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News Ambiente – L’art. 135 TUA non ha previsto una potestà sanzionatoria esclusiva delle Regioni né ha abrogato le precedenti leggi regionali che delegavano tale potere ad enti diversi

Occorre premettere come, in materia di tutela delle acque dall’inquinamento, l’art. 135 D.lgs. 152/2006 riconosca in capo alle Regioni e alle Province autonome ove si è verificato un illecito amministrativo la potestà di irrogare le relative sanzioni, «ad eccezione delle sanzioni previste dall’articolo 133, comma 8, per le quali è competente il comune, fatte salve le attribuzioni affidate dalla legge ad altre pubbliche autorità». A detta della difesa, suddetta disposizione avrebbe sancito una potestà sanzionatoria esclusiva e non delegabile della Regione in materia con conseguente nullità di tutti provvedimenti sanzionatori adottati da enti diversi e abrogazione di quelle normative regionali preesistenti che a questi avevano trasferito il relativo potere.

Di avviso contrario, invece, la Suprema Corte di Cassazione. La Seconda Sezione Civile ha, infatti, ritenuto che, anche alla data odierna, sia data possibilità alle Regioni di delegare il relativo potere sanzionatorio ad enti diversi in quanto lo stesso art. 135 D.gs. 152/2006 – pur non riproducendo l’inciso di cui all’art. 56 d.lgs. 152/1999 ««salvo diversa disposizione delle regioni o delle province autonome» – pone comunque una clausola di salvezza facendo salve le diverse attribuzioni previste dalla legge. D’altro canto, a ciò non osta la riserva di legge statale esclusiva dettata dall’art. 117 comma 2° lett. s) Cost. in materia di salvaguardia dell’ambiente in quanto – così’ come sostenuto anche dalla Corte Costituzionale – trattasi di disciplina trasversale in ordine alla quale – nel rispetto dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza di cui all’art. 118 Cost. e degli standards minimi uniformi di tutela dettati dallo Stato –  possono manifestarsi diverse competenze regionali. Il conferimento da parte della Regioni di una delega ad altri e diversi enti non lede i principi regolatori tracciati dal legislatore statale in materia di tutela dell’ambiente ed è, pertanto, pienamente e costituzionalmente ammissibile. Inoltre, così interpretata, la disposizione di cui all’art. 135 D.lgs. 152/2006 si pone in linea di piena coerenza con l’impianto sistematico del D.lgs. 152/2006 da più parti volto a riconoscere ampi poteri normativi ed amministrativi agli enti locali.

Parallelamente, non sono da considersi tacitamente abrogate le normative regionali che – precedentemente all’entrata in vigore del Testo Unico Ambientale – prevedevano una delega in materia di irrogazione di sanzioni amministrative a favore di enti diversi. In primo luogo, perché il potere di delega delle Regioni è ancora validamente esercitabile alla luce delle argomentazioni di cui sopra; in secondo luogo, perché lo stesso legislatore del 2006, nell’art. 170 D.lgs. 152/2006, ha

fatto salvi, sino all’adozione degli opportuni interventi attuativi della Parte Terza del Decreto richiamato, tutti gli atti normativi e i provvedimenti amministrativi adottati in costanza della vecchia disciplina.

Cass. Civ., Sez. II, Ordinanza del 27 Gennaio 2020 – Ud. del 10.12.2019 – n. 1739

Analogamente:

Cass. Civ., Sez. II, Ordinanze del 27 Gennaio 2020- Ud. del 10.12.2019 – nn. 1740, 1741, 1742, 1743, 1744, 1745, 1746

News Ambiente – Gli organi accertatori non sono obbligati ad avviare la procedura estintiva di cui all’art. 318bis TUA né ad informare il contravventore della possibilità di accedervi

