Archivi categoria: Diritto Ambientale

News Ambiente – L’art. 272-bis D.lgs. 152/2006 si applica soltanto agli impianti che producono emissioni in atmosfera regolati dal Titolo I Parte V del Decreto citato

Dopo aver sinteticamente delineato l’excursus storico che ha condotto alla formulazione dell’art. 272-bis, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto come l’ambito applicativo della dispozione debba di necessità essere ristretto ai soli impianti che producono emissioni in atmosfera disciplinati dal Titolo I Parte V del D.lgs. 152/2006.

A suo dire, depone a favore di tale interpretazione, in primo luogo, il tenore letterale della disposizione la quale, da un lato, fa espresso riferimento agli stabilimenti di cui al Titolo suddetto – relativo agli impianti, inclusi gli impianti termici civili non disciplinati dal Titolo II, e alle attività che producono emissioni in atmosfera – e, dall’altro, nel suo comma terzo, mantiene ferma l’applicazione delle norme di cui al Titolo III-bis Parte Seconda per le installazioni sottoposte ad A.I.A.

In secondo luogo, prosegue la Corte, conferma di tale esegesi si rinviene nella recente sentenza n. 178/2019 della Corte Costituzionale la quale, in sede di giudizio di legittimità di una legge regionale in materia di emissioni odorigene, è giunta a circoscrivere l’ambito applicativo della norma in esame negli stessi termini di cui detto.

Da ciò, la Terza Sezione fa ulteriormente derivare il seguente riparto sanzionatorio: nel caso in cui l’autorizzazione alle emissioni detti le misure di cui all’art. 272-bis D.lgs. 152/2006 e si riscontri una violazione delle stesse afferente al superamento dei valori limite di emissione, il soggetto risponderà della contravvenzione di cui all’art. 279 comma 2° D.lgs. 152/2006; qualora, invece, le prescrizioni imposte e violate concernano aspetti diversi dai limiti di emissione, l’agente risponderà unicamente dell’illecito amministrativo di cui al successivo comma 2bis dell’art. 279 D.lgs. 152/2006; se, in ultimo, le prescrizioni non ottemperate sono state dettate con Autorizzazione Integrata Ambientale, l’illecito configurabile sarà quello di cui all’art. 29-quaterdecies D.lgs. 152/2006.

Inoltre, la Corte ha sostenuto come l’intera normativa in materia di inquinamento atmosferico ed, in specie, gli illeciti di cui si è detto possano pacificamente entrare in concorso con la contravvenzione di cui all’art. 674 c.p., non essendo configurabile alcun rapporto di specialità fra norme. Divergente, infatti, non solo il contenuto precettivo ma anche il bene giuridico tutelato afferente, nel primo caso, alla matrice ambientale aria e, nel secondo caso, all’incolumità pubblica.

Inoltre, ricorda la Sezione competente come, ai fini della definizione di molestia idonea ad integrare l’illecito di cui al codice penale, occorra distinguere tra attività non autorizzata – per la quale, l’emissione odorigena deve essere ricondotta, per essere lecita, ad un criterio di stretta tollerabilità – e attività autorizzata e comunque svolta in conformità con le prescrizioni ivi impartite, per la quale il criterio di riferimento è quello della normale tollerabilità di cui all’art. 844 c.c. e sempre che l’azienda abbia adottato tutti gli accorgimenti tecnici necessari per abbattare l’impatto delle emissioni.

Cass., Sez. III Pen., dep. 21 Maggio 2021 n. 20204 Pres. V. Di Nicola Rel. L. Ramacci

News Ambiente – Il Ministero della Transizione Ecologica ha emesso una nota di chiarimento in punto all’obbligo di etichettatura ambientale di cui all’art. 219 comma 5° D.lgs. 152/2006

