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News Ambiente – Competente ad adottare la sanzione amministrativa di cui agli artt. 193 e 258 comma 4° TUA – al pari di ogni altra sanzione di egual natura – è l’autorità del luogo ove la violazione è stata accertata, purché ivi si sia realizzato un segmento di condotta

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito un suo precedente principio giurisprudenziale in forza del quale, in materia di irrogazione di sanzioni amministrative, l’autorità competente ad emettere il provvedimento sanzionatorio ed il giudice funzionalmente ed inderogabilmente competente per l’eventuale opposizione si identificano con quelli del luogo ove la violazione è stata accertata e sempre che ivi si sia tenuta una porzione temporale dell’elemento materiale previsto dalla norma; deve, pertanto, escludersi, anche in ipotesi di violazioni aventi carattere permanente, la configurabilità di più competenze concorrenti di autorità differenti.

Cass. Pen., Sez. VI, Ord. del 04 Novembre 2022 – Ud. del 30.09.2022 – n. 32558 Pres. L.G. Lombardo Rel. G. Grasso.

News Ambiente – In virtù dell’art. 452quaterdecies comma 4° c.p., in caso di danno o pericolo ambientale, il Giudice penale applica, motivandola, la sanzione amministrativa accessoria dell’ordine di ripristino

Occorre, in premessa, anticipare come, a norma dell’art. 452quaterdecies comma 4° c.p., in piena continuità normativa con il disposto di cui al precedente art. 260 D.lgs. 152/2006, il giudice, nel caso in cui dal reato sia derivato un danno all’ambiente, ordina, con sentenza di condanna, adottata anche nelle forme di cui agli artt. 444 e ss. c.p.p., il ripristino dello stato dell’ambiente, potendo subordinare la sospensione condizionale della pena alla previa eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose.

A parere della Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione, il summenzionato ordine di ripristino ha natura di sanzione amministrativa accessoria che deve essere applicata, per espressa previsione legislativa, dal giudice penale. Ne deriva, ulteriormente, l’infondatezza della censura difensiva: la Corte d’Appello, pur accogliendo la pena statuita tra le parti in sede di concordato preventivo, ha correttamente applicato, pur in assenza di previsione pattizia, la sanzione amministrativa accessoria di cui all’art. 452quaterdecies c.p., obbligatoria ex lege. Non vi è stata, pertanto, alcuna violazione del divieto di reformatio in pejus.

Di converso, richiamando propri precedenti giurisprudenziali, il Collegio ha ritenuto fondata la contestazione della difesa inerente alla mancata motivazione, da parte del giudice d’appello, circa la sussistenza dei requisiti applicativi dell’ordine di ripristino. Il reato di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, infatti, non prevede, fra i suoi elementi costitutivi il danno ambientale che, solo laddove realizzatosi come conseguenza accidentale dell’illecito, obbliga il giudice a disporre l’ordine di ripristino; quest’ultimo, quindi, avrebbe dovuto motivare circa la sussistenza del danno ambientale.

Cass. Pen., Sez. III, 19 Ottobre 2022 – Ud. del 15.09.2022 – n. 39511 Pres. G. Liberati Rel. A. Di Stasi

News Ambiente – Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 452-quaterdecies c.p., l’inosservanza delle prescrizioni tecniche riguarda non solo le BAT Conclusions ma anche i documenti BREF

La comprensione dell’intervento giurisprudenziale in parola richiede, in via preliminare, il richiamo al principio di diritto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione nel medesimo procedimento e a cui il giudice del rinvio era vincolato: l’elemento costitutivo dell’abusività della condotta – richiesto ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 452quaterdecies c.p. – può essere integrato dalla mancata conformità delle autorizzazioni ambientali alle prescrizioni tecniche di cui alle BAT Conclusions, costituendo queste «parametro, di legge o di autorizzazione, di cui è sanzionata la violazione e la cui inosservanza, se incidente sul contenuto, sulle modalità e sugli esiti dell’attività svolta, può determinare la abusività di quest’ultima [..]».

