Tutti gli articoli di Gabriele Taddia

News Ambiente – La deroga di cui all’art. 272 comma 5° TUA non si applica agli stabilimenti la cui attività non sia destinata esclusivamente alla difesa e sicurezza del Paese

Nella decisione in esame, la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a definire quello che è l’effettivo campo applicativo della deroga alla richiesta ed ottenimento di autorizzazione alle emissioni in atsmosfera riconosciuta dagli artt. 272 comma 5° D.gs. 152/2009 e 361 D.lgs. 66/2010 a favore degli “stabilimenti destinati alla difesa nazionale”. Ed è proprio la corretta definizione da attribuire all’espressione da ultimo menzionata a costituire il perno della soluzione giuridica prospettata dal Giudice di legittimità: richiamando, dapprima, l’elencazione contenuta nell’art. 233 del D.lgs. 66/2010, il Collegio ha ribadito il principio di diritto già enunciato dalla Corte Costituzionale in virtù del quale – ai fini dell’operatività della deroga di cui all’art. 272 citato – è necessario considerare non solo la natura militare dell’Amministrazione interessata ma anche valutare la «contestuale presenza di specifiche caratteristiche oggettive – teleologiche, finalizzate proprio alla difesa e sicurezza del paese (Corte cost., sententa n. 150 dell’1.4.1992).». Alla luce di ciò un arsenale militare, all’interno del quale vengono svolte attività di manutenzione di una nave appartenente ad una compagnia privata di navigazione, non può avvantaggiarsi della normativa di favore ma è tenuto a munirsi di apposita autorizzazione.  

Cass. Pen., Sez. III., 18 Luglio 2019 – Ud. del 24.05.2019 – n. 31640

News Ambiente – La disciplina in materia di scarichi idrici si applica anche alle acque stagnanti

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha affermato che il Decreto Legislativo n. 152/2006 – e, più specificamente, la sua Parte III – costituisce un corpo normativo a portata generalizzata, volto alla tutela della risorsa naturale “acqua” da qualsiasi forma di inquinamento. L’applicazione di suddetto principio allo specifico settore degli “scarichi” importa che la relativa nozione non ammette distinzioni di sorta dovendo essere riferita tanto a scarichi pubblici quanto privati, tanto recapitanti nel suolo, nel sottosuolo, in fognature o in acque, siano quest’ultime superficiali o sotterranee, interne o marine, pubbliche o private, e comprese quelle particolari forme di scarico che stoccano residui liquidi in ambienti chiusi. Ne deriva la totale assenza di fondamento della censura difensiva la quale esigeva di escludere dalla disciplina degli scarichi le acque giacenti o stagnanti.

 Cass. Pen., Sez. III., 18 Luglio 2019 – Ud. del 24.05.2019 – n. 31640

News Sicurezza – Anche i cd. “rischi rari” devono essere oggetto di previsione ed analisi da parte del datore di lavoro nella redazione del D.V.R.

Richiamando il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella nota sentenza Thyssenkrupp, la Quarta Sezione del Supremo Consesso ha ribadito come l’analisi e la previsione dei rischi da parte del datore di lavoro deve essere condotta prendendo in considerazione tre parametri: la propria esperienza, l’evoluzione scientifica e la verificabile probabilità statistica di verificazione di quello specifico rischio rispetto ad una determinata lavorazione o ambiente di lavoro. In questi termini, anche i cd. eventi rari devono essere valorizzati all’interno del Documento di Valutazione dei rischi di cui all’art. 28 del D.lgs. 81/2008 in quanto, per definizione, eventi suscettibili di verificazione sebbene con frequenza molto bassa. Altrimenti detto – l’esenzione dall’obbligo di previsione e prevedibilità dei rischi aziendali – e conseguente predisposizione delle misure precauzionali e dei presidi di sicurezza opportuni – è connessa non alla non conoscenza diretta o indiretta degli stessi da parte del garante ma all’impossibilità scientifica di osservare e catalogare gli eventi che li realizzano. 

Cass. Pen., Sez. IV, 19 Giugno 2019 – Ud. del 10.01.2019 – n. 27186

News 231/2001 – La contestazione dell’illecito ai sensi dell’art. 59 D.lgs. 231/2001 ha effetto interruttivo della prescrizione dal giorno dell’emissione dell’atto in cui è contenuta e non dalla sua notifica