In premessa, si rappresenti come l’art. 39 comma 1ter D.L. 41/2021, così come modificato in sede di conversione dalla L. 69/2021, abbia integralmente sostituito la disposizione di cui all’art. 15 D.L. 183/2020, prevedendo: a) la sospensione dell’applicazione dell’intera previsione cui all’art. 219 comma 5° D.lgs. 152/2006 (e non più esclusivamente della prima parte del comma citato) sino al 31 Dicembre 2021; b) la possibilità di commercializzare, fino ad esaurimento scorte, tutti i prodotti che, privi dei requisiti ora imposti dalla legge, siano immessi sul mercato o etichettati al 01 Gennaio 2022. Ciononostante, visti i numerosi dubbi interpretati sorti già all’indomani dell’introduzione dell’obbligo di etichettatura ambientale  – la cui applicazione, si ripete, è ora temporaneamente sospesa – il Ministero della Transazione Ecologica ha, con propria nota n. 52445 del 17.05.2021, fornito alcuni utili chiarimenti in materia.

In primo luogo, si è sostenuto come l’obbligo di cui si discorre ricada tanto sui produttori quanto sugli utilizzatori di imballaggi e purché questi ultimi siano immessi al consumo sul territorio nazionale ovvero i prodotti riempiti e importati in Italia. In assenza di una normativa armonizzata in sede europea in punto alla tipologia di informazioni da prevedere con l’etichettatura, infatti, il Ministero ha ritenuto «opportuno escludere dall’obbligo di etichettatura gli imballaggi destinati a Paesi Terzi, che dovranno pertanto sottostare alle normative specifiche del Paese di destino» e «essere [..] accompagnati da idonea documentazione che ne attesti la destinazione, oppure da documenti di trasporto e/o schede tecniche che riportino le informazioni di composizione».

In secondo luogo, sono state dettate prescrizioni particolari per specifiche tipologie di imballaggi.

Con riferimento agli imballaggi neutri, in specie quelli da trasporto, l’obbligo di identificazione del materiale di composizione si è ritenuto possa essere soddisfatto mediante l’inserimento di tali informazioni sui documenti di trasporto che accompagnano la merce o su altri supporti esterni, anche digitali. In ordine ai preicarti e agli imballaggi a peso variabile, invece, si è affermato come l’obbligo di legge possa essere assolto mediante inserimento delle informazioni in schede informative rese disponibili ai consumatori finali presso i punti vendita ovvero nei siti internet con schede standard predefinite. Parimenti circa gli imballaggi di piccole dimensioni, multilingua e di importazione rispetto ai quali si è incentivato il ricorso a strumenti digitali e, ove non possibile, all’inserimento delle informazioni sui siti internet.

In ogni caso, il Ministero ha consentito di privilegiare strumenti di digitalizzazione delle informazioni.

Nota di chiarimento del Ministero della Transazione Ecologica n. 52445 del 17/05/2021 avente ad oggetto “D.lgs. 3 settembre 2020 n. 116. Chiarimenti sull’etichettatura ambientale degli imballaggi di cui all’art. 219, comma 5 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”

News Ambiente – L’art. 29-quattuordecies comma 3° lett. a) D.lgs. 152/2006 punisce qualsiasi scarico, anche indiretto, nelle matrici ambientali di aria, acqua e suolo

La sentenza di condanna impugnata aveva visto addebitare all’imputato il reato di cui all’art. 29-quattuordecies comma 3° lett. a) D.lgs. 152/2006 per aver lo stesso non ottemperato alle prescrizioni A.I.A. inerenti ai limiti di emissione di talune sostanze tassativamente determinate nell’effettuazione di uno scarico in pubblica fognatura di acque reflue industriali. La difesa, però, censurava la qualificazione giuridica del reato ritenendo che la norma contestata facesse esclusivamente riferimento all’emissioni in atmosfera.

Di avviso contrario la Suprema Corte di Cassazione la quale, nella pronuncia in commento, ha ritenuto che la nozione di “emissione” debba essere ricavata dall’art. 5 comma 1° lett. i-septies) D.lgs. 152/2006 e che tale debba, pertanto, considerarsi «lo scarico diretto o indiretto, da fonti puntiformi o diffuse dell’impianto, opera o infrastruttura, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore, agenti fisici o chimici, radiazioni, nell’aria, nell’acqua ovvero nel suolo». Ne deriva che la disposizione di cui all’art. 29-quattuordecies comma 3° lett. a) D.lgs. 152/2006 è volta a punire chiunque, in sede di attività di controllo, si accerti aver superato, al di fuori dei margini di tollerabilità, i valori limite di emissione in acqua, aria e suolo previsti dall’autorizzazione integrata ambientale.

