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News Sicurezza – In caso di azienda agricola, i terreni esterni all’area edificata e sui quali viene svolta taluna delle attività di cui all’art. 2135 c.c. non costituiscono “luoghi di lavoro”

Occorre, in premessa, rammentare come la disposizione di cui all’art. 62 comma 2° lett. d-bis) D.lgs. 81/2008 – norma di apertura del Titolo II dedicato ai luoghi di lavoro – escluda espressamente che tali possano essere considerati, ai fini del titolo predetto, i «campi, [..] boschi e [..] altri terreni facenti parte di un’azienda agricola o forestale».

A parere del Tribunale di primo grado, l’utilizzo della locuzione “altri terreni”, in assenza di qualsivoglia ulteriore specificazione, induce a ritenere che con il vocabolo “terreni” il legislatore abbia voluto far riferimento ad ogni tipo di suolo rientrante nel perimetro dell’azienda agricola forestale con conseguente non operatività delle disposizioni di cui al Titolo II del Testo Unico Sicurezza ai campi, boschi e a tutti i terreni, interni o esterni all’azienda.

Di avviso contrario la Suprema Corte di Cassazione che – dapprima richiamando l’evoluzione normativa in tal settore – ha chiarito come a mezzo dell’intervento di cui al D.lgs. 106/2009 il legislatore non avesse mai inteso escludere dalla definizione di “luogo di lavori” le aree interne e/o di immediata pertinenza dell’area edificata dall’azienda (da sempre considerate tali) ma soltanto ripristinare l’impostazione precedente all’entrata in vigore del D.lgs. 81/2008 e, pertanto, impedire che tali potessero essere qualificati i terreni situati fuori dalla predetta area.

A sostegno di tale assunto, la Corte adduce argomentazioni interpretative di matrice letterale e sistematica: in primo luogo, infatti, la stessa afferma come la definizione di “terreno”, specie se affiancato a quello di “campo” o “bosco”, rievochi una porzione più o meno ampia di suolo ove viene svolta attività agricola; in secondo luogo, sempre a parere della Terza Sezione, l’utilizzo dell’aggettivo “altri” adottato con riguardo al sostantivo “terreni” e sempre posto in relazione a quello di “campi” e “boschi” – i quali  evidentemente sono costituiti da aree esterne a qualsiasi fabbricato agricolo – dimostra come anche i primi debbano essere considerati esterni; in ultimo, poi, la Corte sostiene la necessità di coordinare la definizione di “terreni” con quella di “azienda agricola” di cui all’art. 2135 c.c. cosicché i primi corrispondono al suolo esterno all’area edificata dell’azienda ove viene svolta una delle attività di cui all’art. 2135 c.c., con esclusione delle attività connesse a queste (e previste dall’art. 2135 comma 3° c.c.) che solitamente vengono disimpegnate in luogo chiuso.

Conclude, pertanto, la Corte affermando il «principio di diritto secondo il quale, in caso di azienda agricola, non possono essere considerati “luoghi di lavoro” i soli terreni esterni all’area edificata sui quali viene svolta una delle attività previste dal secondo comma dell’art. 2135 cod. civ.; costituiscono, invece, “luoghi di lavoro” le aree di immediata pertinenza della sede (principale, secondaria, operativa, magazzino, deposito, ecc. ecc.) adibite ad attività non strettamente agricole (come, per esempio, deposito, carico/scarico merci, movimento mezzi) e/o quelle ad esse connesse previste dal terzo comma dell’art. 2135 cod. civ.».

