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News Ambiente – In vigore le nuove disposizioni in materia di semplificazioni ambientali previste dal D.L. 76/2020

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 178 del 16.07.2020 Supplemento Ordinario n. 24, il Decreto Legge n. 76 – recante “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” – ha introdotto talune modifiche al D.lgs. 152/2006 incidendo, in particolare, sulle procedure di valutazione di impatto ambientale nonché su quelle di realizzazione di interventi ed opere in siti oggetto di bonifica e su quelle di bonifica dei siti di interesse nazionale.

Rispetto al primo profilo, l’art. 50 ha – fra le altre novità – provveduto ad un’integrale riscrittura degli artt. 19 e 20 D.lgs. 152/2006, relativi alla modalità di svolgimento del procedimento di verifica di assoggettabilità a VIA e dell’eventuale consultazione preventiva, nonché ad un’interpolazione delle disposizioni di cui agli artt. 27 e 27-bis in materia di provvedimento autorizzatorio unico, statale e regionale. Inoltre, ha istitutito una Commissione tecnica per il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e per il Clima (PNIEC), demandando a successivi decreti interministeriali l’individuazione delle aree, dei progetti e delle opere necessarie per l’attuazione del Piano suddetto.

A mezzo dell’art. 52, invece, il legislatore ha inserito nel testo normativo di cui al D.lgs. 152/2006 l’articolo 242-ter in virtù del quale è data possibilità di realizzare, nei siti già oggetto di interventi di bonifica, opere altre e diverse da quest’ultime – a titolo esemplificativo e non esaustivo: opere richieste dal D.lgs. 81/2008, opere di manutenzione ordinaria o straordinaria di impianti ed infrastrutture, ecc.. – a condizione, però, «che detti interventi e opere siano realizzati secondo modalità e tecniche che non pregiudichino né interferiscano con l’esecuzione ed il completamento della bonifica, né determinino rischi per la salute dei lavoratori e degli altri fruitori dell’area nel rispetto del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81». All’uopo – e anche nelle more dell’adozione da parte del Ministero dell’Ambiente e delle Regioni, ognuno nel proprio ambito di compentenza, di decreti atti a individuare le categorie di interventi che richiedono la preventiva valutazione da parte dell’autorità competente ai sensi del Titolo V Parte IV nonché le procedure e i criteri di suddetta valutazione e le modalità di controllo dell’attività – il comma quarto dell’articolo in parola detta specifiche modalità di caratterizzazione, scavo e gestione dei terreni movimentati.

E ancora. Con specifico riferimento alla procedura di bonifica nei siti di interesse nazionale, è stato previsto l’obbligo per il responsabile dell’inquinamento o di altro soggetto interessato di accertare lo stato di contaminazione del sito mediante un Piano di indagini preliminari, concordato con l’Agenzia di protezione ambientale territorialmente competente ovvero, in caso di omessa pronuncia di quest’ultima, con l’ISPRA. Ove non venga rilevato un superamento delle CSC, il soggetto si dovrà limitare a ripristinare la zona e a darne comunicazione alle autorità compententi a mezzo autocertificazione; in caso contrario, il soggetto dovrà dare avvio alla procedura di cui all’art. 242 e 245 D.lgs. 152/2006 o, in alternativa, procedere con la caratterizzazione del sito ed esibire i risultati dell’analisi del rischio al Ministero dell’ambiente il quale, in caso di accertato superamento delle CSR, approverà l’analisi e indicherà le condizioni per l’approvazione del progetto operativo di cui all’art. 242 comma 7°. In ultimo, e sempre con riferimento alla procedura di bonifica dei siti di interesse nazionale, si è stabilito che la certificazione di avvenuta bonifica possa essere rilasciata anche solo per la matrice suolo a condizioni che sia accertata l’assenza di pericolo di cross contamination con la matrice acque sotterranee e di pericoli per la salute dei lavoratori e degli altri fruitori dell’area; parimenti, in relazione all’adozione del provvedimetno di conclusione del procedimento se la contaminazione della matrice suolo sia inferiore ai valori di CSC oppure, se superiore, sia inferiore ai valori di CSR.