L’ordinanza impugnata, però, aveva ritenuto insussistente il fumus del reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, non potendo, a suo dire, sostenersi l’abusività della condotta della Società amministrata dall’indagato sulla scorta delle seguenti motivazioni:

– in primo luogo, sottolineava il giudice di merito come, nel periodo in contestazione, compreso tra il 2017 e il 2019, l’attività condotta dall’indagato dovesse considerarsi lecita in quanto pienamente in linea con il proprio titolo autorizzativo il quale – sebbene non conforme alle prescrizioni di cui alle BAT Conclusions in materia di discariche di rifiuti pubblicate nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nell’Agosto 2018 – era, nelle more dell’adeguamento, legittimo. Si ricordava, infatti, come, ai sensi del disposto di cui all’art. 29octies D.lgs. 152/2006, a seguito dell’approvazione da parte della Commissione Europea di nuove conclusioni sulle BAT, le autorizzazioni integrate ambientali in essere dovessero essere riesaminate e rinnovate entro quattro anni dalla pubblicazione delle summenzionate conclusioni, potendo, nel contempo, il gestore dell’attività proseguire la stessa sulla base del titolo in suo possesso. Nel caso, in esame, quindi, fino all’Agosto 2022, la condotta dell’indagato era pienamente legittima in quanto posta in essere nel rispetto delle prescrizioni di cui alla propria A.I.A.;

– in secondo luogo, sempre nel periodo in contestazione, il titolo autorizzativo in possesso del gestore non poteva dirsi contrario ad alcun altro documento tecnico a carattere normativo e vincolante. Rilevava, infatti, il giudice come a tal fine non potessero essere apprezzate le MTD, comprese quelle recepite in precedenza da decreti ministeriali o ispirate a documenti BREF europei, trattandosi, a parere del Tribunale, di meri « «[..]“utili riferimenti tecnici”» come tali privi «di portata “autoapplicativa”» e perciò inidonei a a «far  valutare abusiva l’attività del gestore che comunque si muovesse entro il perimetro dell’AIA» anche ove questa
autorizzazione non fosse conforme a tali riferimenti tecnici».

Di avviso contrario il Procuratore della Repubblica ricorrente a parere del quale, pur in assenza di BAT Conclusions regolamente emanate, il contenuto dell’Autorizzazione Integrata Ambientale non potesse prescindere dall’osservanza delle prescizioni tecniche dettate dai documenti      BREF. A sostegno di tale contestazione, in particolare, si richiamava la disposizione di cui all’art. 29bis D.lgs. 152/2006 la quale, nel suo comma primo seconda parte, espressamente prevede che: «Nelle more della emanazione delle conclusioni sulle BAT l’autorita’ competente utilizza quale riferimento per stabilire le condizioni dell’autorizzazione le pertinenti conclusioni sulle migliori tecniche disponibili, tratte dai documenti pubblicati dalla Commissione europea in attuazione dell’articolo 16, paragrafo 2, della direttiva 96/61/CE o dell’articolo 16, paragrafo 2, della direttiva 2008/01/CE». Di talché, a parere del ricorrente – sebbene in materia di discariche, al momento dei fatti, non fossero ancora in vigore né le BAT Conclusions sui rifiuti dell’Agosto 2018 né il BREF sugli impianti di trattamento rifiuti JRC113018, anch’esso del 2018 – il provvedimento autorizzativo in possesso del gestore indagato era comunque da considersi contrario alle disposizioni tecniche di cui al BREF Europeo «Waste Treatments Industries – August 2006» e, conseguentemente, alla luce del principio di diritto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione, la condotta di quest’ultimo abusiva.

La Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha accolto, sul punto, il ricorso avanzato dal Procuratore della Repubblica concordando sulla circostanza per cui il tenore dell’art. 29bis D.lgs. 152/2006 non lasci spazio di dubbio circa il fatto che «le migliori tecniche disponibili, idonee a definire il parametro autorizzativo la cui inosservanza è sanzionata dall’ art. 452 quaterdecies cod. pen., non siano solo le BAT Conclusions, ma anche i BREF sulla base dei quali le BAT vengono elaborate che la Commissione europea deve raccogliere e pubblicare ai sensi dell’art. 16, paragrafo 2, della Direttiva 96/61/CE»

Cass. Pen., Sez. IV, 18 Ottobre 2022 – Ud. del 27.09.2022 – n. 39150 Pres. D. Ferranti Rel. L. Vignale