In premessa, si rammenti come, a tenore della disposizione di cui all’art. 22 D.lgs. 231/2001, le sanzioni amministrative si prescrivono nel termine di cinque anni dalla data di verificazione dell’illecito amministrativo da reato imputato all’ente e come  – per quanto qui di interesse – è idonea ad interrompere il su citato termine – con decorso ex novo dello stesso solo a seguito dell’intervenuta pronuncia definitiva – la contestazione dell’illecito effettuata a norma dell’art. 59 D.lgs. 231/2001 e contenuta in uno degli atti indicati dall’art. 405 c.p.p.. Nella pronuncia in commento, la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione è tornana sul tema – da anni dibattuto – concernente l’individuazione del momento di produzione degli effetti interruttivi della prescrizione dell’illecito amministrativo da reato dell’ente, ritenendo condivisibile quell’orientamento in forza del quale l’effetto interruttivo della prescrizione si realizza alla data di emissione – e non da quella di notifica –  del provvedimento a mezzo del quale il Pubblico Ministero esercita l’azione penale, in conformità con il regime previsto per il procedimento penale con il quale la disciplina in parola condivide l’interesse primario della tutela della pretesa punitiva dello Stato. Di converso, il rinvio operato dalla legge delega alle norme civilistiche attiene esclusivamente al contenuto degli effetti interruttivi importando la sospesione del decorso del termine di prescrizione sino alla data di passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio: ciò alla luce dell’esigenza di assicurare la compatibilità dell’azione imprenditoriale con l’interesse generale così come previsto dall’art. 41 Cost.

Cass. Pen., Sez. IV, 12 Luglio 2019 – Ud. del 09.04.2019 – n. 30634

News Sicurezza – Il datore di lavoro è responsabile dell’infortunio occorso al dipendente nell’esecuzione di lavorazioni che, benché non oggetto del contratto d’appalto, siano prevedibile sviluppo dello stesso

Dapprima richiamando l’impianto normativo in materia di gestione di rischio interferenziale e, più precisamente, gli artt. 26, 89 e 95 del D.lgs. 81/2008, la Suprema Corte di Cassazione, nella pronuncia in esame, ha chiarito come il datore di lavoro possa essere chiamato a rispondere – a determinate condizioni – dell’evento lesivo occorso ai danni di un proprio dipendente nell’atto di eseguire lavorazioni in collaborazione con il personale di altra impresa esecutrice, operante nei medesimi locali, pur allorquando queste non fossero ricomprese nelle pattuizioni contrattuali e il loro svolgimento non fosse stato portato a preventiva conoscenza del garante. Nello specifico, è necessario che si tratti di lavorazioni che costituiscono il prevedibile sviluppo dell’attività accordate fra il committente e l’impresa esecutrice e che l’evento si ponga come concretizzazione del rischio tipico di suddette lavorazioni, in assenza di predisposizione di misura alcuna volta ad evitare il verificarsi dello stesso.

Cass. Pen., Sez. Fer., 24 Settembre 2019 – Ud. del 20.08.2019 – n. 39072

News Sicurezza – E’ da considerarsi Dispositivo di Protezione Individuale qualsiasi attrezzatura idonea a mettere in sicurezza il lavoratore rispetto a qualunque rischio lavorativo

L’obbligo del datore di lavoro di dotare i propri dipendenti di idonei presidi individuali di protezione trova la sua ratio giustificatrice nel disposto costituzionale di cui all’art. 32 Cost., ponendosi, pertanto, l’art. 2087 c.c. quale concretizzazione dell’esigenza di tutelare il diritto inviolabile alla salute dell’individuo. In questi termini, la disposizione normativa di settore non può che essere letta in chiave estensiva; ne deriva che è da considerarsi quale Dispositivo Individuale di Protezione – con conseguente obbligo di messa a disposizione dei lavoratori e di verifica di efficienza (anche nella forma del lavaggio degli indumenti al fine di evitare la diffusione di infezioni, come nel caso di specie) – qualsiasi attrezzatura che, benché non commercializzata come tale sul mercato, sia riconducibile ad indumenti, completamenti o accessori idonei a fungere da presidi, seppur parziali e limitati, rispetto ad un qualsiasi pericolo a cui il lavoratore potrebbe essere esposto nello svolgimento della sua mansione.

Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. del 26 Giugno 2019 – Ud. del 03.04.2019 – n. 17132

News Sicurezza – Ai fini della responsabilità del datore di lavoro è necessario provare la sua conoscenza o conoscibilità di prassi aziendali incaute

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha, in primo luogo, ribadito come sia da considerarsi fuor di dubbio responsabile il datore di lavoro il quale ometta di predisporre procedure atte ad assicurare l’utilizzo in sicurezza di attrezzature e macchinari aziendali e ad impedire che i lavoratori rimuovano gli opportuni dispositivi di protezione. Ha, però, precisato come –  ai fini della pronuncia di responsabilità del datore di lavoro per l’evento lesivo occorso ai danni del lavoratore e causalmente connesso alla mancata adozione dei presidi di cui sopra – è opportuno verificare in termini di certezza che, pur allorquando ciò sia frutto di una prassi aziendale consolidata – comunque la stessa fossa conosciuta dal datore di lavoro o dal medesimo ignorata con colpa. Tale accertamento – il quale deve essere fondato o su di una interferenza di natura logica o, in assenza, su elementi probatori certi ed oggettivi – risponde all’esigenza di evitare una responsabilità “di posizione” del datore di lavoro, inacettabile alla luce del divieto di responsabilità oggettiva sancito dall’art. 27 Cost. così come interpretato dalla Corte Costituzionale già a partire dalla nota sentenza n. 346/1988.

