News Ambiente – Il 26 Settembre 2020 è entrato in vigore il D.lgs. 116/2020 il quale introduce importanti modifiche alla Parte IV del D.lgs. 152/2006

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale al n. 226 del 11 Settembre 2020, il Decreto Legislativo n. 116 del 03 Settembre 2020 ha profondamente mutato il testo legislativo di cui alla Parte IV del Testo Unico Ambientale, dando finalmente attuazione a due delle quattro direttive comunitarie in materia di economia circolare; il riferimento corre, più precisamente, alle direttive UE/851/2018 e UE/852/2018, inerenti rispettivamente alla disciplina dei rifiuti e degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggi.

Tra le modifiche introdotte ed in vigore a decorrere dal 26 Settembre 2020, possiamo citare le seguenti:

 – In relazione al Titolo I Capo I, sono stati completamente riscritti gli articoli relativi alla Responsabilità estesa del produttore, alla prevenzione della produzione dei rifiuti, alla responsabilità della gestione di questi ultimi nonché al sistema di tracciabilità (SISTRI), al catasto dei rifiuti, al Registro cronologico di carico e scarico e al trasporto dei rifiuti, con inserimento di una nuova disposizione in materia di trasporto intermodale. Inoltre, nel testo dell’art. 183 sono state inserite o modificate le definizioni di: “rifiuto urbano”, “rifiuti di costruzione e demolizione”, “rifiuti organici”, “rifiuti alimentari”, “responsabilità estesa del produttore”, “gestione dei rifiuti”, “recupero di materia”, “riempimento”, “deposito temporaneo prima della raccolta” – a cui ora è dedicato il nuovo art. 185bis e “compost”;

– In relazione al Titolo I Capo III, sono stati introdotti due nuovi articoli: l’art. 198bis a mezzo del quale si demanda al Ministero dell’Ambiente e delle tutela del territorio e del mare, d’intesa con l’ISPRA, la predisposizione del Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti e l’art. 205bis che detta le regole per il calcolo degli obiettivi fissati dall’art. 181. Inoltre, è stato modificato (fra gli altri) l’art. 205 inerente alle misure per incrementare la raccolta differenziata;

– In relazione al Titolo II, inerente alla gestione degli imballaggi, il D.lgs. 116/2020 è invervenuto sul testo dell’art. 219, dettando i principi per l’attività di gestione integrata dei rifiuti di imballaggio. Al fine di conformarsi a tali principi, tanto i produttori e gli utilizzatori quanto gli enti di governo di ambito territoriale o i Comuni sono tenuti al raggiungimento degli obiettivi finali di riciclaggio e recupero imposti dall’Allegato E alla Parte IV, nel primo caso, da calcolarsi sulla base delle modalità prescritte dal nuovo art. 220 e, nel secondo caso, da attuarsi per il tramite dell’istituzione di sistemi adeguati di raccolta differenziata come previsto dal modificato art. 222. Inoltre, si è incentivata l’adesione dei produttori ad appositi consorzi che ora, in alternativa a quelli previsti dall’art. 223, possono anche essere autonomamente costituiti purché riconosciuti dal Ministero dell’ambiente (art. 221bis);

– In relazione al Titolo III, inerente alla gestione di particolari tipologie di rifiuti, vi è stata una completa riscrittura dell’art. 227 – in materia di rifiuti elettrici ed elettronici, rifiuti di pile e accumulatori, rifiuti sanitari, veicoli fuori uso e prodotti contenenti amianto – nonché dell’art. 237, in ordine ai criteri direttivi dei sistemi di gestione;

– In ultimo, è stato modificato anche il Titolo VI in materia di sanzioni, l’Allegato I, paragrafo 4.2, del decreto del Ministro dell’Ambiente della tutela del territorio e del mare 8 aprile 2008 e gli Allegati C, D, E, F ed I alla Parte IV del D.lgs. 152/2006 ed ivi sono stati inseriti gli Allegati L-ter e L-quater.

Decreto Legislativo n. 116 del 03 Settembre 2020 recante “Attuazione della direttiva (UE) 2018/851 che modifica la direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti e attuazione della direttiva (UE) 2018/852 che modifica la direttiva 1994/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio”.

