News Ambiente – Il 04 Novembre 2022 è entrato in vigore il D.M. 152/2022 sulla cessazione della qualifica di rifiuto dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione ovvero degli altri rifiuti inerti di origine minerale

In attuazione del disposto di cui all’art. 184-ter D.lgs. 152/2006, il Regolamento in parola stabilisce i requisiti tecnici che i rifiuti inerti dalle attività di costruzione e demolizione e gli altri rifiuti inerti di origine minerale, come definiti ai sensi dell’articolo 2, comma 1, lettere a), devono avere non essere più qualificati come rifiuti. In particolare, con decorrenza dal 04 Novembre 2022, le tipologie di rifiuti su richiamate ed espressamente indicate nei punti 1 e 2 della Tabella 1 dell’Allegato 1 [170101 – 170102 – 170103 – 170107 – 170302 – 170508 – 170904 – 010408 – 010410 – 010413 – 101201 – 101206 – 101208 – 101311 – 120117 – 191209] cessano di essere qualificati come rifiuti per divenire “aggregato recuperato” quando, ed esito delle operazioni di trattamento e recupero di cui all’Allegato 1 punto c) del decreto in esame, questo risulti conforme ai requisiti tecnici stabiliti nel medesimo allegato. In tali circostanze, l’aggregato recuperato potrà essere adibito agli scopi di utilizzabilità di cui all’Allegato 2 ovvero a: «a) la realizzazione del corpo dei rilevati di opere in terra dell’ingegneria civile; b) la realizzazione di sottofondi stradali, ferroviari, aeroportuali e di piazzali civili ed industriali; c) la realizzazione di strati di fondazione delle infrastrutture di trasporto e di piazzali civili ed industriali; d) la realizzazione di recuperi ambientali, riempimenti e colmate; e) la realizzazione di strati accessori aventi, a titolo esemplificativo, funzione anticapillare, antigelo, drenante; f) il confezionamento di calcestruzzi e miscele legate con leganti idraulici (quali, a titolo esemplificativo, misti cementati, miscele betonabili)».

In via transitoria, il Ministero ha disposto che:

– i produttori di rifiuti inerti da costruzione e demolizione o di altri rifiuti inerti di origine minerale debbano richiedere, entro e non oltre centottanta giorni dall’entrata in vigore del corpo normativo in esame, l’aggiornamento della comunicazione di cui all’art. 216 D.lgs. 152/2005 – indicando la quantità massima di rifiuto recuperabile – ovvero della Autorizzazione Unica di cui all’art. 208 D.lgs. 152/2006 o della propria Autorizzazione Integrata Ambientale;

– per le procedure semplificate, continuino ad applicarsi i limiti quantitavi, le norme tecniche e i valori limite di emissione di cui al D.M. 05 Febbraio 1998;

– nelle more dell’adeguamento delle suddette comunicazioni e autorizzazioni, i materiali già prodotti alla data di entrata in vigore del regolamento nonché quelli che risultano in esito alle procedure di recupero già autorizzate possono essere utilizzati in conformità ai propri titoli abilitativi.

Decreto del Ministero della Transizione Ecologica n. 152 del 27 Settembre 2022 recante «Regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione e di altri rifiuti inerti di origine minerale, ai sensi dell’articolo 184-ter, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152», pubblicato in Gazzetta Generale – Serie Generale n. 296 del 20 Ottobre 2022.  