Con autonomo motivo di ricorso per cassazione, il difensore dell’imputato lamentava l’omessa statuizione del giudice di merito in punto alla formulata richiesta di rimettere gli atti all’autorità competente al fine di dare avvio al meccanismo estintivo disciplinato dagli artt. 318-bis e ss. D.lgs. 152/2006, stante la ingiusta mancata attivazione dello stesso da parte dell’organo accertatore e l’omesso avviso al contravventore della possibilità di farvi ricorso. Sul punto, invero, la Suprema Corte di Cassazione – rigettando la relativa censura – ha affermato che la procedura estintiva in parola non ha carattere obbligatorio di talché non è possibile individuare in capo all’organo accertatore un onere di necessaria adozione delle prescrizioni, potendo ciò dipendere anche da una negativa valutazione in punto alla sussistenza dei requisiti di legge la quale non deve essere oggetto di necessaria formalizzazione. Parimenti, l’autorità competente non è tenuta neanche ad informare il contravventore della possibilità di formulare richiesta di attivazione della procedura in parola, potendo tutt’al più il contravventore domandare l’ammissione all’oblazione in sede giudiziale.

Cass. Pen., Sez. III, 06 Dicembre 2019 – Ud. del 25 Settembre 2019 – n. 49718

News Ambiente – La Corte di Cassazione chiarisce cosa debba intendersi per “spostamenti in ambito portuale” ai sensi del D.M. 173/2016

Si premetta come la disposizione di cui all’art. 109 d.lgs. 152/2006 imponga l’adozione di apposita autorizzazione – da rilasciare in conformità alle modalità stabilite con decreto ministeriale – per lo svolgimento di attività di immissione in mare di specifiche tipologie di materiali. In particolare, con riferimento all’immissione di materiali di escavo di fondali marini, il necessario referente normativo deve essere rinvenuto nel D.M. 15 Luglio 2016 n. 173 il quale, però, esclude dal suo campo di operatività «a) gli spostamenti in ambito portule e le operazioni di ripristono degli arenili [..]», per i quali, quindi, viene meno l’obbligo di adozione del titolo abilitativo.

Dopo aver pedissequamente fatto richiamo alle definizioni normative così come elaborate all’interno dell’art. 2 del D.m. citato, la Terza Sezione della Suprema Corte di C  assazione ha chiarito come le attività di “spostamenti in ambito portuale” – stante la natura eccezionale della loro previsione – debbano essere intese in senso restrittivo, tale potendosi, quindi, qualificare solo quelle attività di rimodellamento del fondale che, consistenti in interventi di ordinaria manutenzione (come tale inidonei a modificare lo stato dei luoghi) e finalizzate esclusivamente a garantire l’agibilità degli ormeggi, la sicurezza delle operazioni di accosto o il ripristino della navigabilità, si caratterizzino per il limitato quantitativo di materiale coinvolto, per la permanenza dei sedimenti sul medesimo sito di rinvenimento oltre che per il ridotto impatto ambientale e geomorfologico.

Cass. Pen., Sez. III, 12 Novembre 2019 – Ud. del 04.07.2019 – n. 45488

News Ambiente – La circostanza di cui all’art. 62 comma 6° c.p. è riconosciuta a favore di colui che, in assenza di apposita ordinanza sindacale, proceda alla bonifica prima del giudizio

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione è giunta a confermare la sentenza impugnata ritenendo la stessa adeguatamente motivata in punto al diniego del riconoscimento della circostanza attenuante di cui all’art. 62 comma 6° c.p. idonea a determinare una diminuzione di pena a favore di colui che, prima del giudizio e fuori dai casi di cd. recesso (art. 56 ultimo capoverso c.p.) si sia adoperato “spontaneamente ed efficacemente per elidere o attenuare le conseguenze dannose o pericolose del reato”. Richiamando anche propri precedenti giurisprudenziali, la Corte ha, infatti, lapidariamente affermato il principio di diritto per cui la circostanza attenuante in parola può trovare applicazione anche in materia di reati ambientali – rectius in ambito di rifiuti – sempre che l’attività di bonifica del sito sia stata posta in essere (e conclusa) non solo in un momento antecedente all’avvio del procedimento penale ma anche spontaneamente da parte del trasgressore, ovverosia in assenza di una preventiva ordinanza sindacale di rimozione dei rifiuti.