News 231/2001 – Il 30 Luglio 2020 entrarà in vigore il D.lgs. 75/2020, attuativo della cd. direttiva PIF (UE/2017/1371)

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale – Serie Generale n. 177 del 15.07.2020 – il Decreto Legislativo n. 75 recante “Attuazione della Direttiva (UE) 2017/1371, relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale”. Per quel che maggiormente rileva, in tema di responsabilità amministrativa da reato dell’ente, le modifiche introdotte hanno riguardato tanto l’ampliamento del catalogo dei reati presupposto quanto la previsione di nuove sanzioni pecuniarie irrogabili all’ente a fronte di specifici fatti di reato.  

In relazione al primo aspetto, con decorrenza dal 30 luglio p.v., l’ente potrà essere perseguito anche nelle ipotesi in cui una persona fisica, posta in posizione apicale all’interno dell’azienda ovvero a questi sottoposta, commetta nell’interesse o vantaggio dell’ente i reati di truffa in danno all’Unione Europea e frode in pubbliche forniture (art. 24), i reati di peculato e abuso d’ufficio (art. 25) nonché il reato di contrabbando (nuovo art. 25-sexiesdecies).

In ordine, invece, all’apparato sanzionatorio, l’art. 24 D.lgs. 231/2001 prevede che le sanzioni previste dai precedenti commi primo e secondo trovino applicazione anche nei in cui sia stato commesso il reato previsto e punito dall’art. 2 L. 898/1986 (art. 24 comma 2-bis). Per inciso, anche quest’ultima disposizione è stata modificata ad opera dell’intervento normativo in esame che ora prevede un aggravamento di pena nei casi in cui il danno cagionato o il profitto conseguito siano superiori a € 100.000. Parimenti gli artt. 25 e 25-quinquiesdecies D.lgs. 231/2001: mentre il primo estende la sanzione di cui al suo primo comma anche ai casi in cui il fatto «offende  gli  interessi finanziari dell’Unione europea, in  relazione  alla  commissione  dei delitti di cui agli articoli 314, primo comma, 316 e 323  del  codice penale» (art. 25 comma 1° secondo periodo), il secondo prevede specifiche sanzioni pecuniarie «in relazione  alla commissione dei  delitti   previsti   dal   decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, se commessi nell’ambito di  sistemi fraudolenti transfrontalieri e  al  fine  di  evadere  l’imposta  sul valore aggiunto per un importo  complessivo  non  inferiore  a  dieci milioni  di  euro» (art. 25-quinquiesdecies comma 1-bis).

Per completezza, si rammenti come l’intervento in esame abbia introdotto modifiche anche al codice penale e al D.lgs. 74/2000. Rispetto al primo, infatti, è stata prevista una nuova circostanza aggravante per i reati di Peculato mediante profitto dell’errore altrui (316 c.p.), Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (316-ter c.p.) e Induzione indebita a dare o promettere utilità (319-quater c.p.) che, con decorrenza dal 30 luglio p.v., saranno puniti con la reclusione da sei mesi (pena minima prevista per i reati di cui all’art. 316 e 316-ter c.p.) a quattro anni nel caso in cui «il  fatto offende gli interessi finanziari dell’Unione europea e il danno o  il profitto sono superiori a euro 100.000». Inoltre, è stato interpolato il testo dell’art. 322-bis c.p. il quale, sempre con decorrenza dal 30 luglio p.v., prevederà l’applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 314, 316, da 317 a 320 e 322, terzo e quarto comma, anche: «5-quinquies) alle  persone  che  esercitano funzioni o attivita’ corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio  nell’ambito  di  Stati  non appartenenti  all’Unione  europea,  quando  il  fatto   offende   gli interessi finanziari dell’Unione». In ultimo, l’aggravante di cui all’art. 640 comma 2° n. 1) troverà applicazione anche in caso di truffa ai danni dell’Unione Europea.