News Ambiente – Il 27 Settembre 2020 è entrato in vigore il D.lgs. 119/2020 il quale introduce modifiche in materia di veicoli fuori uso

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale al n. 227 del 12 Settembre 2020, il Decreto Legislativo n. 119 del 03 Settembre 2020 dà attuazione in Italia al paragrafo 1 della Direttiva UE/849/2018, così parzialmente modificando il testo normativo di cui al Decreto Legislativo n. 209/2003 relativo ai veicoli fuori uso.

Accanto ad un adeguamento testuale dei rinvii operati al D.lgs. 22/1997 ora sostituito dal D.lgs. 152/2006, tra le novità più rilevanti introdotte possiamo far menzione delle seguenti:

– in relazione all’operazione di raccolta, all’art. 5 D.lgs. 209/2003 è stato aggiunto un comma 1bis il quale prevede che il veicolo destinato alla demolizione e accettato dal concessionario o dal gestore della succursale della casa costruttrice o dell’automercato debba essere gestito in regime di deposito temporaneo, ai fini del successivo trasporto presso centri di raccolta autorizzati. E’ stato poi modificato il comma 10 dell’articolo in parola con l’introduzione del Registro Unico telematico dei veicoli fuori uso, il quale è istituito presso il centro elaborazioni dati della Direzione Generale per la motorizzazione delle infrastrutture e dei trasporti;

– in ordine alle prescrizioni di trattamento dei veicoli fuori uso di cui all’art. 6, è stato ora stabilito che le operazioni di messa in sicurezza degli stessi, anche quando non ancora cancellati dal PRA, debbano avvenire non più “al più presto” ma entro «entro 10 giorni lavorativi dall’ingresso dei veicolo nel centor di raccolta»; inoltre, si è posto a carico dei produttori l’onere di assicurare le migliori prestazioni ambientali nonché l’efficienza dei centri di raccolta convenzionati attraverso la verifica dei modelli unici di dichiarazione ambientale di questi ultimi e il possesso, ove disponibile, delle certificazioni ISO 9001 e 14001, EMAS o altro sistema equivalente di gestione qualità;

– in materia di recupero e reimpiego dei veicoli di cui all’art. 7, al fine di massimizzare il riciclaggio ed il recupero energetico dei materiali o delle componenti non metalliche, è stata prevista la facoltà per le associazioni di categorie dei produttori o delle imprese che effettuano la raccolta, il riciclaggio o il recupero – comprese quelle che effettuano recupero di energia ovvero utilizzano materiali o componenti non metalliche quale combustibile solido secondario – di stipulare accordi di programma triennali per il conferimento a sistemi di gestione di filiera con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare; inoltre, è stato imposto ai responsabili degli impianti di trattamento di comunicare annualmente il peso effettivo dei veicoli fuori uso ottenuto dal sistema di pesatura posto all’ingresso del centro di raccolta;

– è stata introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria a carico dei soggetti che effettuino attività  di raccolta, trasporto e trattamento dei veicoli fuori uso e dei relativi componenti e materiali per il caso in cui gli stessi omettano di effettuare la comunicazione di cui all’art. 11 comma 3 (inerente ai dati relativi ai materiali, ai prodotti ed ai componenti ottenuti ed avviati al reimpiego, al riciclaggio e al recupero) ovvero la presentino in maniera incompleta o inesatta. Nel primo caso, la sanzione amministrativa è accompagnata dalla sanzione della sospensione dell’attività per un periodo fra i due e i sei mesi mentre, nel secondo caso, è possibile rettificare o completare la dichiarazione entro 60 giorni dalla data di presentazioni prevista.

Decreto Legislativo n. 119 del 03 Settembre 2020 recante “Attuazione dell’articolo 1 della direttiva (UE) 2018/849, che modifica la direttiva 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso”.

News Ambiente – Il 27 Settembre 2020 è entrato in vigore il D.lgs. 118/2020 il quale introduce novità in materia di pile, accumulatori ed AEE e relativi rifiuti

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale al n. 227 del 12 Settembre 2020, il Decreto Legislativo n. 118 del 03 Settembre 2020 si pone come attuazione dei paragrafi 2 e 3 della Direttiva UE/849/2018, modificativa delle precedenti direttive CE/66/2006 e UE/19/2012 rispettivamente in materia di pile ed acculumatori e rifiuti degli stessi nonché di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

Per entrambi gli ambiti – a mezzo modifica dell’art. 31 del D.lgs. 49/2014 (per i RAEE) e dell’art. 24 del D.lgs. 188/2008 (per le pile e gli accumilatori e i relativi rifiuti) – sono stati introdotti obblighi di comunicazione annuale a fini informativi a favore della Commissione Europea.