Cass. Pen., Sez. III, 02 Ottobre 2019 – Ud. del 18.04.2019 – n. 40378

Analogamente:

Cass. Pen., Sez. III, 17 Ottobre 2019 – Ud. del 12.03.2019 – n. 42544

News Ambiente – La procedura estintiva di cui all’art. 318bis TUA si applica tanto alle condotte prive di conseguenze pregiudizievoli quanto alle ipotesi in cui queste siano state eliminate dal contravventore

E’, in primo luogo, opportuno sottolineare come la procedura estintiva di cui all’art. 318-bis D.lgs. 152/2006 sia stata costruita sulla scorta dell’analogo meccanismo di cui al D.lgs. 756/1994, del quale, pertanto, segue l’interpretazione. Ecco che allora non può negarsi come il meccanismo di estinzione delle contravvenzioni ambientali debba trovare applicazione a favore tanto del contravventore che abbia posto in essere condotte esaurite – cioè sia stato autore di illeciti istantanei privi di conseguenze dannose o pericolose per l’ambiente – quanto di colui che si sia spontaneamente e volontariamente adoperato al fine di rimuovere quest’ultime. Così, infatti, l’inequivocabile disposizione di cui all’art. 15 comma 3° D.lgs. 124/2004 la quale – in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro – statuisce come la procedura di cui al D.lgs. 756/1994 possa essere attivata a fronte di condotte esaurite o, in alternativa, di ipotesi in cui gli effetti pregiudizievoli del reato sia stati rimossi tempestivamente e spontaneamente dell’autore dell’illecito.

Non osta all’affermazione del principio di diritto anzidetto né la sentenza della Corte Costituzionale n. 19/1998 né la recente giurisprudenza di legittimità volta a riconoscere la procedibilità dell’azione penale anche a fronte dell’omessa adozione di prescrizioni a carico del contravventore. Non la prima in quanto, precedente all’emanazione della disposizione di cui all’art. 15 comma 3° D.lgs. 124/2004, lungi dal giustificare l’esclusione dell’operatività del meccanismo in parola alle condotte esaurite, si era limitata, in risposta al petitum rivoltole, a dichiarare illegittimi gli artt. 20 e ss. D.lgs. 756/1994 nella parte in cui non prevedevano l’applicazione della procedura estintiva ai casi di ravvedimento operoso spontaneo dell’autore dell’illecito; non la seconda poiché, consentendo la prosecuzione del giudizio penale nei casi in cui l’autorità di vigilanza non abbia dettato prescrizione a carico del contravventore, legittima il giudice penale a sindacare la regolarità della procedura amministrativa (suscettibile di molteplici e diversi sviluppi) parimenti autorizzando l’autore dell’illecito a domandare, tanto in sede penale che amministrativa, di essere ammesso all’oblazione con analogo epilogo processuale di estinzione del reato.

Cass. Pen., Sez. III, 26 Agosto 2019 – Ud. del 18.04.2019 – n. 36405

News Sicurezza – Le sanzioni di cui all’art. 87 comma 2° lett. c) D.lgs. 81/2008 non possono essere applicate al datore di lavoro che utilizzi attrezzature in assenza della necessaria abilitazione

E’ questo il principio di diritto sancito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Commissione per gli interpelli in materia di salute e sicurezza sul lavoro con interpello n. 1/2020.

Si premetta come, ai sensi degli artt. 71 comma 7° lett. a) e 74 comma 4° D.lgs. 81/2008, il datore di lavoro sia obbligato a riservare l’utilizzo delle attrezzature che richiedano specifiche competenze e conoscenze tecniche a lavoratori a ciò formati, informati ed addestrati, esponendosi altrimenti all’irrogazione della sanzione penale di cui all’art. 87 comma 2° lett. c) del Decreto citato.