Rispetto, invece, al D.lgs. 74/2000 recante “Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205”, in deroga alla previsione di cui all’art. 6 comma 1 °, sarà considerato penalmente rilevante il tentativo dei reati di Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2), Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3) e Dichiarazione infedele (art. 4) allorquando «compiuti anche nel  territorio di altro Stato membro dell’Unione europea, al fine di evadere  l’imposta sul valore aggiunto per un valore complessivo non inferiore  a  dieci milioni di euro» (art. 6 comma 1-bis D.lgs. 74/2000).

News Ambiente – Il proprietario dell’impianto di depurazione acque, il gestore del servizio e il titolare del contratto di utenza sono responsabili solidali dell’eventuale inadempimento

Si premetta come l’intera vicenda processuale prenda le mosse dall’azione giudiziaria intrapresa da taluni utenti del servizio idrico al fine di vedersi restituite le somme indebitamente versate a titolo di tariffa per il servizio di depurazione delle acque, invero mai erogato stante la dimostrata natura obsoleta e inoperatività del relativo impianto. Più precisamente, la controparte negoziale del contratto di utenza era una Società che, qualificandosi come gestore dell’intero servizio idrico, esigeva dai cittadini il pagamento di una tariffa composta da tre quote: una relativa al consumo di acqua, l’altra quale corrispettivo del servizio di fognatura e l’ultima quale corrispettivo del servizio di depurazione. Destinataria ex lege di tale ultima porzione di tariffa era, però, la Regione titolare dell’impianto.

A fronte di tale situazione fattuale, il Giudice di Legittimità ha chiarito come la legittimazione passiva a resistere in giudizio spetti senza dubbio alla controparte del contratto di utenza (nel caso di specie, gestore del servizio idrico) in quanto – sebbene la quota di tariffa di cui si richiede la restituzione sia destinata a soggetto diverso – questa non si pone come mera “esattrice” del dovuto ma quale titolare del diritto al pagamento in virtù del rapporto negoziale e sinallagmatico instaurato con il contratto di somministrazione. Parimenti, sussiste una legittimazione processuale anche in capo al proprietario dell’impianto di depurazione e al gestore del relativo specifico servizio in quanto gli stessi si pongono, nei confronti degli utenti, quali responsabili solidali ex art. 2043 c.c. nella forma della cd. “cooperazione del terzo nell’inadempimento”. Ne deriva, inoltre, che la società legata da un contratto di utenza con il cittadino, convenuta in giudizio al fine di ottenere la restituzione delle somme indebitamente versate, possa agire in regresso nei confronti del predetto proprietario dell’impianto e gestore del servizio di depurazione.

Cass. Civ., Sez. III, 12 Giugno 2020 – Ud. del 13.12.2019 – n. 11294

News Ambientale – E’ infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 452-undecies comma 4° c.p.

La difesa, nel proprio atto di ricorso per cassazione, aveva censurato la disposizione di cui all’art. 452-undecies c.p., ritenendo la stessa in contrasto con l’art. 3 Cost. nella parte in cui limitava la disapplicazione della confisca obbligatoria alla sole ipotesi in cui l’autore di un reato ambientale avesse posto in essere – successivamente alla commissione di uno delitti di cui al Titolo VIbis c.p. – attività di messa in sicurezza, bonifica o ripristino dello stato dei luoghi  e non anche ai casi in cui tali condotte venissero attuate dall’autore di una contravvenzione ambientale prevista dal D.lgs. 152/2006, nella specie quella di cui all’art. 256. Più precisamente, si sosteneva l’irragionevolezza di tale impianto legislativo alla luce di due considerazioni: l’innegabile minore gravità della contravvenzioni rispetto ai delitti e l’unica e unitaria funzione sanzionatoria dell’istituto della confisca.