Con specifico riferimento, invece, alla disciplina dei cd. RAEE, è stata, inoltre, riconosciuta la possibilità di dare avvio all’attività dei sistemi collettivi di nuova costituzione nelle more dell’approvazione del relativo statuto e comunque non prima del termine di novanta giorni dall’invio di quest’ultimo al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare nonché sono state dettate disposizioni puntuali inerenti al finanziamento della gestione dei RAEE derivanti da AEE (posto a carico dei produttori indipendentemente dalla data di immissione sul mercato di tali apparecchiature e dall’origine domestica o professionale delle stesse), con particolare riferimento ai pannelli fotovoltaici.

Decreto Legislativo n. 118 del 03 Settembre 2020 recante “Attuazione degli articoli 2 e 3 della direttiva (UE) 2018/849, che modificano le direttive 2006/66/CE relative a pile e accumulatori e ai rifiuti di pile e accumulatori e 2012/19/UE sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche”.

News Ambiente – In data 28 Agosto 2020 è entrato in vigore il D.lgs. 102/2020 il quale ha introdotto modifiche alla disciplina sulle emissioni in atmosfera

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale al n. 202 del 13 Agosto 2020, il Decreto Legislativo n. 102 del 30 Luglio 2020 ha profondamente inciso sulla disciplina delle emissioni in atmosfera – di cui alla Parte V del Testo Unico Ambientale – al precipuo scopo – come è dato evincere dal Titolo – di limitare l’emissione di taluni inquinanti originati da impianti di combustione medi, da un lato, e di riordinare il quadro normativo degli stabilimenti produttori di emissioni, dall’altro.

Le novità di maggiore rilevanza introdotte possono così essere sintetizzate:

– sono state inserite nel testo dell’art. 268 D.lgs. 152/2006 le due nuove definizioni di “emissioni odorigene” e “solvente organico”;

– con riferimento all’art. 269 D.lgs. 152/2006, è stato stabilito che, all’interno dell’Autorizzazione alle emissioni in atmosfera, i valori limite debbano essere «identificati solo per sostanze e parametri valutati pertinenti in relazione al ciclo produttivo» ed ivi riportati unitamente al metodo di monitoraggio prescritto nonché che tutti gli oneri relativi all’istruttoria siano posti a carico del richiedente in conformità ad apposito tariffario adottato dall’autorità competente; inoltre, è stata dettata una specifica procedura da applicare in caso di mutamento del gestore dello stabilimento ovvero di cessione di parte dello stesso;

– è stato espressamente sancito un obbligo di limitazione nell’utilizzo nonché di sostituzione, non appena tecnicamente ed economicamente possibile, delle sostanze classificate come cancerogene o tossiche per la riproduzione o mutagene e di quelle aventi tossicita’ e cumulabilita’ particolarmente elevata nonché di quelle classificate come estremamente preoccupanti dal regolamento CE/1907/2006. Sul punto, sono previsti obblighi di invio di un’apposita relazione (con la quale si analizza «la disponibilita’ di alternative, se ne considerano i rischi e si esamina la fattibilita’ tecnica ed economica della sostituzione delle predette sostanze») nonché di autorizzazione, differenziati nelle tempistiche a seconda che si faccia riferimento a stabilimenti che alla data di entrata in vigore del provvedimento facciano uso di tali sostanze o meno;

– in ordine agli stabilimenti in deroga, l’esclusione dell’operatività della disciplina di cui all’art. 272 D.lgs. 152/2006 è ora stata estesa a tutti i casi in cui vengano utilizzate «nei cicli produttivi da cui originano emissioni» (in luogo di «nell’impianto e nell’attività») non sole le sostanze o miscele aventi indicazioni di pericolo H350, H340, H350i, H360D, H360F, H360FD, H360Df e H360Fd ma anche quelle classificamente come estremamente preoccupanti ai sensi della normativa europea vigente;