Cass. Pen., Sez. IV, 15 Maggio 2019 – Ud. del 03.04.2019 – n. 20833

News Ambiente – Ai fini della presentazione di richiesta di autorizzazione ex art. 269 D.lgs. 152/2006, non è sufficiente la mera delega di funzioni in materia ambientale

Allorquando il gestore dello stabilimento sia una persona giuridica, non è revocabile in dubbio come la persona fisica materiamente legittimata a presentare richiesta di autorizzazione alle emissioni in atmosfera sia il legale rappresentante – ovvero il Presidente del Consiglio di Amministrazione, nelle ipotesi di società di capitali. Tale soggetto, però, rimane libero di delegare ad un terzo le proprie funzioni purché a ciò provveda a mezzo atto ad hoc.

A detta della Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione – che, sul punto, si è limitata a ribadire un proprio precedente orientamento – il potere di richiedere il titolo abilitativo di cui all’art. 269 D.lgs. 152/2006 non può essere ricompreso nella generale delega di funzioni rilasciata dall’organo gestorio della società in quanto quest’ultimo non è titolare del potere in questione e, pertanto, non è abilitato a disporne in nessun modo. Esclusivamente il legale rappresentante – quale destinatario principale dell’onere ambientale in parola – conserva la prerogativa di conferire ad altri suddetto incombente.  

Nel caso di specie, l’imputato era stato destinatario di una delega di funzioni in materia ambientale la quale gli conferiva – disgiuntamente al Presidente del Consiglio di Amministrazione, al vicepresidente e agli amministratori delegati – adeguati poteri di rappresentanza e firma nei limiti dei poteri assegnatigli, fra cui rientravano «tutte le facoltà per la gestione delle problematiche e per l’esecuzione di tutti gli adempimenti di natura amministrativa, organizzativa e tecnica in materia di inquinamento, gestione e smaltimento dei rifiuti e tutela dell’ambiente in generale, relativamente all’intera azienda». La Corte ha, quindi, ritenuto esistente una specifica delega in materia di emissioni in atmosfera; delega che legittimava ed onerava l’imputato alla presentazione della relativa autorizzazione, in qualità di gestore dello stabilimento.

Cass. Pen., Sez. III, 18 Giugno 2019 – Ud. del 19.04.2019 – n. 26864

News Ambiente – Nell’effettuazione di uno scarico di acque reflue urbane, il superamento dei valori limite per sostanze diverse da quelle di cui alla Tabella 5 Allegato V non integra reato

Con ricorso proposto dal Pubblico Ministero, la Corte di Cassazione è stata chiamata ad esaminare la questione concernente la possibilità di configurare il reato di cui all’art. 137 commi 5° e 6° D.lgs. 152/2006 a carico del titolare di un impianto di trattamento di acque reflue urbane il quale, nell’effettuazione dello scarico, superi i valori limite previsti dalla Tabella 3 dell’Allegato V alla Parte Terza del TUA con riferimento, però, a sostanze diverse da quelle indicate nella Tabella 5 del medesimo Allegato. La Terza Sezione, facendo leva sull’interpretazione letterale dell’art. 137 nonché sull’interpretazione sistematica di tale disciplina con quella di cui agli artt. 133 e 29-quattordecies D.lgs. 152/2006, ha ritenuto di dover estendere, anche al gestore di impianti di trattamento di acque reflue urbane, il medesimo principio di diritto già giurisprudenzialmente sostenuto in ordine ai reflui industriali, consentendo così di evitare disparità di trattamento irragionevoli tra suddetti soggetti e i gestori di impianti di acque reflue industriali o di gestori titolari di un’Autorizzazione Integrata Ambientale: il reato di cui all’art. 137 comma 5° e 6° D.lgs. 152/2006 può configurarsi, a carico del gestore di impianti di acque reflue urbane, solo allorquando si realizzi il superamento dei valori limite previsti dalla Tabella 3 dell’Allegato V alla Parte Terza del Testo Unico Ambientale con riferimento alle sostanze previste dalla successiva Tabella 5. Nel caso in cui, invece, il superamento riguardi sostanze differenti, verrà ad essere integrato l’illecito amministrativo di cui all’art. 133.

Cass. Pen., Sez. III, 04 Giugno 2019 – Ud. del 13.02.2019 – n. 24797

News Ambiente – In caso di confisca obbligatoria, il terzo estraneo al reato e proprietario del mezzo di trasporto deve dimostrare la sua buona fede

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito il principio di diritto per cui, in materia di trasporto di rifiuti in assenza del necessario titolo abilitativo, il terzo – estraneo al reato e proprietario del mezzo – può evitare l’adozione del provvedimento di confisca obbligatoria, ex lege prevista, esclusivamente dimostrando di versare in buona fede. Con tale espressione – chiarisce la Corte – deve intendersi che il soggetto estraneo alla commissione del reato e/o alla distribuzione dei profitti dallo stesso derivanti, il quale voglia impedire la confisca del mezzo, è tenuto a dimostrare di non essere stato a conoscenza dell’utilizzo illecito del mezzo di trasporto e che quest’ultimo non è ricollegabile ad alcun suo comportamento negligente. 

Cass. Pen., Sez. III, 29 Maggio 2019 – Ud. del 29.03.2019 – n. 23818