipicità che governa il sistema penale impedisca di estendere le sanzioni di cui all’art. 87 a fattispecie da esso non comtemplate e, più precisamente, non consenta di ritenere ricomprese nel disposto di cui agli artt. 71 e 74  – i quali fanno espresso richiamo ai lavoratori – le ipotesi in cui a non essere adeguatamente formato sia lo stesso datore.

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Commissione per gli interpelli in materia di salute e sicurezza sul lavoro, interpello n. 1 del 23 Gennaio 2020 recante «Interpello ai sensi dell’articolo 12 del d.lgs.n. 81/2008 e successive modificazioni in merito “all’applicazione della sanzione prevista per la violazione dell’art. 71 comma 7 e art. 73 comma 4 del D.Lgs. 81/08» .Seduta della Commissione del 23 gennaio 2020”.

News 231/2001 – La causa di esclusione della punibilità di cui all’art. 131bis c.p. non trova applicazione con riferimento alla responsabilità amministrativa da reato degli enti

Nella pronuncia in esame, la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha ribadito come la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto non possa trovare applicazione con riferimento alla responsabilità amministrativa da reato dell’ente in quanto quest’ultima – costituendo un tertium genus rispetto alla responsabilità penale e amministrativa – si pone, rispetto a queste, in una posizione di piena autonomia. L’istituto di cui all’art. 131 bis c.p., pertanto, non può configurarsi a favore di una persona giuridica in quanto strutturalmente e legislativamente connesso ad un illecito penale che è mero presupposto della responsabilità di cui al D.lgs. 231/2001 fondata, invece, sul rimprovero ordinamentale mosso all’ente per la sua cd. colpa di organizzazione. Inoltre, dal principio di diritto anzidetto deriva che l’eventuale dichiarazione di non punibilità pronunciata a favore del reo è irrilevante ai fini dell’accertamento della responsabilità di cui al D.lgs. 231/2001, dovendo il giudice procedervi in via autonoma ed indipendente.

Cass. Pen., Sez. III, 15 Gennaio 2020 – Ud. del 10.07.2019 – n. 1420

News Ambiente – Ai fini dell’ammissibilità in discarica dei rifiuti è necessario che la caratterizzazione di base e la verifica di conformità vengano effettuate entro il 31 Dicembre dell’anno civile di riferimento

Ai sensi dell’art. 2 comma 3° del Decreto del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, al fine di determinare l’ammissibilità dei rifiuti  in ciascuna categoria di discarica, è necessario che il produttore degli stessi proceda alla loro caratterizzazione di base tanto all’atto del conferimento in discarica quando all’esito di ogni successivo trattamento e, quanto meno, una volta all’anno; con la medesima frequenza temporale, il gestore della discarica è tenuto alla verifica di conformità così come disposto dal successivo art. 3 comma 2° del D.M. richiamato. Il dubbio intepretativo a cui il Giudice di legittimità ha posto rimedio nella sentenza in esame concerneva l’esatto significato da attribuire alla locuzione «e, comunque, almeno una volta l’anno»: prospettata la tesi del ricorrente – in forza della quale suddetta espressione impone al produttore di rifiuti ed al gestore di effettuare le opportune operazioni almeno una volta ogni anno solare – e quella del Giudice di primo grado – per cui, invece, le stesse avrebbero dovuto essere ripetute ogni dodici mesi con decorrenza dall’ultima verifica –  la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha affermato come la tesi preferibile sia la prima in quanto, da un lato, il riferimento testuale all’anno tout court considerato non può che rievocare il concetto di anno solare e, d’altro canto, se il legislatore (e, nel caso di specie, anche la Provincia in sede di rilascio dell’A.I.A. ove si faceva pedissequo richiamo alla prescrizione anzidetta) avesse inteso far richiamo ad una durata annuale avente diversa decorrenza – e quindi da calcolare a partire dall’ultima caratterizzazione o verifica – lo avrebbe – fuori di dubbio – specificato.

Cass. Pen., Sez. III, 26 Agosto 2019 – Ud. del 17.04.2019 – n. 36400

News Ambiente – La deroga di cui all’art. 272 comma 5° TUA non si applica agli stabilimenti la cui attività non sia destinata esclusivamente alla difesa e sicurezza del Paese