Cass. Pen., Sez. III, 29 Dicembre 2022 – Ud. del 22.09.2022 – n. 49459 Pres. L. Ramacci Rel. A. Aceto

News Ambiente – Dal 16 Gennaio 2023 sarà attivo il nuovo servizio di Arpa Emilia Romagna per la compilazione e l’invio telematico della Dichiarazione di utilizzo di terre e rocce da scavo quali sottoprodotti (art. 21 DPR 120/2017)

Con propria comunicazione, l’Agenzia Regionale Prevenzione Ambientale Energia Emilia Romagna ha reso nota l’attivazione del proprio servizio telematico – offerto ai Gestori e Produttori di Terre e Rocce da scavo – con il quale, a seguito di identificazione a mezzo identità digitale, sarà possibile procedere alla compilazione e all’invio della dichiarazione di utilizzo di terre e rocce da scavo quali sottoprodotti di cui all’art. 21 D.PR 120/2017, verificare lo stato delle pratiche pregresse già inviate nonché ricevere una comunicazione di posta elettronica ordinaria di promemoria ai fini dell’invio della dichiarazione di avvenuto utilizzo (DAU).

L’Agenzia, inoltre, mette a disposizione un prorprio indirizzo di posta elettronica ordinaria per la segnalazione di eventuali problematiche relative alla compilazione e/o per la richiesta di informazioni.

News Ambiente – End of waste terre e rocce da scavo provenienti da siti contaminati sottoposti a procedimento di bonifica: il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica risponde all’Interpello della Citta Metropolitana di Milano Prot. n. 174315/2022

Premesso che a norma dell’art. 2 comma 1° lett. a) Decreto 152/2022, per rifiuti inerti dalle attività di costuzione e demolizione, oggetto dell’interevento normativo, devono intendersi «i rifiuti derivanti dalle operazioni di costruzione e demolizione identificati al capitolo 17 dell’elenco europeo dei rifiuti di cui alla decisione della Commissione 2000/532/CE del 3 maggio 2000, e indicati al punto 1 della tabella 1 dell’Allegato 1 al presente regolamento», la città Metropolitana di Milano – ritenendo che i rifiuti costituiti da terreni di bonifica di siti contaminati debbano ritenersi esclusvi dal suddetto Decreto – ha proposto interpello n. Prot. 174315 del 14 Novembre 2022 chiedendo al Ministero competente di confermare: a) che i rifiuti aventi codice EER 170504 “terre e rocce, diverse da quelle di cui alla voce 170503” qualora provenienti da siti contaminati oggetto di procedure di bonifica sono esclusi dal campo di applicazione del Decreto 152/2022; b) che il recupero degli stessi ai fini della cessazione della qualifica di rifiuto dovrà essere preventivamente autorizzato caso per caso a norma dell’art. 184ter D.lgs. 152/2006; c) nelle suddette autorizzazioni caso per caso, allorquando l’end of waste prodotto debba essere riutilizzato nel sito di bonifica di provenienza, si dovrà prevedere che lo stesso sia conforme alla Tabella 3 dell’Allegato 1 DM 152/2006 e ai limiti analitici (CSC) previsti nella Tabella 1, All. 5, parte IV, titolo V, medesimo decreto, in base alla specifica destinazione d’uso prevista dal progetto di bonifica.

Dopo aver richiesto parere all’ISPRA, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha così risposto.

Con riguardo al primo interrogativo, il Ministero ha confermato l’esclusione dal campo applicativo di cui al Decreto 152/2022 delle terre e rocce da scavo provenienti da siti contaminati oggetto di bonifica in quanto tale interevento normativo, per espressa previsione di legge, concerne unicamente i rifiuti inerti derivanti da attività di costruzione e demolizione mentre i rifiuti anzidetti – benchè ricompresi nel punto 1 della tabella 1 dell’Allegato 1 del menzionato Decreto – originano da attività connesse e funzionali alle procedure di bonifica (e non appunto da attività di costruzione).

Le operazioni di recupero finalizzate alla cessazione della qualifica di rifiuto di suddette terre – al pari di tutti gli altri rifiuti non rientranti nel campo applicativo del Decreto 152/2022 –dovranno essere espressamente autorizzate caso per caso a norma degli artt. 208, 209 o 211 D.lgs. 152/2006 ovvero a norme del Titolo IIIbis Parte II medesimo Decreto. I titolo abilitativi “end of waste” dovranno contenere: la tipologia «i rifiuti ammissibili all’operazione di
recupero, i processi e le tecniche di trattamento consentiti, i criteri di qualità per i materiali di cui è cessata la qualifica di rifiuto ottenuti dall’operazione di recupero, i requisiti affinché i sistemi di gestione dimostrino il rispetto dei criteri relativi alla cessazione della qualifica di rifiuto e, infine, un requisito relativo alla dichiarazione di conformità».