Invero, è proprio facendo leva su tale ultimo aspetto che la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha negato la sussistenza di profili di illegittimità costituzionale della norma di cui all’art. 452-undecies c.p.: la confisca ivi prevista, infatti, assume una funzione prettamente risarcitoria e ripristinatoria – come è dato evincere dallo stesso dato letterale che riserva la titolorità dei beni sottratti alla Pubblica amministrazione con l’ineliminabile vincolo di destinazione degli stessi alla bonifica dei luoghi –  a differenza dell’istituto disciplinato dall’art. 260-ter d.lgs. 152/2006 che svolge il ruolo di vera e propria sanzione posta a carico dell’autore della violazione. D’altro canto, la circostanza per cui i delitti ambientali si caratterizzino per la loro capacità di generare effetti disastrosi e talvolta irreversibili sull’ambiente (tendenzialmente non rivenibili in ipotesi di contravvenzioni ambientali) consente di apprezzare l’efficacia premiale della previsione e di giustificarne l’esistenza alle luce di esigenze di effettività penale e di ottimizzazione delle risorse pubbliche. Sotto altro punto di vista, la mancata applicazione della disposizione in parola rispetto ai reati previsti dal D.lgs. 152/2006 è controbilanciata dalla possibilità – circoscritta a tali illeciti – di dare avvio ad una procedura di estinzione del reato.

Cass. Pen., Sez. III, 27 Maggio 2020 – Ud. del 11.02.2020 – n. 15965

News Ambiente – La tariffa di cui all’art. 238 D.lgs. 152/2006 (c.d. T.I.A. 2) ha natura privatistica ed è, pertanto, soggetta a i.v.a.

A seguito di ordinanza di rimessione alla Sezioni Unite n. 23249/2019, la massima composizione della Suprema Corte di Cassazione ha, con la pronuncia in commento, confermato l’orientamento giurisprudenziale già formatosi e, per l’effetto, pronunciato il seguente principio di diritto: a differenza della c.d. T.I.A. 1, la tariffa integrata ambientale prevista dall’art. 238 D.lgs, 152/2006 non ha natura tributaria ma privatistica con conseguente assoggettabilità della stessa ad i.v.a. ai sensi del D.P.R. 633/1972.

In particolare, le motivazioni della Corte possono così essere sintentizzate.

In primo luogo, si richiama la tecnica legislativa dell’interpretazione autentica; tale è da considerarsi la disposizione di cui all’art. 14 comma 33 D.l. 78/2010, inserita nel paronama normativo in un momento precedente all’operatività della cd. T.I.A. 2 e successivamente alla pronunciata sentenza della Corte Costituzionale (n. 238/2009) con la quale era stata sancita la natura tributaria della tariffa di igiene ambientale cd. T.I.A. 1. Con suddetto intervento normativo, al fine di sciogliere i dubbi intepretativi inerenti alla natura della tariffa prevista dall’art. 238 D.lgs. 152/2006, il legislatore ha chiarito come «Le disposizioni di cui all’articolo 238 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, si interpretano nel senso che la natura della tariffa ivi prevista non è tributaria».

Nello stesso senso, anche il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, costituitosi diritto vivente e fondato sulla valorizzazione del tenore letterale della previsione di cui all’art. 238 D.lgs. 152/2006. Ivi si delinea espressamente il fatto generatore dell’obbligo di versamento della tariffa integrata ambientale nella produzione di rifiuti e nell’effettiva fruizione del servizio di raccolta organizzato dall’ente locale e si sancisce la natura di corrispettivo della stessa, parametrando l’entità del dovuto alla quantità di rifiuti prodotti.