Cass., Sez. III Pen., dep. 11 Maggio 2021 n. 18145 Pres. G. Lapalorcia Rel. S. Corbetta

News Ambiente – Le acque di origine meteorica che entrano in contatto con sostanze inquinanti o pericolose non possono essere qualificate come “acque meteoriche di dilavamento” ma, di volta in volta, come reflui industriali o rifiuti liquidi

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ripercorre i diversi e molteplici orientamenti giurisprudenziali nel tempo formatisi in materia di “acque meteoriche di dilavamento”. In particolare, evidenzia come un primo approdo – formatosi all’indomani dell’entrata in vigore del D.lgs. 152/2006 – sulla scorta del dato letterale di cui agli artt. 74 e 113 D.lgs. 152/2006, ritenesse le acque di derivazione meteorica contaminate con sostanze o materiali, anche inquinanti, diversi da quelli impiegati nel ciclo produttivo come assimilate alle acque meteoriche di dilavamento mentre quelle contaminate con sostanze impiegate nel suddetto ciclo quali acque reflue industriali.

Il testo normativo di cui all’art. 74 comma 1° lett. h) D.lgs. 152/2006  fu, però, modificato ad opera del D.lgs. 4/2008 e attualmente descrive le acque reflue industriali come «qualsiasi tipo di acque reflue scaricate (e non più provenienti) da edifici od impianti (prima installazioni) in cui si svolgono attivita’ commerciali o di produzione di beni, diverse (è stato soppresso il riferimento alla differenza qualitativa) dalle acque reflue domestiche e dalle acque meteoriche di dilavamento», alle quali non vengono più assimilate le acque venute a contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non connesse all’attività dello stabilimento.

Ed è proprio quest’ultima abrogazione ad aver importato un cambio di orientamento sul punto. Se dapprima, in accordo con la dottrina maggioritaria, si ritenne la riforma quale volta a negare qualsivoglia assimilazione delle acque di origine meteorica ai reflui industriali, successivamente la giurisprudenza di legittimità maggioritaria, alla quale la presente pronuncia intende dar seguito, si era orientata nel senso di ritenere che, in virtù della modifica introdotta con D.lgs. 4/2008, il legislatore avesse voluto ridurre il campo di applicazione del concetto di acque meteoriche di dilavamento, ricomprendendo tale definizione solo quelle acque che, originate da un evento atmosferico, non siano, in alcun modo, state contaminate. E’ solo rispetto a queste che le Regioni, ai sensi dell’art. 113 D.lgs. 152/2006, hanno competenza in termini di controllo o imposizione di prescrizioni specifiche, ivi compresa l’autorizzazione. Al di fuori di questo perimetro, le acque di origine meteorica dovranno essere qualificate come acque reflue industriali – se provenienti da edifici o impianti in cui si svolge attività commerciale o di produzione dei beni e se convogliate mediante uno stabile sistema di collettamento che colleghi senza soluzione di continuità il ciclo di produzione del refluo al corpo recettore (in altri termini: uno scarico) – o come rifiuto urbano.

 Cass. Pen., Sez. III, 23 Marzo 2021 – Ud. del 24.02.2021 – n. 11128

News Ambiente – In tema di qualificazione delle “terre e rocce da scavo” come sottoprodotti, l’elencazione delle operazioni da considerarsi “normale pratica industriale” non è esaustiva