– per quel che concerne i medi impianti di combustione, da un lato, è stato previsto che, fermi restando i termini di adeguamento alla disciplina introdotta con D.lgs. 183/2017 dallo stesso fissati, l’adeguamento possa essere richiesto altresì dall’autorità competente la quale può anche stabilire appositi calendari e criteri temporali per la presentazione delle domande e delle comunicazioni previste dal comma sesto; inoltre, sono stati esclusi dalla definizione di medi impianti di combustione gli  «impianti di combustione aventi potenza termica nominale pari o superiore a 1 MW per effetto delle norme di aggregazione previste dall’articolo 270 o dall’articolo 272, comma 1, salvo il caso in cui sia previsto l’effettivo convogliamento a punti di emissione comuni», per i quali valgono «i valori limite di emissione specificamente previsti dal presente decreto per gli impianti aventi potenza termica nominale inferiore a 1 MW e le norme sui controlli previste dall’articolo 272, comma 1-bis»;

– sono state previste sanzioni amministrative pecuniarie per i casi in cui il titolare dello stabilimento ometta di effettuare le comunicazioni previste dall’art. 269 comma 8 e 11bis nonché per il  caso in cui egli ometta di presentare la domanda o la relazione di cui all’art. 271 comma 7bis ovvero la domanda di cui all’art. 273bis comma 6° ovvero di effettuare una delle comunicazioni di cui all’art. 273bis comma 6° e 7° lett. c) e d); inoltre, in relazione all’art. 279 comma 3° prima parte e 4°, le contravvenzioni di messa in esercizio di un impianto o avvio di un’attività in assenza delle idonee comunicazioni ovvero di omessa trasmissione dei dati relativi alle emissioni sono state depenalizzate;

– l’obbligo per gli impianti disciplinati dal Titolo I della Parte V del D.lgs. 152/2006, di dotarsi, ove tecnicamente possibile, di un sistema di controllo della combustione che consenta la regolazione automatica del rapporto aria-combustibile – già introdotto con D.lgs. 183/2017 – è stato ulteriormente precisato con indicazione degli obiettivi e delle caratteristiche che l’impianto stesso deve garantire per poter essere considerato conforme;

– in ultimo, sono state introdotte della modifiche agli allegati alla Parte V ed è stata dettata, nell’art. 3, una disciplina transitoria.

Decreto Legislativo n. 102 del 30 Luglio 2020 recante “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 15 novembre 2017, n. 183, di attuazione della direttiva (UE) 2015/2193 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2015, relativa alla limitazione delle emissioni nell’atmosfera di taluni inquinanti originati da impianti di combustione medi, nonche’ per il riordino del quadro normativo degli stabilimenti che producono emissioni nell’atmosfera, ai sensi dell’articolo 17 della legge 12 agosto 2016, n. 170”

News Ambiente – In vigore le nuove disposizioni in materia di semplificazioni ambientali previste dal D.L. 76/2020

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 178 del 16.07.2020 Supplemento Ordinario n. 24, il Decreto Legge n. 76 – recante “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” – ha introdotto talune modifiche al D.lgs. 152/2006 incidendo, in particolare, sulle procedure di valutazione di impatto ambientale nonché su quelle di realizzazione di interventi ed opere in siti oggetto di bonifica e su quelle di bonifica dei siti di interesse nazionale.

Rispetto al primo profilo, l’art. 50 ha – fra le altre novità – provveduto ad un’integrale riscrittura degli artt. 19 e 20 D.lgs. 152/2006, relativi alla modalità di svolgimento del procedimento di verifica di assoggettabilità a VIA e dell’eventuale consultazione preventiva, nonché ad un’interpolazione delle disposizioni di cui agli artt. 27 e 27-bis in materia di provvedimento autorizzatorio unico, statale e regionale. Inoltre, ha istitutito una Commissione tecnica per il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e per il Clima (PNIEC), demandando a successivi decreti interministeriali l’individuazione delle aree, dei progetti e delle opere necessarie per l’attuazione del Piano suddetto.