News Ambiente – Il 04 Novembre 2022 è entrato in vigore il D.M. 152/2022 sulla cessazione della qualifica di rifiuto dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione ovvero degli altri rifiuti inerti di origine minerale

In attuazione del disposto di cui all’art. 184-ter D.lgs. 152/2006, il Regolamento in parola stabilisce i requisiti tecnici che i rifiuti inerti dalle attività di costruzione e demolizione e gli altri rifiuti inerti di origine minerale, come definiti ai sensi dell’articolo 2, comma 1, lettere a), devono avere non essere più qualificati come rifiuti. In particolare, con decorrenza dal 04 Novembre 2022, le tipologie di rifiuti su richiamate ed espressamente indicate nei punti 1 e 2 della Tabella 1 dell’Allegato 1 [170101 – 170102 – 170103 – 170107 – 170302 – 170508 – 170904 – 010408 – 010410 – 010413 – 101201 – 101206 – 101208 – 101311 – 120117 – 191209] cessano di essere qualificati come rifiuti per divenire “aggregato recuperato” quando, ed esito delle operazioni di trattamento e recupero di cui all’Allegato 1 punto c) del decreto in esame, questo risulti conforme ai requisiti tecnici stabiliti nel medesimo allegato. In tali circostanze, l’aggregato recuperato potrà essere adibito agli scopi di utilizzabilità di cui all’Allegato 2 ovvero a: «a) la realizzazione del corpo dei rilevati di opere in terra dell’ingegneria civile; b) la realizzazione di sottofondi stradali, ferroviari, aeroportuali e di piazzali civili ed industriali; c) la realizzazione di strati di fondazione delle infrastrutture di trasporto e di piazzali civili ed industriali; d) la realizzazione di recuperi ambientali, riempimenti e colmate; e) la realizzazione di strati accessori aventi, a titolo esemplificativo, funzione anticapillare, antigelo, drenante; f) il confezionamento di calcestruzzi e miscele legate con leganti idraulici (quali, a titolo esemplificativo, misti cementati, miscele betonabili)».

In via transitoria, il Ministero ha disposto che:

– i produttori di rifiuti inerti da costruzione e demolizione o di altri rifiuti inerti di origine minerale debbano richiedere, entro e non oltre centottanta giorni dall’entrata in vigore del corpo normativo in esame, l’aggiornamento della comunicazione di cui all’art. 216 D.lgs. 152/2005 – indicando la quantità massima di rifiuto recuperabile – ovvero della Autorizzazione Unica di cui all’art. 208 D.lgs. 152/2006 o della propria Autorizzazione Integrata Ambientale;

– per le procedure semplificate, continuino ad applicarsi i limiti quantitavi, le norme tecniche e i valori limite di emissione di cui al D.M. 05 Febbraio 1998;

– nelle more dell’adeguamento delle suddette comunicazioni e autorizzazioni, i materiali già prodotti alla data di entrata in vigore del regolamento nonché quelli che risultano in esito alle procedure di recupero già autorizzate possono essere utilizzati in conformità ai propri titoli abilitativi.

Decreto del Ministero della Transizione Ecologica n. 152 del 27 Settembre 2022 recante «Regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione e di altri rifiuti inerti di origine minerale, ai sensi dell’articolo 184-ter, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152», pubblicato in Gazzetta Generale – Serie Generale n. 296 del 20 Ottobre 2022.  

News Ambiente – In materia di illeciti amministrativi permanenti, la permenanza si intende cessata alla data di accertamento della violazione

Con autonomo motivo di ricorso per Cassazione, il ricorrente lamentava – fra le altre – come l’impugnata ordinanza-ingiunzione emessa ai sensi degli artt. 124 e 133 comma 2° D.lgs. 152/2006 (per esercizio di un impianto di trattamento acque reflue in assenza del prescritto titolo autorizzativo) costituisse un’indebita duplicazione sanzionatoria di condotte già oggetto di un autonomo procedimento amministrativo la cui relativa ordinanza era stata notificata al trasgressore solo qualche giorno prima del provvedimento impugnato.