News Sicurezza – Avere personale femminile non in stato di gravidanza ovvero infertile, non esime il datore di lavoro dall’obbligo di valutazione dei rischi di cui all’art. 11 D.lgs. 151/2001

L’art. 28 comma 1° D.lgs. 81/2001 inerente all’oggetto della valutazione dei rischi e del relativo documento prevede espressamente che «La valutazione di cui all’ articolo 17 , comma 1, lettera a), anche nella scelta delle attrezzature di lavoro e delle sostanze o dei miscele chimiche impiegati, nonche’ nella sistemazione dei luoghi di lavoro, deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi» per quanto qui di interesse «quelli riguardanti le lavoratrici in stato di gravidanza, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151». Tale corpo normativo, in particolare, all’art. 11, impone al datore di lavoro di valutare tutti «i rischi per la sicurezza e la salute delle lavoratrici, in particolare i rischi di esposizione ad agenti fisici, chimici o biologici, processi o condizioni di lavoro di cui all’allegato C, nel rispetto delle linee direttrici elaborate dalla Commissione dell’Unione europea, individuando le misure di prevenzione e protezione da adottare».

Tale obbligo, chiarisce la Corte, permane anche nel caso in cui i rischi siano potenziali – non essendovi, al momento della costituzione del Documento di Valutazione dei Rischi ovvero successivamente, personale femminile in stato di gravidanza – nonché allorquando tutte le lavoratrici sia infertili, anche per ragioni, come nel caso di specie, legate all’età. Ciò anche in considerazione del fatto che la tutela apprestata alle lavoratrici in stato interessante si estende, per legge, anche a favore di coloro che abbiamo ricevuto bambini in adozione o in affidamento.

Cass. Pen., Sez. III, 27 Settembre 2022 – Ud. del 15 Giugno 2022 – n. 36538 Pres. G. Andreazza Rel. G. F. Reynaud.

News 231/2001 – Al delegato alla sicurezza, pur se dotato di un ampio e autonomo potere decisionale, non può essere riconosciuto, per ciò solo, il ruolo di soggetto “apicale”

Nelle pronuncia in commento la Suprema Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di merito impugnata ritenendo che la stessa avesse erroneamente attribuito all’imputato la qualifica di soggetto “apicale” ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 5 comma 1° lett. a) D.lgs. 231/2001.

Occorre, in premessa, ricordare, infatti, come la responsabilità amministrativa da reato presupponga, per quanto qui di interesse, la commissione, nell’interesse o a vantaggio dell’ente, di un determinato illecito penale da parte di «persone che rivestono funzioni di rappresentanza, amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché da persone che esercitano anche di fatto, la gestione o il controllo dello stesso».

Evidente, pertanto, a detta della Corte, come la norma di cui all’art. 5 comma 1° lett. a) D.lgs. 231/2001 non faccia espresso richiamo alle posizioni verticistiche in ambito lavoristico (quali datore di lavoro, dirigente e proposto) ma afferisca, in termini generali ed onnicomprensivi, alla persona che esprime la massima rappresentenza e gestione dell’ente-persona giuridica. In questa direzione, puntualizza ulteriormente la Corte, la nozione di “rappresentanza” rinvia a quell’insieme di poteri che, derivanti dal ruolo rivestito all’interno della compagine sociale e a prescindere da una espressa procura in tal senso, consentono di esprimere all’esterno e, pertanto, vincolare la volontà dell’ente rispetto a determinati atti; parallelamente, i concetti di “amministrazione” e “direzione” evocano, sotto il profilo funzionale, i poteri di indirizzo, organizzazione aziendale nonché di assunzione di decisioni attraverso le quali l’ente persegue le proprie finalità. A differenza del potere di rappresentanza, quello di direzione presuppone un atto di investitura con il quale al dirigente viene affidata l’intera organizzazione aziendale o una sua porzione e gli vengono conferite attribuzioni che, pur nel rispetto delle direttive programmatiche dell’ente, consentano al primo un ampio spazio di inziativa, discrezionalità ed autonomia tale da indirizzare il governo dell’azienda e di assumersene la relativa responsabilità.