La disciplina inerente alla gestione delle terre e rocce da scavo è oggi contenuta nel D.P.R. 120/2017; per quanto qui di interesse, il citato Decreto, in piena continuità con la previgente normativa, chiarisce come le operazioni con cui possono essere trattate le terre e rocce da scavo al fine di essere qualificate come sottoprodotti devono rientrare nella normale pratica industriale e come tali siano da intendersi  «[..]quelle operazioni, anche condotte non singolarmente, alle quali possono essere sottoposte le terre e rocce da scavo, finalizzate al miglioramento delle loro caratteristiche merceologiche per renderne l’utilizzo maggiormente produttivo e tecnicamente efficace. [..] L’allegato 3 elenca alcune delle operazioni piu’ comunemente effettuate, che rientrano tra le operazioni di normale pratica industriale». Più nello specifico, il citato allegato prevede che «Tra le operazioni piu’ comunemente effettuate che rientrano nella normale pratica industriale, sono comprese le seguenti», procedendo poi con un’elencazione che, a differenza del previgente D.M. 161/2012, non viene indicata come meramente esemplificativa.

Da qui il dubbio circa il numerus clausus delle operazioni così qualificabili.

Nella pronuncia in commento la Suprema Corte di Cassazione ha, però, sostenuto come il riferimento alle operazioni più comunemente effettuate debba indurre a qualificare l’elencazione di cui alla disciplina in vigore come meramente esemplificativa, con conseguente possibilità di ricondurre all’alveo dei trattamenti rientranti nella normale pratica industriale anche altre operazioni, non previste nell’allegato, che si pongano come obiettivo il miglioramento delle caratteristiche merceologiche delle terre e rocce da scavo al fine di renderne l’utilizzo maggiormente produttivo ed efficace e senza alterarne le caratteristiche originarie. Diversamente argomentando, a detta della Corte, la legge italiana si porrebbe in contrasto con le dispozioni europee e con la loro costante interpretazione.

Sotto altro punto di vista, la Corte ha, inoltre, chiarito come la sussistenza dei requiti idonei a qualificare le terre e rocce da scavo come sottoprodotti deve essere accertata dal giudice di merito sulla base di dati fattuali e non può essere provata, da colui che ne invoca l’applicazione, sulla base di meri contenuti cartolari o atti similari. E ancora: il giudice di merito può valutare la validità ed efficacia dei relativi titoli abilitativi.

Per completezza espositiva, si rappresenta come, nella sentenza in commento, la Corte abbia colto l’occasione per ribadire anche ulteriori principi di diritto afferenti a tematiche diverse da quella sinora affrontata. Nello specifico, si è sancito che:

  • Il personale ARPA nello svolgimento di funzioni di vigilanza e controllo riveste la qualifica di polizia giudiziaria in ragione delle competenze attribuitegli dalla normativa legislativa e regolamentare vigente e della loro riferibilità alla tutela di un bene costituzionalmente rilevante e penalmente protetto; inoltre, l’attività in tale veste svolta differisce da quella di ausilio tecnico agli agenti o ufficiali di polizia nonché da quella meramente ispettiva, rispetto alla quale assumono rilevanza gli artt. 220 e 223 disp. att. c.p.p.;
  • La particolarità degli accertamenti ambientali e la complessità delle operazioni, anche di natura tecnica, conseguenti giustifica l’adozione da parte dell’autorità procedente di atti giuridici molto articolati i quali facciano riferimento a più istituti disciplinati dal codice di rito contemperando, da un lato, le garanzie di difesa dell’indagato o imputato e, dall’altro, l’esigenza investigativa dell’organo di accusa;
  • L’attività di gestione abusiva o irregolare di una discarica comprende anche la fase di gestione post-operativa della stessa; pertanto, la permanenza del reato cessa o con l’ottenimento della richiesta autorizzazione ambientale, o con la totale rimozione dei rifiuti e/o bonifica dell’area, o con l’esecuzione del sequestro o con la sentenza di primo grado.

 Cass. Pen., Sez. III, 15 Marzo 2021 – Ud. del 19.01.2021 – n. 9954

News Ambiente – Sospeso fino al 31 Dicembre 2021, l’obbligo di etichettatura degli imballaggi di cui all’art. 219 comma 5° prima parte D.lgs. 152/2006

Occorre, in premessa, rappresentare come a mezzo del D.lgs. 116/2020, entrato in vigore il 26 Settembre 2020, il legislatore abbia modificato il testo dell’art. 219 D.lgs. 152/2006 dettando l’obbligo di corretta etichettatura degli imballaggi.