A mezzo dell’art. 52, invece, il legislatore ha inserito nel testo normativo di cui al D.lgs. 152/2006 l’articolo 242-ter in virtù del quale è data possibilità di realizzare, nei siti già oggetto di interventi di bonifica, opere altre e diverse da quest’ultime – a titolo esemplificativo e non esaustivo: opere richieste dal D.lgs. 81/2008, opere di manutenzione ordinaria o straordinaria di impianti ed infrastrutture, ecc.. – a condizione, però, «che detti interventi e opere siano realizzati secondo modalità e tecniche che non pregiudichino né interferiscano con l’esecuzione ed il completamento della bonifica, né determinino rischi per la salute dei lavoratori e degli altri fruitori dell’area nel rispetto del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81». All’uopo – e anche nelle more dell’adozione da parte del Ministero dell’Ambiente e delle Regioni, ognuno nel proprio ambito di compentenza, di decreti atti a individuare le categorie di interventi che richiedono la preventiva valutazione da parte dell’autorità competente ai sensi del Titolo V Parte IV nonché le procedure e i criteri di suddetta valutazione e le modalità di controllo dell’attività – il comma quarto dell’articolo in parola detta specifiche modalità di caratterizzazione, scavo e gestione dei terreni movimentati.

E ancora. Con specifico riferimento alla procedura di bonifica nei siti di interesse nazionale, è stato previsto l’obbligo per il responsabile dell’inquinamento o di altro soggetto interessato di accertare lo stato di contaminazione del sito mediante un Piano di indagini preliminari, concordato con l’Agenzia di protezione ambientale territorialmente competente ovvero, in caso di omessa pronuncia di quest’ultima, con l’ISPRA. Ove non venga rilevato un superamento delle CSC, il soggetto si dovrà limitare a ripristinare la zona e a darne comunicazione alle autorità compententi a mezzo autocertificazione; in caso contrario, il soggetto dovrà dare avvio alla procedura di cui all’art. 242 e 245 D.lgs. 152/2006 o, in alternativa, procedere con la caratterizzazione del sito ed esibire i risultati dell’analisi del rischio al Ministero dell’ambiente il quale, in caso di accertato superamento delle CSR, approverà l’analisi e indicherà le condizioni per l’approvazione del progetto operativo di cui all’art. 242 comma 7°. In ultimo, e sempre con riferimento alla procedura di bonifica dei siti di interesse nazionale, si è stabilito che la certificazione di avvenuta bonifica possa essere rilasciata anche solo per la matrice suolo a condizioni che sia accertata l’assenza di pericolo di cross contamination con la matrice acque sotterranee e di pericoli per la salute dei lavoratori e degli altri fruitori dell’area; parimenti, in relazione all’adozione del provvedimetno di conclusione del procedimento se la contaminazione della matrice suolo sia inferiore ai valori di CSC oppure, se superiore, sia inferiore ai valori di CSR.

News 231/2001 – Il 30 Luglio 2020 entrarà in vigore il D.lgs. 75/2020, attuativo della cd. direttiva PIF (UE/2017/1371)

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale – Serie Generale n. 177 del 15.07.2020 – il Decreto Legislativo n. 75 recante “Attuazione della Direttiva (UE) 2017/1371, relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale”. Per quel che maggiormente rileva, in tema di responsabilità amministrativa da reato dell’ente, le modifiche introdotte hanno riguardato tanto l’ampliamento del catalogo dei reati presupposto quanto la previsione di nuove sanzioni pecuniarie irrogabili all’ente a fronte di specifici fatti di reato.  

In relazione al primo aspetto, con decorrenza dal 30 luglio p.v., l’ente potrà essere perseguito anche nelle ipotesi in cui una persona fisica, posta in posizione apicale all’interno dell’azienda ovvero a questi sottoposta, commetta nell’interesse o vantaggio dell’ente i reati di truffa in danno all’Unione Europea e frode in pubbliche forniture (art. 24), i reati di peculato e abuso d’ufficio (art. 25) nonché il reato di contrabbando (nuovo art. 25-sexiesdecies).