Date queste definizioni, anche il giudice di merito aveva escluso che l’imputato, R.S.P.P. all’interno della Società, potesse essere considerato soggetto avente la rappresentanza, la direzione o il controllo dell’ente; ciononostante, la Corte d’Appello aveva ritenuto che la delega conferita al Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, tradizionalmente soggetto ausiliario del datore di lavoro, fosse a tal punto estesa e dotasse lo stesso di tali autonomi poteri decisionali, senza alcun ingerenza da parte dell’organo amministrativo, da attribuirgli un ruolo apicale all’interno dell’azienda e con specifico riguardo al settore della salute e sicurezza suoi luoghi di lavoro. In altri termini, in forza della procura, all’imputato era stato trasferito un ruolo di vertice all’interno della Società, assimilabile a quello del dirigente, e, pertanto, pur essendo sottoposto al potere di vigilanza del datore di lavoro e condizionato dal potere di revoca dell’investitura, lo stesso aveva assunto una posizione sovraordinata nello specifico settore di competenza, divenendo, per l’effetto, soggetto apicale ai sensi del D.lgs. 231/2001.

Di avviso nettamente contrario la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione la quale ha ritenuto che la suddetta interpretazione stridesse con la portata normativa di cui all’art. 5 comma 1° lett. a) D.lgs. 231/2001. Entrambi i giudici di merito, infatti, non si erano adeguatamente confrontati con la necessità che, ai sensi della richiamata dispozione, il soggetto autore del reato presupposto godesse di poteri di gestione dell’intero complesso aziendale o di una sua specifica unità organizzativa; circostanza questa che non poteva essere ravvisata in capo a colui al quale erano state delegate compiute compentenze in ambito antinfortunistico e non, certamente, l’intera gestione aziendale.

I giudici di primo e secondo grado, in sostanza, avevano indebitamente equiparato il potere del delegato alla sicurezza nonché RSPP di adottare autonome decisioni in tal ambito alla sua assunzione della veste di soggetto apicale ai sensi della disciplina sulla responsabilità amministrativa da reato. Sostiene la Corte di Cassazione, di converso, che l’autonomia decisionale costituisce, senza dubbio, requisito essenziale ai fini della validità della delega conferita a norma dell’art. 16 D.lgs. 81/2008 ma non consente, autonomaticamente, il trasferimento in capo al delegato delle funzioni di rappresentanza, direzione e/o gestione dell’ente né determina una relazione di immedesimazione organica tra il primo e quest’ultimo.

Conclude, quindi, la Corte annullando la sentenza impugnata e affermando i seguenti principi di diritto:

«ai fini della individuazione delle persone dotate di funzioni di rappresentanza, di gestione e di direzione dell’ente e di una unità organizzativa provvista di autonomia finanziaria, non può prescindersi dai criteri identificativi fissati dagli istituti dell’ordinamento giuridico generale e non quelli di un particolare settore come quello lavoristico, ivi compresi gli strumenti deputati alla costituzione ovvero al trasferimento di funzioni da soggetti verticistici, quali la procura»;

«A tale fine non può costituire elemento sintomatico della costituzione di una posizione verticistica ovvero direzionale lo strumento delineato dall’art.16 D.Lsv. 81/2008 che attiene al diverso ambito della delega di funzioni nel settore della prevenzione dei rischi in ambito lavorativo, che non determina il trasferimento della funzione datoriale, nella sua accezione gestionale e di indirizzo, né di regola, la costituzione di una posizione verticistica, ma risulta strutturato per sollevare il datore di lavoro da singoli incombenti in materia di sicurezza nel limitato ambito delle funzioni trasferite».

Cass. Pen., Sez. IV, 21 Settembre 2022 – Ud. del 24.05.2022 – n. 34943 Pres. S. Dovere Rel. U. Bellini

News 231/2001 – In un contesto di generale osservanza della disciplina antifortunistica, l’esiguità dell’interesse o vantaggio può escludere la responsabilità dell’ente salvo che la violazione non afferisca ad un’area di rischio di rilievo

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di merito impugnata ritenendo la stessa in piena coerenza con gli approdi giurisprudenziali già da tempo mutuati in ambito di responsabilità amministrativa da reato degli enti.