In ultimo, afferma il Ministero, che le terre e rocce da scavo con codice EER 170504 originate da siti contaminati oggetto di procedure di bonifica così autorizzate “caso per caso” potranno essere riutilizzate nel sito di provenienza solo se conformi alle concentrazioni soglia di contaminazione di cui alla Tabella 1, All. 5, parte IV, titolo V D.lgs. 152/2006 e purché le relative verifiche di conformità vengano effettuate con le metodiche e i limiti utilizzati al test di cessione di cui al DM 05 Febbraio 2022.

Risposta Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica all’ Interpello della Città Metropolitana di Milano Prot. n. 174315 del 14 Novembre 2022.

News Ambiente – DM 188/2020 e raccordo con DM 05.02.1998: il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica risponde all’Interpello della Regione Piemonte n. 107090/2022

A seguito dell’entrata in vigore del DM 188/2020 “Regolamento recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuti da carta e cartone”, la Regione Piemonte ha proposto interpello – a norma dell’art. 3septies D.lgs. 152/2006 – domandando al Ministero competente di fornire chiarimenti in ordine: a) al campo applicativo del DM 188/2020 e al suo raccordo con la normativa di cui al DM 5 Febbraio 1998 con riguardo all’aggiornamento delle procedure semplificate; b) alla possibilità di gestire in procedura semplificata anche i rifiuti da carta e cartone aventi codice CER 030308 e 191201 – previsti dal DM 188/2020 ma non contemplati nel DM 05 Febbraio 1998.

Nel fornire riscontro al primo interrogativo, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha, dapprima, chiarito come il DM 188/2020 abbia dettato i criteri specifici nel rispetto dei quali i rifiuti di carta e cartone cessino di essere qualificati come rifiuti divenendo “carta e cartone recuperati”; conseguentemente, ne è derivata l’abrogazione delle analoghe disposizioni previste dal DM 05 Febbraio 1998 (per le attività di cui al punto 1.1.3. del suo Allegato 1), il quale, però, rimane valido ed efficace nelle altre sue parti (limiti quantitativi, norme tecniche, valori limite di emissione, regime autorizzatorio) non toccate dal DM 188/2020.

Da qui, in forza della disciplina transitoria di cui al DM 188/2020, l’obbligo per il gestore di un impianto di recupero già autorizzato di inoltrare, entro 180 giorni dall’entrata in vigore del Decreto citatato, un’istanza di aggiornamento della comunicazione di cui all’art. 216 D.lgs. 152/2006 ovvero dell’autorizzazione integrata ambientale ovvero dell’autorizzazione ottenuta a norma degli artt. 208, 209 e 211 D.lgs. 152/2006. Per i nuovi impianti o cicli produttivi, invece, il riferimento alla procedura ordinaria o semplificata andrà fatto alla luce dei nuovi criteri.

Con riguardo, invece, al secondo quesito, il Ministero ha lapidariamente rilevato come, essendo i rifiuti aventi codice CER 030308 e 191201 esclusi dal campo applicativo del DM 05 Febbraio 1998, il recupero degli stessi ai fini della cessazione della qualifica di rifiuti non può essere gestito in regime semplificato stante l’inapplicabilità dell’intervento da ultimo richiamato. Pertanto, chi già in possesso di un’autorizzazione allo scopo, avrebbe dovuto, entro il termine di 180 giorni dall’entrata in vigore del DM 188/2020, chiederne l’aggiornamento mentre, in caso di nuovo impianto o ciclo produttivo, il gestore ha l’onere di richiedere il rilascio del titolo abilitativo a norma del Titolo III-bis Parte II o Titolo I, Capo IV, Parte IV D.lgs. 152/2006.