In ordine, invece, all’apparato sanzionatorio, l’art. 24 D.lgs. 231/2001 prevede che le sanzioni previste dai precedenti commi primo e secondo trovino applicazione anche nei in cui sia stato commesso il reato previsto e punito dall’art. 2 L. 898/1986 (art. 24 comma 2-bis). Per inciso, anche quest’ultima disposizione è stata modificata ad opera dell’intervento normativo in esame che ora prevede un aggravamento di pena nei casi in cui il danno cagionato o il profitto conseguito siano superiori a € 100.000. Parimenti gli artt. 25 e 25-quinquiesdecies D.lgs. 231/2001: mentre il primo estende la sanzione di cui al suo primo comma anche ai casi in cui il fatto «offende  gli  interessi finanziari dell’Unione europea, in  relazione  alla  commissione  dei delitti di cui agli articoli 314, primo comma, 316 e 323  del  codice penale» (art. 25 comma 1° secondo periodo), il secondo prevede specifiche sanzioni pecuniarie «in relazione  alla commissione dei  delitti   previsti   dal   decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, se commessi nell’ambito di  sistemi fraudolenti transfrontalieri e  al  fine  di  evadere  l’imposta  sul valore aggiunto per un importo  complessivo  non  inferiore  a  dieci milioni  di  euro» (art. 25-quinquiesdecies comma 1-bis).

Per completezza, si rammenti come l’intervento in esame abbia introdotto modifiche anche al codice penale e al D.lgs. 74/2000. Rispetto al primo, infatti, è stata prevista una nuova circostanza aggravante per i reati di Peculato mediante profitto dell’errore altrui (316 c.p.), Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (316-ter c.p.) e Induzione indebita a dare o promettere utilità (319-quater c.p.) che, con decorrenza dal 30 luglio p.v., saranno puniti con la reclusione da sei mesi (pena minima prevista per i reati di cui all’art. 316 e 316-ter c.p.) a quattro anni nel caso in cui «il  fatto offende gli interessi finanziari dell’Unione europea e il danno o  il profitto sono superiori a euro 100.000». Inoltre, è stato interpolato il testo dell’art. 322-bis c.p. il quale, sempre con decorrenza dal 30 luglio p.v., prevederà l’applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 314, 316, da 317 a 320 e 322, terzo e quarto comma, anche: «5-quinquies) alle  persone  che  esercitano funzioni o attivita’ corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio  nell’ambito  di  Stati  non appartenenti  all’Unione  europea,  quando  il  fatto   offende   gli interessi finanziari dell’Unione». In ultimo, l’aggravante di cui all’art. 640 comma 2° n. 1) troverà applicazione anche in caso di truffa ai danni dell’Unione Europea.

Rispetto, invece, al D.lgs. 74/2000 recante “Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205”, in deroga alla previsione di cui all’art. 6 comma 1 °, sarà considerato penalmente rilevante il tentativo dei reati di Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2), Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3) e Dichiarazione infedele (art. 4) allorquando «compiuti anche nel  territorio di altro Stato membro dell’Unione europea, al fine di evadere  l’imposta sul valore aggiunto per un valore complessivo non inferiore  a  dieci milioni di euro» (art. 6 comma 1-bis D.lgs. 74/2000).

News Ambiente – Il proprietario dell’impianto di depurazione acque, il gestore del servizio e il titolare del contratto di utenza sono responsabili solidali dell’eventuale inadempimento

Si premetta come l’intera vicenda processuale prenda le mosse dall’azione giudiziaria intrapresa da taluni utenti del servizio idrico al fine di vedersi restituite le somme indebitamente versate a titolo di tariffa per il servizio di depurazione delle acque, invero mai erogato stante la dimostrata natura obsoleta e inoperatività del relativo impianto. Più precisamente, la controparte negoziale del contratto di utenza era una Società che, qualificandosi come gestore dell’intero servizio idrico, esigeva dai cittadini il pagamento di una tariffa composta da tre quote: una relativa al consumo di acqua, l’altra quale corrispettivo del servizio di fognatura e l’ultima quale corrispettivo del servizio di depurazione. Destinataria ex lege di tale ultima porzione di tariffa era, però, la Regione titolare dell’impianto.

A fronte di tale situazione fattuale, il Giudice di Legittimità ha chiarito come la legittimazione passiva a resistere in giudizio spetti senza dubbio alla controparte del contratto di utenza (nel caso di specie, gestore del servizio idrico) in quanto – sebbene la quota di tariffa di cui si richiede la restituzione sia destinata a soggetto diverso – questa non si pone come mera “esattrice” del dovuto ma quale titolare del diritto al pagamento in virtù del rapporto negoziale e sinallagmatico instaurato con il contratto di somministrazione. Parimenti, sussiste una legittimazione processuale anche in capo al proprietario dell’impianto di depurazione e al gestore del relativo specifico servizio in quanto gli stessi si pongono, nei confronti degli utenti, quali responsabili solidali ex art. 2043 c.c. nella forma della cd. “cooperazione del terzo nell’inadempimento”. Ne deriva, inoltre, che la società legata da un contratto di utenza con il cittadino, convenuta in giudizio al fine di ottenere la restituzione delle somme indebitamente versate, possa agire in regresso nei confronti del predetto proprietario dell’impianto e gestore del servizio di depurazione.