In particolare, la Quarta Sezione, richiamando un proprio precedente dello scorso anno, ha ribadito come, al fine di evitare un’indebita estensione dell’ambito di operatività della normativa di settore a qualunque ipotesi di mancata adozione di una misura di prevenzione, l’esiguità dell’interesse o del vantaggio dell’ente, in un contesto di tendenziale rispetto della disciplina in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, può valere ad escludere la responsabililtà dell’ente per difetto del requisito della “colpa di organizzazione”, sotto il profilo della non prevedibilità per questo della regola cautelare ex post risultata trascurata. Ciò, però, chiarisce la Corte, esclusivamente allorquando la violazione non concerna un’area di rischio di rilievo poiché, in caso contrario, non può validamente sostenersi l’assenza di colpa rispetto alla mancata adozione di una misura cautelare essenziale per il buon funzionamento del sistema di sicurezza aziendale.

Così nel caso di specie ove, pur a fronte di un risparmio di spesa (derivato dalla mancata adozione del presidio di sicurezza che aveva consentito il verificarsi del sinistro) pari ad € 1.860,00, fuor di dubbio esiguo rispetto all’ammontare degli investimenti operati dall’azienda in ambito antifortunistico, è stata, comunque, dichiarata la responsabilità dell’ente alla luce della rilevanza – rispetto all’attività aziendale –  del settore ove si era verificata la violazione nonché del ritenuto accertato agire dell’ente nel preminente interesse della produzione in luogo di quello afferente alla sicurezza dei lavoratori. Ciò, in particolare, era stato dedotto da una serie di elementi ulteriori al mero risparmio derivante dalla mancata adozione del presidio di sicurezza quali la politica antinfortunistica carente, la riduzione dei costi di consulenza per l’aggiornamento del modello nonché di formazione e addestramento dei lavoratori.

Cass. Pen., Sez. IV, 15 Settembre 2022 – Ud. del 30.06.2022 – n. 33976 Pres. P. Piccialli Rel. M. Bruno.

News Ambiente – In materia di illeciti amministrativi permanenti, la permenanza si intende cessata alla data di accertamento della violazione

Con autonomo motivo di ricorso per Cassazione, il ricorrente lamentava – fra le altre – come l’impugnata ordinanza-ingiunzione emessa ai sensi degli artt. 124 e 133 comma 2° D.lgs. 152/2006 (per esercizio di un impianto di trattamento acque reflue in assenza del prescritto titolo autorizzativo) costituisse un’indebita duplicazione sanzionatoria di condotte già oggetto di un autonomo procedimento amministrativo la cui relativa ordinanza era stata notificata al trasgressore solo qualche giorno prima del provvedimento impugnato.

A parere della difesa, infatti, il perseverare nella condotta illecita da parte dell’autore della violazione non potrebbe portare ad un secondo giudizio sanzionatorio nei suoi confronti almeno sino a quando il primo procedimento non si sia concluso con la notificazione dell’ordinanza irrogativa di sanzione.

Per quanto qui di interesse, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito nella pronuncia in commento come – sebbene gli assunti della difesa trovino riscontro in orientamenti giurisprudenziali datati – è oggigiorno pacifico che, in materia di illeciti amministrativi a carattere permanente, la permanenza debba dirsi cessata alla data di accertamento della violazione da parte delle autorità preposte e non a quella di notifica del provvedimento sanzionatorio.

Cass. Pen., Sez. II, 23 Settembre 2022 – Ud. del 09 Marzo 2022 – n. 27975 Pres. P. D’Ascola Rel. A. Cosentino.

News Ambiente – La violazione di cui all’art. 133 comma 2° D.lgs. 152/2006 può essere contestata tanto al titolare dell’autorizzazione all’esercizio dell’impianto quanto al suo gestore

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione, richiamando un proprio precedente datato orientamento, ha ribadito come la violazione amministrativa inerente all’esercizio o mantenimento di uno scarico di acque reflue domestiche o di reti fognarie in assenza di autorizzazione ovvero a seguito di autorizzazione sospesa o revocata non costituisca un reato proprio, potendo, pertanto, essere contestato non solo in capo al titolare dell’impianto ma anche a colui che gestisca quest’ultimo o, comunque, detenga di fatto una condotta di scarico non autorizzato.