Risposta Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica n. 139984 del 10 Novembre 2022 all’ Interpello della Regione Piemonte 06 Settembre 2022 n. 107090

News Sicurezza – L’articolazione delle funzioni di gestione della sicurezza, in difetto di modello organizzativo, non può essere ritenuta soddisfatta per il tramite del D.V.R. e dell’avvenuta nomina di soggetti preposti alla sicurezza suoi luoghi di lavoro

Occorre, in premessa, richiamare la disposizione di cui all’art. 30 D.lgs. 81/2008 in virtù della quale l’ente non risponde dell’illecito amministrativo da reato, configurabile in tutti i suoi elementi costitutivi, allorquando abbia adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione e gestione aziendale che, volto ad assicurare un sistema conforme agli obblighi di legge, preveda, fra le altre, «per quanto richiesto dalla natura e dimensioni dell’organizzazione e dal tipo di attivita’ svolta, un’articolazione di funzioni che assicuri le competenze tecniche e i poteri necessari per la verifica, valutazione, gestione e controllo del rischio, nonche’ un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello».

La difesa dell’ente, in particolare, aveva in tutte le sedi ribadito l’assoluta conformità del sistema di gestione delle sicurezza predisposto dal soggetto collettivo all’art. 30 D.lgs. 81/2008: pur in assenza dell’adozione da parte dell’ente imputato di un modello di organizzazione e gestione aziendale – adottato solo successivamente alla commissione del reato ma prima della dichiarazione di apertura del dibattimento – infatti, l’organizzazione delle funzioni era stata predisposta attraverso l’approntamento del Documento di Valutazione dei rischi, la nomina di soggetti a ciò preposti (quali il medico competente, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e il responsabile dei lavoratori alla sicurezza), la previsione di un sistema disciplinare ad hoc nonché di procedure di lavoro specifiche.

La Corte, però, sul punto, conferma le argomentazioni già profuse dai giudici di merito nel ritenere infondato simile assunto, ribadendo come, al di là della circostanza per cui la nomina di determinate figure di garanzia sia obbligatoria per legge, gli istituti del servizio di prevenzione e protezione così come la Sorveglianza Sanitaria hanno lo scopo di prevenire la realizzazione di infortuni sul lavoro laddove, invece, la predisposizione di un efficace modello di organizzazione e gestione risponde «alla necessità di mappare le aree di rischio e di predisporre un sistema di controlli diretti ad «assicurare l’adempimento» di una serie di obblighi giuridici in tema di sicurezza nei luoghi di lavoro, ed a ridimensionare il rischio di commissione di reati in violazione della normativa antinfortunistica». La mappatura del rischio richiesta dall’art. 30 D.lgs. 81/2008, d’altronde, non può essere fatta coincidere con quella operata nel Documento di Valutazione dei rischi di cui agli artt. 15 e 28 Decreto richiamato in quanto quest’ultimo è diretto ai soli lavoratori e ha lo scopo di informarli di tutti i rischi presenti sul luogo di lavoro mentre il modello di organizzazione e gestione ha una platea di destinatari più ampia, riguardando anche coloro che, all’interno della compagine sociale, possano rendersi autori di reati colposi così «sollecitandoli al rispetto degli obblighi giuridici in materia antinfortunistica, anche attraverso la previsione di un sistema di vigilanza sull’attuazione delle prescrizioni in esso contenute e che culmina nella previsione di sanzioni disciplinari in caso di inottemperanza».

Cass. Pen., Sez. IV, 28 Novembre 2022 – Ud. del 09 Novembre 2022 – n. 45131 Pres. D. Ferranti Rel. V. Pezzella.

News Sicurezza – Restano esclusi dal campo applicativo del Titolo IV del Testo Unico Sicurezza esclusivamente quei cantieri in cui si svolgono esclusivamente lavori impiantistici

Nel ricorso per Cassazione, la difesa aveva sostenuto come la corretta interpretazione della disposizione di cui all’art. 88 comma 2° lett. gbis D.lgs. 81/2008 avrebbe dovuto indurre il giudice di merito – che, invero, in fase d’appello, aveva omesso di argomentare in ordine a tale doglianza – a ritenere inapplicabili le norme dettate dal Titolo IV del Testo Unico Sicurezza per i cantieri mobili o temporanei a quella porzione di cantiere in cui si svolga esclusivamente, e per di più ad opera di una sola impresa, mera attività impiantistica, senza coinvolgimento di lavorazioni edili, seppur quest’ultime siano in corso di esecuzione in altra parte del medesimo cantiere.