Cass. Civ., Sez. III, 12 Giugno 2020 – Ud. del 13.12.2019 – n. 11294

News Ambientale – E’ infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 452-undecies comma 4° c.p.

La difesa, nel proprio atto di ricorso per cassazione, aveva censurato la disposizione di cui all’art. 452-undecies c.p., ritenendo la stessa in contrasto con l’art. 3 Cost. nella parte in cui limitava la disapplicazione della confisca obbligatoria alla sole ipotesi in cui l’autore di un reato ambientale avesse posto in essere – successivamente alla commissione di uno delitti di cui al Titolo VIbis c.p. – attività di messa in sicurezza, bonifica o ripristino dello stato dei luoghi  e non anche ai casi in cui tali condotte venissero attuate dall’autore di una contravvenzione ambientale prevista dal D.lgs. 152/2006, nella specie quella di cui all’art. 256. Più precisamente, si sosteneva l’irragionevolezza di tale impianto legislativo alla luce di due considerazioni: l’innegabile minore gravità della contravvenzioni rispetto ai delitti e l’unica e unitaria funzione sanzionatoria dell’istituto della confisca.

Invero, è proprio facendo leva su tale ultimo aspetto che la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha negato la sussistenza di profili di illegittimità costituzionale della norma di cui all’art. 452-undecies c.p.: la confisca ivi prevista, infatti, assume una funzione prettamente risarcitoria e ripristinatoria – come è dato evincere dallo stesso dato letterale che riserva la titolorità dei beni sottratti alla Pubblica amministrazione con l’ineliminabile vincolo di destinazione degli stessi alla bonifica dei luoghi –  a differenza dell’istituto disciplinato dall’art. 260-ter d.lgs. 152/2006 che svolge il ruolo di vera e propria sanzione posta a carico dell’autore della violazione. D’altro canto, la circostanza per cui i delitti ambientali si caratterizzino per la loro capacità di generare effetti disastrosi e talvolta irreversibili sull’ambiente (tendenzialmente non rivenibili in ipotesi di contravvenzioni ambientali) consente di apprezzare l’efficacia premiale della previsione e di giustificarne l’esistenza alle luce di esigenze di effettività penale e di ottimizzazione delle risorse pubbliche. Sotto altro punto di vista, la mancata applicazione della disposizione in parola rispetto ai reati previsti dal D.lgs. 152/2006 è controbilanciata dalla possibilità – circoscritta a tali illeciti – di dare avvio ad una procedura di estinzione del reato.

Cass. Pen., Sez. III, 27 Maggio 2020 – Ud. del 11.02.2020 – n. 15965

News Ambiente – La tariffa di cui all’art. 238 D.lgs. 152/2006 (c.d. T.I.A. 2) ha natura privatistica ed è, pertanto, soggetta a i.v.a.

A seguito di ordinanza di rimessione alla Sezioni Unite n. 23249/2019, la massima composizione della Suprema Corte di Cassazione ha, con la pronuncia in commento, confermato l’orientamento giurisprudenziale già formatosi e, per l’effetto, pronunciato il seguente principio di diritto: a differenza della c.d. T.I.A. 1, la tariffa integrata ambientale prevista dall’art. 238 D.lgs, 152/2006 non ha natura tributaria ma privatistica con conseguente assoggettabilità della stessa ad i.v.a. ai sensi del D.P.R. 633/1972.

In particolare, le motivazioni della Corte possono così essere sintentizzate.