La questione giuridica proposta dalla Regione Friuli Venezia Giulia nel caso di specie concerne la possibilità di ritenere punibile – in forza delle disposizioni richiamate – anche il datore di lavoro che faccia personalmente uso dell’attrezzatura in assenza di idonea abilitazione. Ciò in quanto, a seguito della novella legislativa introdotta ad opera del D.lgs. 151/2015, il divieto di utilizzo di attrezzature quali quelle dinanzi indicate è esteso a qualsiasi operatore, tale dovendosi considerare non solo il lavoratore ma anche il datore di lavoro che ne faccia uso (art. 69 comma 1° lett. e) D.lgs. 81/2008).

Richiamata la normativa applicabile, la Commissione competente ha statuito come – in assenza di una modifica legislativa in punto alle disposizioni di cui agli artt. 71 comma 7° lett. a), 74 comma 4° e 87 comma 2° lett. c) D.lgs. 81/2008 – il principio di tipicità che governa il sistema penale impedisca di estendere le sanzioni di cui all’art. 87 a fattispecie da esso non comtemplate e, più precisamente, non consenta di ritenere ricomprese nel disposto di cui agli artt. 71 e 74  – i quali fanno espresso richiamo ai lavoratori – le ipotesi in cui a non essere adeguatamente formato sia lo stesso datore.

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Commissione per gli interpelli in materia di salute e sicurezza sul lavoro, interpello n. 1 del 23 Gennaio 2020 recante «Interpello ai sensi dell’articolo 12 del d.lgs.n. 81/2008 e successive modificazioni in merito “all’applicazione della sanzione prevista per la violazione dell’art. 71 comma 7 e art. 73 comma 4 del D.Lgs. 81/08» .Seduta della Commissione del 23 gennaio 2020”.

News 231/2001 – La causa di esclusione della punibilità di cui all’art. 131bis c.p. non trova applicazione con riferimento alla responsabilità amministrativa da reato degli enti

Nella pronuncia in esame, la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha ribadito come la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto non possa trovare applicazione con riferimento alla responsabilità amministrativa da reato dell’ente in quanto quest’ultima – costituendo un tertium genus rispetto alla responsabilità penale e amministrativa – si pone, rispetto a queste, in una posizione di piena autonomia. L’istituto di cui all’art. 131 bis c.p., pertanto, non può configurarsi a favore di una persona giuridica in quanto strutturalmente e legislativamente connesso ad un illecito penale che è mero presupposto della responsabilità di cui al D.lgs. 231/2001 fondata, invece, sul rimprovero ordinamentale mosso all’ente per la sua cd. colpa di organizzazione. Inoltre, dal principio di diritto anzidetto deriva che l’eventuale dichiarazione di non punibilità pronunciata a favore del reo è irrilevante ai fini dell’accertamento della responsabilità di cui al D.lgs. 231/2001, dovendo il giudice procedervi in via autonoma ed indipendente.

Cass. Pen., Sez. III, 15 Gennaio 2020 – Ud. del 10.07.2019 – n. 1420

News Ambiente – Ai fini dell’ammissibilità in discarica dei rifiuti è necessario che la caratterizzazione di base e la verifica di conformità vengano effettuate entro il 31 Dicembre dell’anno civile di riferimento