Di avviso contrario la Suprema Corte di Cassazione che, nella pronuncia in commento, dapprima richiamando gli artt. 88 e 89 D.lgs. 81/2008 e, in particolare, le definizioni di “cantiere” e “lavori edili e di ingegneria civile”, è giunta a sostenere come il combinato disposto delle norme richiamate imponga di ritenere applicabile il Titolo IV del D.lgs. 81/2008 in ogni ipotesi in cui all’interno del cantiere, nella sua globalità o anche di una singola porzione dello stesso, vengano svolte lavorazioni ricomprese fra quelle di cui all’Allegato X; di conseguenza, l’esclusione di cui all’art. 88 comma 2° lett. gbis D.lgs. 81/2008 può ritenersi operante solo con riguardo a quei cantieri in cui vengano svolti esclusivamente «lavori relativi a impianti elettrici, reti informatiche, gas, acqua, condizionamento e riscaldamento che non comportino» né direttamente per la specifica attività impiantistica né indirettamente con riguardo ad altre lavorazioni da ivi eseguirsi «lavori edili o di ingegneria civile di cui all’allegato X» né da parte della ditta incaricata della realizzazione dell’impianto né di altre imprese che ivi operino contestualmente alla prima.

Cass. Pen., Sez. IV, 23 Novembre 2022 – Ud. del 09 Novembre 2022 – n. 44557 Pres. D. Ferranti Rel. L. Vignale.

News 231/2001 – Ai fini dell’incompatibilità fra ente e suo legale rappresentante non è necessario che la responsabilità del primo sia stata accertata o formalmente contestata in atti

La pronuncia in commento prende le mosse dal ricorso per Cassazione promosso avverso il provvedimento del Tribunale del Riesame che aveva dichiarato inammissibile l’impugnazione del decreto di sequestro preventivo del patrimonio e delle quote sociali avanzata dal difensore dell’ente in quanto ritenuto privo di apposita procura speciale.

Di converso, lamentava la difesa che, in primo luogo, il mandato defensionale era stato conferito dal legale rappresentante della Società – erroneamente ritenuto socio non amministratore – risultando suddetta qualifica da precisi elementi narrativi e descrittivi dell’atto e che, in secondo luogo, del tutto inconferenti erano le argomentazioni del giudice cautelare in punto alla distinzione tra nomina fiduciaria e procura speciale, non essendo quest’ultima necessaria ai fini della proposizione del riesame.

Nel confermare la pronuncia impugnata, la Corte ha, dapprima, ribadito il proprio costante insegnamento in virtù del quale potendo essere riconosciuto un interesse concreto ed attuale al dissequestro dei beni solo in capo alla Società proprietaria degli stessi, la relativa impugnazione avrebbe dovuto essere proposta da difensore nominato, per conto di questa, da parte del legittimo legale rappresentante; questi, in osservanza del disposto di cui all’art. 39 D.lgs. 231/2001, avrebbe dovuto conferire al primo apposita procura speciale nelle forme di cui all’art. 100 c.p.p.. Ed infatti, l’esercizio delle facoltà e dei diritti riconosciuti dalla legge all’ente coinvolto nel procedimento penale sono subordinati alla sua costituzione in giudizio, da esercitarsi a mezzo dichiarazione contenente, fra le altre, il nome e il cognome del difensore e l’indicazione della relativa procura; nel caso in cui l’ente, invece, decida di rimanere contumace, le garanzie procedimentali sono a questi assicurate per il tramite di un difensore d’ufficio.