Nella decisione in esame, la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a definire quello che è l’effettivo campo applicativo della deroga alla richiesta ed ottenimento di autorizzazione alle emissioni in atsmosfera riconosciuta dagli artt. 272 comma 5° D.gs. 152/2009 e 361 D.lgs. 66/2010 a favore degli “stabilimenti destinati alla difesa nazionale”. Ed è proprio la corretta definizione da attribuire all’espressione da ultimo menzionata a costituire il perno della soluzione giuridica prospettata dal Giudice di legittimità: richiamando, dapprima, l’elencazione contenuta nell’art. 233 del D.lgs. 66/2010, il Collegio ha ribadito il principio di diritto già enunciato dalla Corte Costituzionale in virtù del quale – ai fini dell’operatività della deroga di cui all’art. 272 citato – è necessario considerare non solo la natura militare dell’Amministrazione interessata ma anche valutare la «contestuale presenza di specifiche caratteristiche oggettive – teleologiche, finalizzate proprio alla difesa e sicurezza del paese (Corte cost., sententa n. 150 dell’1.4.1992).». Alla luce di ciò un arsenale militare, all’interno del quale vengono svolte attività di manutenzione di una nave appartenente ad una compagnia privata di navigazione, non può avvantaggiarsi della normativa di favore ma è tenuto a munirsi di apposita autorizzazione.  

Cass. Pen., Sez. III., 18 Luglio 2019 – Ud. del 24.05.2019 – n. 31640

News Ambiente – La disciplina in materia di scarichi idrici si applica anche alle acque stagnanti

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha affermato che il Decreto Legislativo n. 152/2006 – e, più specificamente, la sua Parte III – costituisce un corpo normativo a portata generalizzata, volto alla tutela della risorsa naturale “acqua” da qualsiasi forma di inquinamento. L’applicazione di suddetto principio allo specifico settore degli “scarichi” importa che la relativa nozione non ammette distinzioni di sorta dovendo essere riferita tanto a scarichi pubblici quanto privati, tanto recapitanti nel suolo, nel sottosuolo, in fognature o in acque, siano quest’ultime superficiali o sotterranee, interne o marine, pubbliche o private, e comprese quelle particolari forme di scarico che stoccano residui liquidi in ambienti chiusi. Ne deriva la totale assenza di fondamento della censura difensiva la quale esigeva di escludere dalla disciplina degli scarichi le acque giacenti o stagnanti.

 Cass. Pen., Sez. III., 18 Luglio 2019 – Ud. del 24.05.2019 – n. 31640

News Sicurezza – Anche i cd. “rischi rari” devono essere oggetto di previsione ed analisi da parte del datore di lavoro nella redazione del D.V.R.

Richiamando il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella nota sentenza Thyssenkrupp, la Quarta Sezione del Supremo Consesso ha ribadito come l’analisi e la previsione dei rischi da parte del datore di lavoro deve essere condotta prendendo in considerazione tre parametri: la propria esperienza, l’evoluzione scientifica e la verificabile probabilità statistica di verificazione di quello specifico rischio rispetto ad una determinata lavorazione o ambiente di lavoro. In questi termini, anche i cd. eventi rari devono essere valorizzati all’interno del Documento di Valutazione dei rischi di cui all’art. 28 del D.lgs. 81/2008 in quanto, per definizione, eventi suscettibili di verificazione sebbene con frequenza molto bassa. Altrimenti detto – l’esenzione dall’obbligo di previsione e prevedibilità dei rischi aziendali – e conseguente predisposizione delle misure precauzionali e dei presidi di sicurezza opportuni – è connessa non alla non conoscenza diretta o indiretta degli stessi da parte del garante ma all’impossibilità scientifica di osservare e catalogare gli eventi che li realizzano. 

Cass. Pen., Sez. IV, 19 Giugno 2019 – Ud. del 10.01.2019 – n. 27186

News 231/2001 – La contestazione dell’illecito ai sensi dell’art. 59 D.lgs. 231/2001 ha effetto interruttivo della prescrizione dal giorno dell’emissione dell’atto in cui è contenuta e non dalla sua notifica

In premessa, si rammenti come, a tenore della disposizione di cui all’art. 22 D.lgs. 231/2001, le sanzioni amministrative si prescrivono nel termine di cinque anni dalla data di verificazione dell’illecito amministrativo da reato imputato all’ente e come  – per quanto qui di interesse – è idonea ad interrompere il su citato termine – con decorso ex novo dello stesso solo a seguito dell’intervenuta pronuncia definitiva – la contestazione dell’illecito effettuata a norma dell’art. 59 D.lgs. 231/2001 e contenuta in uno degli atti indicati dall’art. 405 c.p.p.. Nella pronuncia in commento, la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione è tornana sul tema – da anni dibattuto – concernente l’individuazione del momento di produzione degli effetti interruttivi della prescrizione dell’illecito amministrativo da reato dell’ente, ritenendo condivisibile quell’orientamento in forza del quale l’effetto interruttivo della prescrizione si realizza alla data di emissione – e non da quella di notifica –  del provvedimento a mezzo del quale il Pubblico Ministero esercita l’azione penale, in conformità con il regime previsto per il procedimento penale con il quale la disciplina in parola condivide l’interesse primario della tutela della pretesa punitiva dello Stato. Di converso, il rinvio operato dalla legge delega alle norme civilistiche attiene esclusivamente al contenuto degli effetti interruttivi importando la sospesione del decorso del termine di prescrizione sino alla data di passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio: ciò alla luce dell’esigenza di assicurare la compatibilità dell’azione imprenditoriale con l’interesse generale così come previsto dall’art. 41 Cost.