Da ultimo, a sostegno del suddetto principio di diritto, si richiama anche una recente pronuncia della Corte Costituzionale (n. 188/2018) la cui importanza, rispetto alla questione giuridica in esame, si apprezza sotto il profilo dell’operato richiamato ad una precedente sentenza del Giudice delle Leggi, la n. 335 del 2008. In quell’occasione, l’esclusione della natura tributaria della tariffa per il servizio di fognatura e depurazione (componente della tariffa del servizio idrico integrato) era stata fondata su una serie di parametri – quali la volontà legislativa evincibile dai lavori preparatori, il dato testuale della disposizione volto a qualificare tutte le componenti della tariffa in parola quale corrispettivo per il servizio prestato, il diritto vivente orientato nel senso suddetto nonché la relazione armonica fra uso legislativo del termine corrispettivo e sussistenza di un rapporto sinallagmatico con l’utente e l’assoggettabilità ad i.v.a ai sensi dell’art. 4 comma 5° lett. b) DPR 633/1972 – che, valutati in relazione all’odierna quaestio iuris, portano a sancire la natura privatistica della cd. T.I.A. 2. Così, infatti, la sentenza della Corte di Cassazione n. 1839 del 27 Gennaio 2020 la quale ha, per l’effetto, riconosciuto la giurisdizione del Giudice ordinario nelle controversie relative alla debenza della tariffa di cui all’art. 238 TUA.

Cass. Civ., Sez. Un., 07 Maggio 2020 – ud. del 28.01.2020 – nn. 8631/8632

Cass. Civ., Sez. Un., Ord. del 27 Gennaio 2020 – Ud. del 04.06.2019 – n. 1839

News Ambiente – Il Giudice amministrativo ha giurisdizione esclusiva in materia di danno ambientale solo in caso di impugnazione da parte dei soggetti di cui all’art. 309 TUA

In premessa, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno, nella pronuncia in commento, rammentato come il diritto alla salute, previsto dall’art. 32 Cost., costituisca un diritto fondamentale ed assoluto che opera nelle relazioni private e che non ammette alcun tipo di affievolimento o compressione, anche indiretta e anche per motivi di pubblico interesse, da parte della Pubblica Amministrazione. Ne consegue che, ogniqualvolta un privato ritenga leso il proprio diritto alla salute, lo stesso è legittimato ad agire in giudizio con azione inibitoria o di risarcimento del danno, anche in forma specifica, dinanzi al giudice ordinario.

Quanto detto, è valevole anche in materia di danno ambientale. Allorquando il fatto produttivo del danno in parola abbia leso anche il diritto alla salute o di proprietà di un cittadino, questi – indipendentemente dalla circostanza per cui ciò dipenda dallo svolgimento di un’attività con modalità non conformi alla regolamentazione amministrativa esistente ovvero in ossequio a quest’ultima (che, pertanto, si porrebbe come illegittima) – è sempre legittimato ad adire il giudice ordinario; la riserva di giurisdizione prevista dall’art. 310 D.lgs. 152/2006 a favore del giudice amministrativo, infatti, opera soltanto allorquando il soggetto impugnante sia portatore di un interesse alla tutela ambientale e rientri nel novero dei soggetti di cui all’art. 309 D.lgs. citato.

Cass. Civ., Sez. Un., Ord. 23 Aprile 2020 – Ud. del 08.10.2019 – n. 8092

News Sicurezza – L’atto con cui vengono dettate le prescrizioni valide ai fini della procedura di cui all’art. 20 D.lgs. 758/1994 non deve essere tradotto

In premessa, la Suprema Corte di Cassazione chiarisce come – concordemente con quanto sostenuto dalla difesa e in ossequio all’autorevole e condivisibile orientamento di legittimità – il provvedimento di adozione di prescrizioni ai sensi dell’artt. 20 D.lgs. 758/1994 e 15 D.lgs. 124/2004 non sia da qualificarsi come atto di natura amministrativa ma, contrariamente, quale atto di polizia giudiziaria essendo lo stesso emanato dall’organo di vigilanza nell’esercizio della funzioni di cui all’art. 55 c.p.p.; da ciò, però, non discende l’obbligo di traduzione di cui all’art. 143 c.p.p. a favore dell’imprenditore-contravventore alloglotta in quanto, da un lato, il su menzionato provvedimento non rientra nel novero degli atti tipici previsti nella disposizione richiamata e, dall’altro, lo stesso non contiene l’imputazione, cristallizata nell’atto di esercizio dell’azione penale da parte dell’organo di accusa.