In primo luogo, si richiama la tecnica legislativa dell’interpretazione autentica; tale è da considerarsi la disposizione di cui all’art. 14 comma 33 D.l. 78/2010, inserita nel paronama normativo in un momento precedente all’operatività della cd. T.I.A. 2 e successivamente alla pronunciata sentenza della Corte Costituzionale (n. 238/2009) con la quale era stata sancita la natura tributaria della tariffa di igiene ambientale cd. T.I.A. 1. Con suddetto intervento normativo, al fine di sciogliere i dubbi intepretativi inerenti alla natura della tariffa prevista dall’art. 238 D.lgs. 152/2006, il legislatore ha chiarito come «Le disposizioni di cui all’articolo 238 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, si interpretano nel senso che la natura della tariffa ivi prevista non è tributaria».

Nello stesso senso, anche il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, costituitosi diritto vivente e fondato sulla valorizzazione del tenore letterale della previsione di cui all’art. 238 D.lgs. 152/2006. Ivi si delinea espressamente il fatto generatore dell’obbligo di versamento della tariffa integrata ambientale nella produzione di rifiuti e nell’effettiva fruizione del servizio di raccolta organizzato dall’ente locale e si sancisce la natura di corrispettivo della stessa, parametrando l’entità del dovuto alla quantità di rifiuti prodotti.

Da ultimo, a sostegno del suddetto principio di diritto, si richiama anche una recente pronuncia della Corte Costituzionale (n. 188/2018) la cui importanza, rispetto alla questione giuridica in esame, si apprezza sotto il profilo dell’operato richiamato ad una precedente sentenza del Giudice delle Leggi, la n. 335 del 2008. In quell’occasione, l’esclusione della natura tributaria della tariffa per il servizio di fognatura e depurazione (componente della tariffa del servizio idrico integrato) era stata fondata su una serie di parametri – quali la volontà legislativa evincibile dai lavori preparatori, il dato testuale della disposizione volto a qualificare tutte le componenti della tariffa in parola quale corrispettivo per il servizio prestato, il diritto vivente orientato nel senso suddetto nonché la relazione armonica fra uso legislativo del termine corrispettivo e sussistenza di un rapporto sinallagmatico con l’utente e l’assoggettabilità ad i.v.a ai sensi dell’art. 4 comma 5° lett. b) DPR 633/1972 – che, valutati in relazione all’odierna quaestio iuris, portano a sancire la natura privatistica della cd. T.I.A. 2. Così, infatti, la sentenza della Corte di Cassazione n. 1839 del 27 Gennaio 2020 la quale ha, per l’effetto, riconosciuto la giurisdizione del Giudice ordinario nelle controversie relative alla debenza della tariffa di cui all’art. 238 TUA.

Cass. Civ., Sez. Un., 07 Maggio 2020 – ud. del 28.01.2020 – nn. 8631/8632

Cass. Civ., Sez. Un., Ord. del 27 Gennaio 2020 – Ud. del 04.06.2019 – n. 1839

News Ambiente – Il Giudice amministrativo ha giurisdizione esclusiva in materia di danno ambientale solo in caso di impugnazione da parte dei soggetti di cui all’art. 309 TUA

In premessa, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno, nella pronuncia in commento, rammentato come il diritto alla salute, previsto dall’art. 32 Cost., costituisca un diritto fondamentale ed assoluto che opera nelle relazioni private e che non ammette alcun tipo di affievolimento o compressione, anche indiretta e anche per motivi di pubblico interesse, da parte della Pubblica Amministrazione. Ne consegue che, ogniqualvolta un privato ritenga leso il proprio diritto alla salute, lo stesso è legittimato ad agire in giudizio con azione inibitoria o di risarcimento del danno, anche in forma specifica, dinanzi al giudice ordinario.

Quanto detto, è valevole anche in materia di danno ambientale. Allorquando il fatto produttivo del danno in parola abbia leso anche il diritto alla salute o di proprietà di un cittadino, questi – indipendentemente dalla circostanza per cui ciò dipenda dallo svolgimento di un’attività con modalità non conformi alla regolamentazione amministrativa esistente ovvero in ossequio a quest’ultima (che, pertanto, si porrebbe come illegittima) – è sempre legittimato ad adire il giudice ordinario; la riserva di giurisdizione prevista dall’art. 310 D.lgs. 152/2006 a favore del giudice amministrativo, infatti, opera soltanto allorquando il soggetto impugnante sia portatore di un interesse alla tutela ambientale e rientri nel novero dei soggetti di cui all’art. 309 D.lgs. citato.

Cass. Civ., Sez. Un., Ord. 23 Aprile 2020 – Ud. del 08.10.2019 – n. 8092