Cass. Civ., Sez. II, Ord. del 22 Settembre 2022 – Ud. del 10 Dicembre 2019 – n. 27851 Pres. A. Giusti Rel. C. Besso Marcheis.

News Ambiente – In caso di gara pubblica per la manutenzione delle aree verdi, il partecipante non iscritto all’apposito Albo potrà acquisire tale requisito da un terzo stabilmente inquadrato nell’organigramma societario, essendo illegittimo il ricorso all’avvalimento

Il giudizio definito con la pronuncia ora in commento origina dall’impugnazione degli esiti di una gara pubblica indetta per la manutenzione delle aree verdi comunali. In particolare, la terza classificata – per quanto qui di interesse – lamentava l’assenza nell’aggiudicataria del requisito soggettivo richiesto dall’art. 12 della L. 154/2012 (ovvero la necessaria iscrizione all’Albo dei manutentori del verde), rispetto al quale il disciplinare di gara vietava il ricorso all’avvalimento.

Il TAR, in primo grado, rigettava le censure ritenenendo che il contratto concluso tra l’aggiundicataria e un terzo operatore, in possesso del requisito richiesto, avesse determinato l’ingresso di tale caratteristica nell’organico societario, in senso dinamico e flessibile, dal momento che il secondo si era impegnato in via continuata e senza possibilità di recesso a svolgere l’attività appaltata.

La terza classificata, pertanto, perpetrava le proprie lamentele in appello nella qual sede anche la controinteressata avanzava appello incidentale chiedendo dichiararsi l’illegittimità della clausola del bando di gara atta a negare il ricorso all’istituto dell’avvallimento con riguardo al requisito soggettivo dell’iscrizione all’Albo dei manutentori del verde. Si rilevava, in specie, un contrasto con la normativa interna ed eurocomunitaria, particolarmente favorevole all’utilizzo di questi strumenti in un’ottica di semplificazione delle procedure di partecipazione alle gare.

Il Consiglio di Stato, nella pronuncia in commento, è giunto dapprima a dichiarare infondato l’appello incidentale proposto, ribadendo come i requisiti soggettivi di idoneità professionale debbano essere necessariamente posseduti personalmente dell’operatore che intende partecipare alla gara il quale, allo scopo, deve svolgere in maniera continuata e abituale l’attività appaltata e impiegare in misura pressocché totalizzante l’intera struttura aziendale. Ne viene fatta conseguire la piena legittimità (anche rispetto alla disciplina europea) della previsione del bando di gara contestata e, conseguemente, l’impossibilità in ipotesi di mancanza, in generale, di un requisito professionale e, in particolare, con riguardo al caso di specie, del requisito specifico dell’iscrizione all’Albo dei manutentori del verde, di ricorrere all’istituto dell’avvallimento, demandando, sic et simpliciter, ad un terzo dotato delle caratteristiche richieste.

Da quanto premesso, inoltre, il Consiglio di Stato deduce anche la fondatezza dell’appello principale.

Ed infatti, da quanto sopra rappresentato, si deve evincere che allorquando il requisito soggettivo debba essere acquisito da altro operatore è necessario, al fine di rispettare il carattere personale di tale elemento, che quest’ultimo risulti stabilmente incardinato nell’organizzazione interna dell’azienda.