D’altro canto, stante il principio per cui “ignorantia legis non excusat”, l’operatore del settore è tenuto a conoscere non solo le norme legislative e regolamentari che disciplinano la propria attività ma anche le conseguenze penali che dalla violazione delle stesse potrebbero derivare nonché le scansioni procedurali previste dall’ordinamento per l’estinzione del reato.

Sotto altro punto di vista, infine, sebbene non tradotto, l’atto di prescrizione è comunque esistente e, pertanto, non è in grado di incidere – in termini di improcedibilità – sull’azione penale esercitata dal pubblico ministero.

Cass. Pen., Sez. III, 11 Maggio 2020 – Ud. del 13.11.2019 – n. 14214

News Ambiente – L’art. 135 TUA non ha previsto una potestà sanzionatoria esclusiva delle Regioni né ha abrogato le precedenti leggi regionali che delegavano tale potere ad enti diversi

Occorre premettere come, in materia di tutela delle acque dall’inquinamento, l’art. 135 D.lgs. 152/2006 riconosca in capo alle Regioni e alle Province autonome ove si è verificato un illecito amministrativo la potestà di irrogare le relative sanzioni, «ad eccezione delle sanzioni previste dall’articolo 133, comma 8, per le quali è competente il comune, fatte salve le attribuzioni affidate dalla legge ad altre pubbliche autorità». A detta della difesa, suddetta disposizione avrebbe sancito una potestà sanzionatoria esclusiva e non delegabile della Regione in materia con conseguente nullità di tutti provvedimenti sanzionatori adottati da enti diversi e abrogazione di quelle normative regionali preesistenti che a questi avevano trasferito il relativo potere.

Di avviso contrario, invece, la Suprema Corte di Cassazione. La Seconda Sezione Civile ha, infatti, ritenuto che, anche alla data odierna, sia data possibilità alle Regioni di delegare il relativo potere sanzionatorio ad enti diversi in quanto lo stesso art. 135 D.gs. 152/2006 – pur non riproducendo l’inciso di cui all’art. 56 d.lgs. 152/1999 ««salvo diversa disposizione delle regioni o delle province autonome» – pone comunque una clausola di salvezza facendo salve le diverse attribuzioni previste dalla legge. D’altro canto, a ciò non osta la riserva di legge statale esclusiva dettata dall’art. 117 comma 2° lett. s) Cost. in materia di salvaguardia dell’ambiente in quanto – così’ come sostenuto anche dalla Corte Costituzionale – trattasi di disciplina trasversale in ordine alla quale – nel rispetto dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza di cui all’art. 118 Cost. e degli standards minimi uniformi di tutela dettati dallo Stato –  possono manifestarsi diverse competenze regionali. Il conferimento da parte della Regioni di una delega ad altri e diversi enti non lede i principi regolatori tracciati dal legislatore statale in materia di tutela dell’ambiente ed è, pertanto, pienamente e costituzionalmente ammissibile. Inoltre, così interpretata, la disposizione di cui all’art. 135 D.lgs. 152/2006 si pone in linea di piena coerenza con l’impianto sistematico del D.lgs. 152/2006 da più parti volto a riconoscere ampi poteri normativi ed amministrativi agli enti locali.

Parallelamente, non sono da considersi tacitamente abrogate le normative regionali che – precedentemente all’entrata in vigore del Testo Unico Ambientale – prevedevano una delega in materia di irrogazione di sanzioni amministrative a favore di enti diversi. In primo luogo, perché il potere di delega delle Regioni è ancora validamente esercitabile alla luce delle argomentazioni di cui sopra; in secondo luogo, perché lo stesso legislatore del 2006, nell’art. 170 D.lgs. 152/2006, ha

fatto salvi, sino all’adozione degli opportuni interventi attuativi della Parte Terza del Decreto richiamato, tutti gli atti normativi e i provvedimenti amministrativi adottati in costanza della vecchia disciplina.