A parere della difesa, infatti, il perseverare nella condotta illecita da parte dell’autore della violazione non potrebbe portare ad un secondo giudizio sanzionatorio nei suoi confronti almeno sino a quando il primo procedimento non si sia concluso con la notificazione dell’ordinanza irrogativa di sanzione.

Per quanto qui di interesse, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito nella pronuncia in commento come – sebbene gli assunti della difesa trovino riscontro in orientamenti giurisprudenziali datati – è oggigiorno pacifico che, in materia di illeciti amministrativi a carattere permanente, la permanenza debba dirsi cessata alla data di accertamento della violazione da parte delle autorità preposte e non a quella di notifica del provvedimento sanzionatorio.

Cass. Pen., Sez. II, 23 Settembre 2022 – Ud. del 09 Marzo 2022 – n. 27975 Pres. P. D’Ascola Rel. A. Cosentino.

News Ambiente – La violazione di cui all’art. 133 comma 2° D.lgs. 152/2006 può essere contestata tanto al titolare dell’autorizzazione all’esercizio dell’impianto quanto al suo gestore

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione, richiamando un proprio precedente datato orientamento, ha ribadito come la violazione amministrativa inerente all’esercizio o mantenimento di uno scarico di acque reflue domestiche o di reti fognarie in assenza di autorizzazione ovvero a seguito di autorizzazione sospesa o revocata non costituisca un reato proprio, potendo, pertanto, essere contestato non solo in capo al titolare dell’impianto ma anche a colui che gestisca quest’ultimo o, comunque, detenga di fatto una condotta di scarico non autorizzato.

Cass. Civ., Sez. II, Ord. del 22 Settembre 2022 – Ud. del 10 Dicembre 2019 – n. 27851 Pres. A. Giusti Rel. C. Besso Marcheis.

News Ambiente – In caso di gara pubblica per la manutenzione delle aree verdi, il partecipante non iscritto all’apposito Albo potrà acquisire tale requisito da un terzo stabilmente inquadrato nell’organigramma societario, essendo illegittimo il ricorso all’avvalimento

Il giudizio definito con la pronuncia ora in commento origina dall’impugnazione degli esiti di una gara pubblica indetta per la manutenzione delle aree verdi comunali. In particolare, la terza classificata – per quanto qui di interesse – lamentava l’assenza nell’aggiudicataria del requisito soggettivo richiesto dall’art. 12 della L. 154/2012 (ovvero la necessaria iscrizione all’Albo dei manutentori del verde), rispetto al quale il disciplinare di gara vietava il ricorso all’avvalimento.

Il TAR, in primo grado, rigettava le censure ritenenendo che il contratto concluso tra l’aggiundicataria e un terzo operatore, in possesso del requisito richiesto, avesse determinato l’ingresso di tale caratteristica nell’organico societario, in senso dinamico e flessibile, dal momento che il secondo si era impegnato in via continuata e senza possibilità di recesso a svolgere l’attività appaltata.

La terza classificata, pertanto, perpetrava le proprie lamentele in appello nella qual sede anche la controinteressata avanzava appello incidentale chiedendo dichiararsi l’illegittimità della clausola del bando di gara atta a negare il ricorso all’istituto dell’avvallimento con riguardo al requisito soggettivo dell’iscrizione all’Albo dei manutentori del verde. Si rilevava, in specie, un contrasto con la normativa interna ed eurocomunitaria, particolarmente favorevole all’utilizzo di questi strumenti in un’ottica di semplificazione delle procedure di partecipazione alle gare.

Il Consiglio di Stato, nella pronuncia in commento, è giunto dapprima a dichiarare infondato l’appello incidentale proposto, ribadendo come i requisiti soggettivi di idoneità professionale debbano essere necessariamente posseduti personalmente dell’operatore che intende partecipare alla gara il quale, allo scopo, deve svolgere in maniera continuata e abituale l’attività appaltata e impiegare in misura pressocché totalizzante l’intera struttura aziendale. Ne viene fatta conseguire la piena legittimità (anche rispetto alla disciplina europea) della previsione del bando di gara contestata e, conseguemente, l’impossibilità in ipotesi di mancanza, in generale, di un requisito professionale e, in particolare, con riguardo al caso di specie, del requisito specifico dell’iscrizione all’Albo dei manutentori del verde, di ricorrere all’istituto dell’avvallimento, demandando, sic et simpliciter, ad un terzo dotato delle caratteristiche richieste.