Non così nel caso di specie ove l’aggiudicataria non risultava svolgere in maniera abituale e continuata l’attività di manutenzione delle aree verdi né allo scopo aver organizzato, in maniera pressoché totalizzante, la propria struttura aziendale. Sotto il primo profilo, in particolare, il Giudice aveva rilevato come la partecipante vincitrice si stesse accingendo, proprio in forza della commessa di gara, ad esercitare, per la prima volta, l’attività appaltata e come questa palese occasionalità non potesse dirsi superata dall’impegno in questa direzione assunto del terzo operatore: questo, infatti, pur essendosi vincolato allo svolgimento dell’attività oggetto di gara in via continuata e senza recesso, aveva ciò promesso solo con riguardo alla specifica commessa appaltata e non, in generale, all’intera lavorazione produttiva dell’aggiudicataria. Sotto il secondo profilo, poi, era evidente come l’organizzazione aziendale non fosse coinvolta interamente in questo tipo di attività che, infatti, avrebbero dovuto essere svolte da un terzo non facente parte dell’organico societario ma, in forza del contratto, integrato nella struttura solo in via occasionale, ovvero limitatamente al contratto con la stazione appaltante.

Consiglio di Stato, Sez. V, 28 Agosto 2022 – Ud. del 07 Luglio 2022 – n. 7482 Pres. P.G.N. Lotti Rel. ed Est. M. Santini.

News Sicurezza – L’utilizzo di un automezzo omologato alla Direttiva macchine, seppur in concreto rivelatosi strutturalmente difettoso, esclude la configurabilità dell’aggravante dell’aver commesso il fatto “in violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro”

Il caso di specie prende le mosse da un evento mortale realizzatosi a carico di un soggetto investito da un autocompattatore adibito alla raccolta dei rifiuti. In particolare, il guidatore, a causa delle dimensioni del mezzo e della ristrettezza del tratto di strada utilizzabile, intraprendeva una manovra di retromarcia; nell’occasione, però, pur avendo regolarmente azionato i dispositivi rumorosi e luminosi impiantati sul mezzo, il lavoratore colpiva la persona offesa la quale si trovava in una “zona d’ombra” non visibile né per il tramite degli specchetti retrovisori né della telecamera posteriore del veicolo.

Entrambi i giudici di merito avevano dichiarato la penale responsabilità degli imputati ritenendo, per quel che qui interessa, l’evento causalmente connesso alla mancata dotazione del mezzo con dispositivi in grado di garantire una visuale completa in caso di manovra in retromarcia nonché per non aver previsto l’ausilio di un secondo operatore al fine di garantirne l’esecuzione in sicurezza.

Invero, a parere della Suprema Corte di Cassazione, la circostanza che l’autocompattatore fosse stato regolarmente omologato dal Ministero per i trasporti alla Direttiva Macchine, per di più per la guida monoperatore, esonerava l’utilizzatore dal disporre nuove ed ulteriori verifiche, dal momento che quest’ultimo poteva fare legittimo affidamento sulla valutazione di sicurezza del veicolo e del suo uso espressa dall’ente preposto. Ne conseguiva la impossibilità di formulare qualsivoglia addebito a carico degli imputati, non essendovi alcuna conoscenza oggettiva della manchevolezza tecnica dell’automezzo e, pertanto, non potendosi in alcun modo prevedere la pericolosità della manovra di retromarcia.

In conclusione, benché l’incidente si fosse verificato in occasione dello svolgimento di attività lavorativa, esso non era in alcun modo stato commesso con violazione della normativa in materia di salute e sicurezza suoi luoghi di lavoro in quanto il rischio realizzatosi si poneva fuori dall’area di gestione del datore di lavoro (che si era limitato a mettere a disposizione un automezzo regolarmente omologato e a cui non era interdetta la guida in retromarcia), inerendo piuttosto alla circolazione stradale (trattandosi di evento dipeso dalla presenza di più persone nel tratto stradale e cagionato dalla difettosità strutturale di un mezzo regolarmente omologato).