Cass. Civ., Sez. II, Ordinanza del 27 Gennaio 2020 – Ud. del 10.12.2019 – n. 1739

Analogamente:

Cass. Civ., Sez. II, Ordinanze del 27 Gennaio 2020- Ud. del 10.12.2019 – nn. 1740, 1741, 1742, 1743, 1744, 1745, 1746

News Ambiente – Gli organi accertatori non sono obbligati ad avviare la procedura estintiva di cui all’art. 318bis TUA né ad informare il contravventore della possibilità di accedervi

Con autonomo motivo di ricorso per cassazione, il difensore dell’imputato lamentava l’omessa statuizione del giudice di merito in punto alla formulata richiesta di rimettere gli atti all’autorità competente al fine di dare avvio al meccanismo estintivo disciplinato dagli artt. 318-bis e ss. D.lgs. 152/2006, stante la ingiusta mancata attivazione dello stesso da parte dell’organo accertatore e l’omesso avviso al contravventore della possibilità di farvi ricorso. Sul punto, invero, la Suprema Corte di Cassazione – rigettando la relativa censura – ha affermato che la procedura estintiva in parola non ha carattere obbligatorio di talché non è possibile individuare in capo all’organo accertatore un onere di necessaria adozione delle prescrizioni, potendo ciò dipendere anche da una negativa valutazione in punto alla sussistenza dei requisiti di legge la quale non deve essere oggetto di necessaria formalizzazione. Parimenti, l’autorità competente non è tenuta neanche ad informare il contravventore della possibilità di formulare richiesta di attivazione della procedura in parola, potendo tutt’al più il contravventore domandare l’ammissione all’oblazione in sede giudiziale.

Cass. Pen., Sez. III, 06 Dicembre 2019 – Ud. del 25 Settembre 2019 – n. 49718

News Ambiente – La Corte di Cassazione chiarisce cosa debba intendersi per “spostamenti in ambito portuale” ai sensi del D.M. 173/2016

Si premetta come la disposizione di cui all’art. 109 d.lgs. 152/2006 imponga l’adozione di apposita autorizzazione – da rilasciare in conformità alle modalità stabilite con decreto ministeriale – per lo svolgimento di attività di immissione in mare di specifiche tipologie di materiali. In particolare, con riferimento all’immissione di materiali di escavo di fondali marini, il necessario referente normativo deve essere rinvenuto nel D.M. 15 Luglio 2016 n. 173 il quale, però, esclude dal suo campo di operatività «a) gli spostamenti in ambito portule e le operazioni di ripristono degli arenili [..]», per i quali, quindi, viene meno l’obbligo di adozione del titolo abilitativo.

Dopo aver pedissequamente fatto richiamo alle definizioni normative così come elaborate all’interno dell’art. 2 del D.m. citato, la Terza Sezione della Suprema Corte di C  assazione ha chiarito come le attività di “spostamenti in ambito portuale” – stante la natura eccezionale della loro previsione – debbano essere intese in senso restrittivo, tale potendosi, quindi, qualificare solo quelle attività di rimodellamento del fondale che, consistenti in interventi di ordinaria manutenzione (come tale inidonei a modificare lo stato dei luoghi) e finalizzate esclusivamente a garantire l’agibilità degli ormeggi, la sicurezza delle operazioni di accosto o il ripristino della navigabilità, si caratterizzino per il limitato quantitativo di materiale coinvolto, per la permanenza dei sedimenti sul medesimo sito di rinvenimento oltre che per il ridotto impatto ambientale e geomorfologico.

Cass. Pen., Sez. III, 12 Novembre 2019 – Ud. del 04.07.2019 – n. 45488