Da quanto premesso, inoltre, il Consiglio di Stato deduce anche la fondatezza dell’appello principale.

Ed infatti, da quanto sopra rappresentato, si deve evincere che allorquando il requisito soggettivo debba essere acquisito da altro operatore è necessario, al fine di rispettare il carattere personale di tale elemento, che quest’ultimo risulti stabilmente incardinato nell’organizzazione interna dell’azienda.

Non così nel caso di specie ove l’aggiudicataria non risultava svolgere in maniera abituale e continuata l’attività di manutenzione delle aree verdi né allo scopo aver organizzato, in maniera pressoché totalizzante, la propria struttura aziendale. Sotto il primo profilo, in particolare, il Giudice aveva rilevato come la partecipante vincitrice si stesse accingendo, proprio in forza della commessa di gara, ad esercitare, per la prima volta, l’attività appaltata e come questa palese occasionalità non potesse dirsi superata dall’impegno in questa direzione assunto del terzo operatore: questo, infatti, pur essendosi vincolato allo svolgimento dell’attività oggetto di gara in via continuata e senza recesso, aveva ciò promesso solo con riguardo alla specifica commessa appaltata e non, in generale, all’intera lavorazione produttiva dell’aggiudicataria. Sotto il secondo profilo, poi, era evidente come l’organizzazione aziendale non fosse coinvolta interamente in questo tipo di attività che, infatti, avrebbero dovuto essere svolte da un terzo non facente parte dell’organico societario ma, in forza del contratto, integrato nella struttura solo in via occasionale, ovvero limitatamente al contratto con la stazione appaltante.

Consiglio di Stato, Sez. V, 28 Agosto 2022 – Ud. del 07 Luglio 2022 – n. 7482 Pres. P.G.N. Lotti Rel. ed Est. M. Santini.

News Ambiente – Colui che mette in contatto il produttore dei rifiuti con il gestore dell’impianto di smaltimento deve qualificarsi come “intermediario senza detenzione”

A parere della difesa, l’attività dell’imputato – consistente nella mera messa in contatto, dietro corrispettivo, di produttori di rifiuti con il gestore dell’impianto di smaltimento, con totale disinteresse per le successive operazioni di gestione del rifiuto – avrebbe dovuto intendersi come di “procacciamento d’affari”; ne conseguiva, da un lato, il ruolo di mediatore del ricorrente, riconosciuto ex lege e per il quale non vi era richiesta alcuna particolare iscrizione, e dall’altro, l’assenza, a Suo carico, di compiti di vigilanza e controllo circa la regolare e legittima gestione del rifiuto.

Di parere avverso la Suprema Corte di Cassazione che, nella pronuncia in commento, ha ritenuto che l’estesa definizione di intermediario – tale considerato, a mente dell’art. 183 comma 1° lett. l) D.lgs. 152/2006 «qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di terzi, compresi gli intermediari che non acquisiscono la materiale disponibilità dei rifiuti» – unitamente all’inapplicabilità, nel settore in parola, della disciplina di cui all’art. 1754 c.c. sulla figura del mediatore (ovvero di «colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato ad alcune di esse da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza) renda, in ambito ambientale, inesistente qualsivoglia distinzione tra il “procacciatore d’affari” e l’”intermediario”, essendo tutte le possibili forme di mediazione sussumibili in questa seconda categoria.

Sotto altro punto di vista, essendo pacifico che l’attività dell’intermediario sia ricompresa, ex lege, fra quelle di gestione del rifiuto, ne deriva che il relativo operatore dovrà iscriversi all’apposita categoria 8 dell’Albo dei gestori ambientali e dovrà, anch’egli, sorvegliare sulla corretta gestione del rifiuto, potendo, di converso, esserne chiamato a risponderne in forza del principio di responsabilità condivisa di cui agli artt. 178 e 188 D.lgs. 152/2006.

Cass. Pen., Sez. III, 03 Agosto 2022 – Ud. del 01.06.2022 – n. 30582 Pres. L. Ramacci Rel. A. Aceto.