Più nello specifico, al fine di facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero ed il riciclaggio degli imballaggi nonché di informare il consumatore finale in punto al fine vita dell’imballaggio stesso, il comma quinto della disposizione richiamata prevede ora l’obbligo di corretta etichettatura ambientale, da adottare in conformità alle norme tecniche UNI applicabili nonché alla Decisione 97/129/CE. Inoltre, la seconda parte dell’art. 219 comma 5° D.lgs. 152/2006, pone a carico dei produttori l’obbligo di apporre sull’imballaggio la codifica alfanumerica dettata dalla normativa europea atta a consentire la sua identificazione e classificazione.

Mentre quest’ultimo onere è dotato di forza cogente sin dall’entrata in vigore del D.lgs. 116/2020, l’applicazione della prima parte dell’art. 219 comma 5° D.lgs. 152/2006 era stata sospesa fino al 31 Dicembre 2021 dal’art. 15 comma 6° D.L. 183/2020; la sospensione è stata confermata in sede di conversione del provvedimento avvenuta con L. 26 Febbraio 2021 n. 21 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 51 del 01 Marzo 2021.

Legge 26 Febbraio 2021 n. 21, pubblicata in Gazzetta Ufficiale al n. 51 del 01 Marzo 2021, recante «Conversione  in  legge,  con  modificazioni,  del  decreto-legge 31 dicembre 2020, n. 183, recante disposizioni  urgenti  in  materia  di termini legislativi, di realizzazione di  collegamenti  digitali,  di esecuzione della decisione (UE, EURATOM) 2020/2053 del Consiglio, del 14 dicembre 2020, nonche’ in  materia  di  recesso  del  Regno  Unito dall’Unione europea. Proroga  del  termine  per  la  conclusione  dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sui fatti accaduti presso la comunita’ “Il Forteto”».

News Ambiente – Agitazioni sindacali che abbiano reso indisponibile l’accesso alla discarica possono costituire causa di forza maggiore ai sensi dell’art. 193 comma 12° TUA, nella formulazione precedente alla riforma introdotta con D.lgs. 116/2020

Nel dichiarare l’estinzione dei reati in contestazione per intervenuto decorso del termine di prescrizione, la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto non manifestamente infondato l’assunto difensivo per cui l’insorgenza di agitazioni sindacali – il cui tempestivo preavviso non era stato provato all’interno del processo – e la conseguente indisponibilità della discarica – l’unica del comprensorio – avrebbero dovuto essere considerate quali circostanze non prevedibili dall’imputato e integranti, pertanto, una causa di forza maggiore rilevante ai sensi dell’art. 193 comma 12 D.lgs. 152/2006, nella sua formulazione ante riforma intervenuta con D.lgs. 116/2020.

Ivi, infatti, si prevedeva che, in caso di trasporto intermodale, non poteva dirsi integrato il reato di stoccaggio non autorizzato allorquando le attività di carico e scarico, trasbordo o le soste tecniche venissero effettuate entro il minor tempo possibile e comunque, salvo impossibilità per caso fortuito o forza maggiore, entro il termine di sei giorni decorrente dall’inizio di tali attività. Tale termine rimaneva sospeso in costanza del caso fortuito o della forza maggiore ma, in caso di loro perdurare superiore ai trenta giorni, il detentore avrebbe dovuto provvedere autonomamente e a proprie spese alla corretta gestione del rifiuto. In caso di impossibilità a rispettare il termine di sei giorni di cui sopra, inoltre, il detentore del rifiuto era tenuto a darne indicazione, senza indugio e comunque prima della scadenza di tale termine, alle autorità territorialmente competenti.

Per completezza, si rappresenti come, a seguito della novella introdotta ad opera del D.lgs. 116/2020, l’attuale art. 193bis D.lgs. 152/2006 prevede che il deposito di rifiuti nell’ambito delle attività intermodali di cui sopra non intergra il reato di stoccaggio non autorizzato allorquando non superi il limite di trenta giorni e i rifiuti siano presi in carico entro sei giorni dalla data di inizio del deposito. In caso mancata presa in carico entro il termine anzidetto, il detentore dei rifiuti è tenuto, entro le ventiquattro ore successive, a darne formale comunicazione al produttore e all’intermediario – ovvero al soggetto ad esso equiparato che ha preparato il trasporto. Il produttore, entro i successivi ventiquattro giorni, deve prendere in carico i rifiuti e assicurarne la corretta gestione.