Cass. Pen., Sez. IV, 12 Luglio 2019 – Ud. del 09.04.2019 – n. 30634

News Sicurezza – Il datore di lavoro è responsabile dell’infortunio occorso al dipendente nell’esecuzione di lavorazioni che, benché non oggetto del contratto d’appalto, siano prevedibile sviluppo dello stesso

Dapprima richiamando l’impianto normativo in materia di gestione di rischio interferenziale e, più precisamente, gli artt. 26, 89 e 95 del D.lgs. 81/2008, la Suprema Corte di Cassazione, nella pronuncia in esame, ha chiarito come il datore di lavoro possa essere chiamato a rispondere – a determinate condizioni – dell’evento lesivo occorso ai danni di un proprio dipendente nell’atto di eseguire lavorazioni in collaborazione con il personale di altra impresa esecutrice, operante nei medesimi locali, pur allorquando queste non fossero ricomprese nelle pattuizioni contrattuali e il loro svolgimento non fosse stato portato a preventiva conoscenza del garante. Nello specifico, è necessario che si tratti di lavorazioni che costituiscono il prevedibile sviluppo dell’attività accordate fra il committente e l’impresa esecutrice e che l’evento si ponga come concretizzazione del rischio tipico di suddette lavorazioni, in assenza di predisposizione di misura alcuna volta ad evitare il verificarsi dello stesso.

Cass. Pen., Sez. Fer., 24 Settembre 2019 – Ud. del 20.08.2019 – n. 39072

News Sicurezza – E’ da considerarsi Dispositivo di Protezione Individuale qualsiasi attrezzatura idonea a mettere in sicurezza il lavoratore rispetto a qualunque rischio lavorativo

L’obbligo del datore di lavoro di dotare i propri dipendenti di idonei presidi individuali di protezione trova la sua ratio giustificatrice nel disposto costituzionale di cui all’art. 32 Cost., ponendosi, pertanto, l’art. 2087 c.c. quale concretizzazione dell’esigenza di tutelare il diritto inviolabile alla salute dell’individuo. In questi termini, la disposizione normativa di settore non può che essere letta in chiave estensiva; ne deriva che è da considerarsi quale Dispositivo Individuale di Protezione – con conseguente obbligo di messa a disposizione dei lavoratori e di verifica di efficienza (anche nella forma del lavaggio degli indumenti al fine di evitare la diffusione di infezioni, come nel caso di specie) – qualsiasi attrezzatura che, benché non commercializzata come tale sul mercato, sia riconducibile ad indumenti, completamenti o accessori idonei a fungere da presidi, seppur parziali e limitati, rispetto ad un qualsiasi pericolo a cui il lavoratore potrebbe essere esposto nello svolgimento della sua mansione.

Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. del 26 Giugno 2019 – Ud. del 03.04.2019 – n. 17132

News Sicurezza – Ai fini della responsabilità del datore di lavoro è necessario provare la sua conoscenza o conoscibilità di prassi aziendali incaute

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha, in primo luogo, ribadito come sia da considerarsi fuor di dubbio responsabile il datore di lavoro il quale ometta di predisporre procedure atte ad assicurare l’utilizzo in sicurezza di attrezzature e macchinari aziendali e ad impedire che i lavoratori rimuovano gli opportuni dispositivi di protezione. Ha, però, precisato come –  ai fini della pronuncia di responsabilità del datore di lavoro per l’evento lesivo occorso ai danni del lavoratore e causalmente connesso alla mancata adozione dei presidi di cui sopra – è opportuno verificare in termini di certezza che, pur allorquando ciò sia frutto di una prassi aziendale consolidata – comunque la stessa fossa conosciuta dal datore di lavoro o dal medesimo ignorata con colpa. Tale accertamento – il quale deve essere fondato o su di una interferenza di natura logica o, in assenza, su elementi probatori certi ed oggettivi – risponde all’esigenza di evitare una responsabilità “di posizione” del datore di lavoro, inacettabile alla luce del divieto di responsabilità oggettiva sancito dall’art. 27 Cost. così come interpretato dalla Corte Costituzionale già a partire dalla nota sentenza n. 346/1988.

Cass. Pen., Sez. IV, 15 Maggio 2019 – Ud. del 03.04.2019 – n. 20833