News Ambiente – Vi è concorso di norme (e non assorbimento) tra la disposizione di cui all’art. 256 e quella di cui all’art. 256bis comma 2° D.lgs. 152/2006

L’art. 256 D.lgs. 152/2006 punisce, fuori dai casi sanzionati dall’art. 29quaterdecies, colui che «effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione»; il successivo art. 256bis comma 2°, invece, sancisce che le pene di cui al comma primo, irrogabili a carico di chiunque appicchi fuoco a rifiuti abbandonati o depositati in maniera incontrollata, debbano trovare applicazione anche nel caso in cui l’agente abbia posto in essere le precedenti condotte illecite di abbandono, traffico o gestione di rifiuti «in funzione della successiva combustione illecita [..]».

Con autonomo motivo di censura, la difesa aveva sostenuto che il tenore letterale di questa seconda disposizione giustificasse un assorbimento della condotte antecedenti in quella successiva di combustione di talché, nel caso in esame, la contravvenzione di cui all’art. 256 D.lgs. 152/2006 non avrebbe dovuto essere contestata.

Diversamente, la Seconda Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che le due disposizioni sono tra loro perfettamente concorrenti, avendo le stesse oggetto e configurazioni differenti. Inoltre, il comma secondo dell’art. 256bis prevede una punibilità anticipata per colui che ponga in essere le condotte di cui all’art. 256 in funzione della successiva combustione anche qualora la stessa non si sia realizzata e purché si provi l’intenzione di appiccare fuoco ai rifiuti raccolti.

Cass. Pen., Sez. II, 23 Giugno 2022 – Ud. del 19 Maggio 2022 – n. 24302 Pres. G. Rago Rel. A. Mantovano

News Ambiente – L’art. 256bis D.lgs. 152/2006 punisce anche colui che mantiene un fuoco già acceso da altri

Occorre, in premessa, ricordare come, in data antecedente all’introduzione del reato di combustione illecita di rifiuti, la condotta di appiccare un fuoco potesse essere punita: o a norma dell’art. 423 c.p., allorquando l’incendio avesse riguardato una cosa altrui ovvero una cosa propria ma, in tal caso, ne fosse derivato un pericolo per l’incolumità pubblica; o a norma dell’art. 424 c.p. il quale, invece, sanzionava chiunque, al solo scopo di danneggiare una cosa altrui, appiccasse fuoco ad una cosa propria o di altri con conseguente insorgenza di un pericolo di incendio. Nel caso in cui poi, tale pericolo si fosse realizzato, la pena sarebbe stata quella di cui alla norma precedente, ridotta fino ad un terzo.

A detta del legislatore, però, tale assetto normativo non era in grado di tutelare in maniera adeguata e sufficiente l’ambiente e la sicurezza collettiva (si veda relazione di accompagnamento al disegno di legge di conversione del D.L. 136/2013) di talchè lo stesso decise di intervenire in materia, introducendo il nuovo delitto di combustione illecita di rifiuti. Previsto dall’art. 256bis D.lgs. 152/2006, lo stesso punisce: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni».

A detta della difesa, la dizione della norma avrebbe dovuto indurre il giudice di merito ad assolvere l’imputato in quanto lo stesso non aveva dato origine al fuoco – unica condotta asseritamente punita dalla norma – ma aveva solo ed occasionalmente gettato rifiuti in fuoco acceso da altri.

La Suprema Corte di Cassazione, nella pronuncia in commento, ha rigettato l’avversa censura e, ponendosi in linea di continuità con le asserzioni del giudice di merito, ha affermato che la pacifica qualificazione del reato quale di pericolo concreto (alla luce della costante interpretazione della norma e della voluntas legis espressa all’interno della richiamata relazione di accompagnamento) importa la configurabilità del delitto in parola non soltanto nei casi in cui l’agente abbia appiccato l’incendio ma anche allorquando questi abbia contribuito a mantenerlo in vita: il pericolo, infatti, persiste per tutta la durata dell’incendio e, pertanto, la condotta di alimentazione del fuoco non può che dirsi integrativa del reato.

Cass. Pen., Sez. II, 23 Giugno 2022 – Ud. del 19 Maggio 2022 – n. 24302 Pres. G. Rago Rel. A. Mantovano