Cass. Pen., Sez. III, 19 Febbraio 2021 – Ud. del 20.10.2020 – n. 6528

News Ambiente – La diffusione di polveri in atmosfera integra il reato di cui all’art. 674 comma 1° prima parte c.p. il quale può dirsi insussistente solo nelle ipotesi di immissioni consentite e conformi ai limiti e alle disposizioni di legge

La quaestio iuris sottoposta al vaglio della Suprema Corte di Cassazione concerneva l’inquadramento giuridico del fatto di reato ascritto agli imputati e consistente nell’aver immesso in atmosfera polveri pericolose per l’incolumità pubblica. In particolare, in contestazione risultava essere la corretta interpretazione della disposizione di cui all’artl 674 c.p. la quale punisce da un lato, «chiunque getta o versa, in luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte ad affondere o  imbrattare o molestare le persone» e, dall’altro, chiunque «nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti».

La difesa, nella specie, riteneva che l’articolo in esame non individuasse due autonome fattispecie di reato ma, al contrario, che la condotta di cui alla seconda parte dovesse intendersi quale species del più ampio genus del gettare o versare cose con la conseguenza che la clausola «nei casi non consentiti dalla legge» dovesse intendersi operante in ogni caso. Ne deriverebbe la insussistenza del reato addebitato per pieno rispetto delle prescrizioni imposte con l’autorizzazione integrata ambientale.

In prima battuta, la Seconda Sezione ha ribadito come la disposizione di cui all’art. 674 c.p. cristallizzi due diverse fattispecie criminose. Rispetto a queste, l’emissione di polveri doveva ritenersi sussumibile nel concetto di “gettare o versare cose” in quanto – contrariamente a quanto sostenuto da un proprio datato indirizzo – non era possibile equiparare il concetto di polvere a quello di fumo, essendo il secondo il prodotto di una combustione mentre la prima di un processo di frantumazione.

Ciò chiarito, la Corte ha, poi, precisato come, una lettura rigorosa della norma dovrebbe portare ad escludere l’operatività della clausola «nei casi non consentiti dalla legge» rispetto alla fattispecie di cui alla prima parte del’art. 674 c.p.. D’altro canto, la stessa non manca di rilevare come un suo precedente orientamento abbia, invece, ritenuto possibile estenderel’operatività della previsione in bonam partem anche alle ipotesi di emissioni diverse da gas, vapori e fumi con la conseguenza che qualora la diffusione venga realizzata da un’attività produttiva socialmente utile e, come tale, la diffusione sia legislativamente disciplinata, il reato non può dirsi integrato allorquando siano rispettati i limiti o le prescrizioni dettate dalla normativa vigente. In altri termini, quel che rileva ai fini della dichiarazione di insussistenza del reato è che la legge autorizzi l’emissione e non, invece, che questa promani da un’attività industriale regolamentata ed autorizzata.

Ecco perché gli imputati non potevano giovarsi, nel caso di specie, della menzionata estensione: le emissioni di polveri, originate nel corso dell’attività della centrale termoelettrica, lungi dall’essere consentite dalla legge, erano, invece, vietate e sottoposte dalla normativa applicabile a misure di cautela e prevenzione molto rigorose.