Ai sensi dell’art. 2 comma 3° del Decreto del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, al fine di determinare l’ammissibilità dei rifiuti  in ciascuna categoria di discarica, è necessario che il produttore degli stessi proceda alla loro caratterizzazione di base tanto all’atto del conferimento in discarica quando all’esito di ogni successivo trattamento e, quanto meno, una volta all’anno; con la medesima frequenza temporale, il gestore della discarica è tenuto alla verifica di conformità così come disposto dal successivo art. 3 comma 2° del D.M. richiamato. Il dubbio intepretativo a cui il Giudice di legittimità ha posto rimedio nella sentenza in esame concerneva l’esatto significato da attribuire alla locuzione «e, comunque, almeno una volta l’anno»: prospettata la tesi del ricorrente – in forza della quale suddetta espressione impone al produttore di rifiuti ed al gestore di effettuare le opportune operazioni almeno una volta ogni anno solare – e quella del Giudice di primo grado – per cui, invece, le stesse avrebbero dovuto essere ripetute ogni dodici mesi con decorrenza dall’ultima verifica –  la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha affermato come la tesi preferibile sia la prima in quanto, da un lato, il riferimento testuale all’anno tout court considerato non può che rievocare il concetto di anno solare e, d’altro canto, se il legislatore (e, nel caso di specie, anche la Provincia in sede di rilascio dell’A.I.A. ove si faceva pedissequo richiamo alla prescrizione anzidetta) avesse inteso far richiamo ad una durata annuale avente diversa decorrenza – e quindi da calcolare a partire dall’ultima caratterizzazione o verifica – lo avrebbe – fuori di dubbio – specificato.

Cass. Pen., Sez. III, 26 Agosto 2019 – Ud. del 17.04.2019 – n. 36400

News Ambiente – La deroga di cui all’art. 272 comma 5° TUA non si applica agli stabilimenti la cui attività non sia destinata esclusivamente alla difesa e sicurezza del Paese

Nella decisione in esame, la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a definire quello che è l’effettivo campo applicativo della deroga alla richiesta ed ottenimento di autorizzazione alle emissioni in atsmosfera riconosciuta dagli artt. 272 comma 5° D.gs. 152/2009 e 361 D.lgs. 66/2010 a favore degli “stabilimenti destinati alla difesa nazionale”. Ed è proprio la corretta definizione da attribuire all’espressione da ultimo menzionata a costituire il perno della soluzione giuridica prospettata dal Giudice di legittimità: richiamando, dapprima, l’elencazione contenuta nell’art. 233 del D.lgs. 66/2010, il Collegio ha ribadito il principio di diritto già enunciato dalla Corte Costituzionale in virtù del quale – ai fini dell’operatività della deroga di cui all’art. 272 citato – è necessario considerare non solo la natura militare dell’Amministrazione interessata ma anche valutare la «contestuale presenza di specifiche caratteristiche oggettive – teleologiche, finalizzate proprio alla difesa e sicurezza del paese (Corte cost., sententa n. 150 dell’1.4.1992).». Alla luce di ciò un arsenale militare, all’interno del quale vengono svolte attività di manutenzione di una nave appartenente ad una compagnia privata di navigazione, non può avvantaggiarsi della normativa di favore ma è tenuto a munirsi di apposita autorizzazione.  

Cass. Pen., Sez. III., 18 Luglio 2019 – Ud. del 24.05.2019 – n. 31640

News Ambiente – La disciplina in materia di scarichi idrici si applica anche alle acque stagnanti

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha affermato che il Decreto Legislativo n. 152/2006 – e, più specificamente, la sua Parte III – costituisce un corpo normativo a portata generalizzata, volto alla tutela della risorsa naturale “acqua” da qualsiasi forma di inquinamento. L’applicazione di suddetto principio allo specifico settore degli “scarichi” importa che la relativa nozione non ammette distinzioni di sorta dovendo essere riferita tanto a scarichi pubblici quanto privati, tanto recapitanti nel suolo, nel sottosuolo, in fognature o in acque, siano quest’ultime superficiali o sotterranee, interne o marine, pubbliche o private, e comprese quelle particolari forme di scarico che stoccano residui liquidi in ambienti chiusi. Ne deriva la totale assenza di fondamento della censura difensiva la quale esigeva di escludere dalla disciplina degli scarichi le acque giacenti o stagnanti.

 Cass. Pen., Sez. III., 18 Luglio 2019 – Ud. del 24.05.2019 – n. 31640