Cass. Pen., Sez. IV, 23 Agosto 2022 – Ud. del 26 Maggio 2022 – n. 31478 Pres. E. Serrau Rel. M. Nardin

News Ambiente – Colui che mette in contatto il produttore dei rifiuti con il gestore dell’impianto di smaltimento deve qualificarsi come “intermediario senza detenzione”

A parere della difesa, l’attività dell’imputato – consistente nella mera messa in contatto, dietro corrispettivo, di produttori di rifiuti con il gestore dell’impianto di smaltimento, con totale disinteresse per le successive operazioni di gestione del rifiuto – avrebbe dovuto intendersi come di “procacciamento d’affari”; ne conseguiva, da un lato, il ruolo di mediatore del ricorrente, riconosciuto ex lege e per il quale non vi era richiesta alcuna particolare iscrizione, e dall’altro, l’assenza, a Suo carico, di compiti di vigilanza e controllo circa la regolare e legittima gestione del rifiuto.

Di parere avverso la Suprema Corte di Cassazione che, nella pronuncia in commento, ha ritenuto che l’estesa definizione di intermediario – tale considerato, a mente dell’art. 183 comma 1° lett. l) D.lgs. 152/2006 «qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di terzi, compresi gli intermediari che non acquisiscono la materiale disponibilità dei rifiuti» – unitamente all’inapplicabilità, nel settore in parola, della disciplina di cui all’art. 1754 c.c. sulla figura del mediatore (ovvero di «colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato ad alcune di esse da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza) renda, in ambito ambientale, inesistente qualsivoglia distinzione tra il “procacciatore d’affari” e l’”intermediario”, essendo tutte le possibili forme di mediazione sussumibili in questa seconda categoria.

Sotto altro punto di vista, essendo pacifico che l’attività dell’intermediario sia ricompresa, ex lege, fra quelle di gestione del rifiuto, ne deriva che il relativo operatore dovrà iscriversi all’apposita categoria 8 dell’Albo dei gestori ambientali e dovrà, anch’egli, sorvegliare sulla corretta gestione del rifiuto, potendo, di converso, esserne chiamato a risponderne in forza del principio di responsabilità condivisa di cui agli artt. 178 e 188 D.lgs. 152/2006.

Cass. Pen., Sez. III, 03 Agosto 2022 – Ud. del 01.06.2022 – n. 30582 Pres. L. Ramacci Rel. A. Aceto.

News Ambiente – Vi è concorso di norme (e non assorbimento) tra la disposizione di cui all’art. 256 e quella di cui all’art. 256bis comma 2° D.lgs. 152/2006

L’art. 256 D.lgs. 152/2006 punisce, fuori dai casi sanzionati dall’art. 29quaterdecies, colui che «effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione»; il successivo art. 256bis comma 2°, invece, sancisce che le pene di cui al comma primo, irrogabili a carico di chiunque appicchi fuoco a rifiuti abbandonati o depositati in maniera incontrollata, debbano trovare applicazione anche nel caso in cui l’agente abbia posto in essere le precedenti condotte illecite di abbandono, traffico o gestione di rifiuti «in funzione della successiva combustione illecita [..]».

Con autonomo motivo di censura, la difesa aveva sostenuto che il tenore letterale di questa seconda disposizione giustificasse un assorbimento della condotte antecedenti in quella successiva di combustione di talché, nel caso in esame, la contravvenzione di cui all’art. 256 D.lgs. 152/2006 non avrebbe dovuto essere contestata.

Diversamente, la Seconda Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che le due disposizioni sono tra loro perfettamente concorrenti, avendo le stesse oggetto e configurazioni differenti. Inoltre, il comma secondo dell’art. 256bis prevede una punibilità anticipata per colui che ponga in essere le condotte di cui all’art. 256 in funzione della successiva combustione anche qualora la stessa non si sia realizzata e purché si provi l’intenzione di appiccare fuoco ai rifiuti raccolti.

Cass. Pen., Sez. II, 23 Giugno 2022 – Ud. del 19 Maggio 2022 – n. 24302 Pres. G. Rago Rel. A. Mantovano