Cass. Pen., Sez. II, 05 Febbraio 2021 – Ud. del 01.10.2020 – n. 4633

News Ambiente – Ai sensi dell’art. 29quattuordecies D.lgs. 152/2006, costituisce reato l’etichettatura del rifiuto limitata alle sole zone di stoccaggio e non riprodotta sui serbatoi

In materia di gestione dei rifiuti, la Corte di Cassazione ribadisce che il titolare dell’autorizzazione integrata ambientale risponde del reato ex art. 29-quattuordecies del d.lgs. n. 152/2006 allorquando vìola le prescrizioni imposte dal provvedimento, ancorché queste si riferiscano ad obblighi di segnalazione nelle zone di stoccaggio. Poiché la valutazione dell’offensività della condotta è stata già preventivamente effettuata dal legislatore, in nessun caso l’inosservanza di detti obblighi può ritenersi circoscritta nell’ambito delle mere irregolarità amministrative. Infatti, il legislatore all’interno dell’art. 29 – quattuordecies, quando descrive le condotte attribuibili al titolare dell’autorizzazione integrata, distingue tra la generale inosservanza di qualsiasi delle prescrizioni del provvedimento autorizzativo – punita con la sola sanzione amministrativa – e le violazioni “qualificate” – penalmente rilevanti – tra cui vi è la  “gestione dei rifiuti”. Nello specifico, la Terza Sezione ha, nel caso di specie, confermato la sentenza di condanna pronunciata a carico del ricorrente stante l’accertata inadeguatezza dell’indicazione della tipologia di rifiuti presenti in loco effettuata tramite etichettatura apposta solo nella zona di stoccaggio e non anche sui singoli serbatoi; detta etichettatura, infatti, è funzionale alla corretta informazione sulla natura e tipologia di rifiuto a tutti i soggetti che entrano in contatto con gli stessi,  anche se estranei al reparto come i controllori, altri dipendenti, o, altresì, soggetti estranei.

Cass. Pen., Sez. III, 25 Novembre 2020 – Ud. del 18.09.2020 –  n. 33033

News Ambiente – In caso di omessa indicazione dell’indirizzo di ubicazione dell’impianto di produzione dei rifiuti, il relativo FIR è da ritenersi incompleto

Il procedimento prendeva le mosse dall’intervenuta emissione di un’ordinanza-ingiuzione volta a porre a carico del trasgressore la sanzione pecuniaria amministrativa di cui all’art. 258 comma 4° D.lgs. 152/2006 per inesattezza e incompletezza dei dati contenuti all’interno di n. 13 formulari identificativi dei rifiuti. In accordo con l’ente ricorrente, la Suprema Corte di Cassazione ha, nella pronuncia in commento, ritenuto che la mera menzione del Comune di ubicazione del cantiere di partenza dei rifiuti trasportati unitamente al generico indirizzo della sede principale del produttore degli stessi non fosse idoneo allo scopo di garantire la tracciabilità dei rifiuti perseguito dalla normativa.

Più nello specifico, il giudice di legittimità ha, in prima battuta, chiarito come il principio di legalità – sancito dall’art. 1 L. 689/1981 anche in materia di sanzioni amministrative – non possa dirsi leso in caso di eterointegrazione delle norme nella misura in cui la normativa di rango secondario non vada ad incidere sulla definizione del precetto sanzionatorio ma si ponga come mera specificazione dello stesso. Questo è il tipo di interazione esistente fra il disposto di cui agli artt. 193 e 258 D.lgs. 152/2006 e le disposizioni di cui al D.M. 154/1998 (applicabile ratione materiae al caso in esame) di talché il mancato rispetto delle indicazioni richieste in tale ultimo provvedimento è pienamente idoneo ad integrare l’illecito amministrativo in contestazione.

Rispetto alla specifica violazione, la Seconda Sezione ha evidenziato come l’obbligo di indicare, in maniera chiara ed univoca, nel formulario di identificazione del rifiuto, il luogo – all’interno del Comune – ove si trova l’impianto di produzione dei rifiuti e da dove è stato avviato il relativo trasporto discenda tanto dall’art. 193 comma 1° lett. a) D.lgs. 152/2006 (il quale prevede che «Il trasporto dei rifiuti, eseguito da enti o imprese, e’accompagnato da un formulario di identificazione (FIR) dal quale devono risultare i seguenti dati: a) nome ed indirizzo del produttore e del detentore [..]») quanto dalle disposizioni inerenti le modalità di corretta compilazione del FIR previste nel D.M. 154/1998.

Cass. Civ., Sez. II, 24 Novembre 2020 – Ud. del 13 Ottobre 2020 – n. 26701