Nel proseguo, però, la Seconda Sezione ha, invero, ritenuto come, nel caso di specie, la vera problematica fosse piuttosto connessa alla sussistenza di una situazione di conflitto di interessi fra ente e suo legale rappresentante che, nel rispetto dell’art. 39 D.lgs. 231/2001, avrebbe impedito a quest’ultimo di nominare un difensore per conto del primo. Spingendosi ben oltre quello che costituisce pacifico orientamento di legittimità, la Corte ha ora chiarito come ai fini dell’operatività della disposizione richiamata non sia necessario che la responsabilità dell’ente sia stata accertata o formalmente contestata in atti, dovendo tale situazione essere rapportata all’impianto accusatorio e agli atti di indagine « – ossia al fumus – con la conseguenza che qualora [..] la condotta contestata al legale rappresentante ed amministratore possa porsi a fondamento dell’illecito della società. così come tipizzato dalla normativa richiamata, diviene ostensibile il conflitto di interessi derivante dall’essere il legale rappresentante indagato del reato da cui dipende l’illecito amministrativo».

Cass. Pen., Sez. II, 22 Novembre 2022 – Ud. del del 13 Ottobre 2022 – n. 44372 Pres. G. Diotallevi Rel. G. Ariolli.

News Ambiente – Competente ad adottare la sanzione amministrativa di cui agli artt. 193 e 258 comma 4° TUA – al pari di ogni altra sanzione di egual natura – è l’autorità del luogo ove la violazione è stata accertata, purché ivi si sia realizzato un segmento di condotta

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito un suo precedente principio giurisprudenziale in forza del quale, in materia di irrogazione di sanzioni amministrative, l’autorità competente ad emettere il provvedimento sanzionatorio ed il giudice funzionalmente ed inderogabilmente competente per l’eventuale opposizione si identificano con quelli del luogo ove la violazione è stata accertata e sempre che ivi si sia tenuta una porzione temporale dell’elemento materiale previsto dalla norma; deve, pertanto, escludersi, anche in ipotesi di violazioni aventi carattere permanente, la configurabilità di più competenze concorrenti di autorità differenti.

Cass. Pen., Sez. VI, Ord. del 04 Novembre 2022 – Ud. del 30.09.2022 – n. 32558 Pres. L.G. Lombardo Rel. G. Grasso.

News Ambiente – In virtù dell’art. 452quaterdecies comma 4° c.p., in caso di danno o pericolo ambientale, il Giudice penale applica, motivandola, la sanzione amministrativa accessoria dell’ordine di ripristino

Occorre, in premessa, anticipare come, a norma dell’art. 452quaterdecies comma 4° c.p., in piena continuità normativa con il disposto di cui al precedente art. 260 D.lgs. 152/2006, il giudice, nel caso in cui dal reato sia derivato un danno all’ambiente, ordina, con sentenza di condanna, adottata anche nelle forme di cui agli artt. 444 e ss. c.p.p., il ripristino dello stato dell’ambiente, potendo subordinare la sospensione condizionale della pena alla previa eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose.

A parere della Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione, il summenzionato ordine di ripristino ha natura di sanzione amministrativa accessoria che deve essere applicata, per espressa previsione legislativa, dal giudice penale. Ne deriva, ulteriormente, l’infondatezza della censura difensiva: la Corte d’Appello, pur accogliendo la pena statuita tra le parti in sede di concordato preventivo, ha correttamente applicato, pur in assenza di previsione pattizia, la sanzione amministrativa accessoria di cui all’art. 452quaterdecies c.p., obbligatoria ex lege. Non vi è stata, pertanto, alcuna violazione del divieto di reformatio in pejus.

Di converso, richiamando propri precedenti giurisprudenziali, il Collegio ha ritenuto fondata la contestazione della difesa inerente alla mancata motivazione, da parte del giudice d’appello, circa la sussistenza dei requisiti applicativi dell’ordine di ripristino. Il reato di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, infatti, non prevede, fra i suoi elementi costitutivi il danno ambientale che, solo laddove realizzatosi come conseguenza accidentale dell’illecito, obbliga il giudice a disporre l’ordine di ripristino; quest’ultimo, quindi, avrebbe dovuto motivare circa la sussistenza del danno ambientale.

Cass. Pen., Sez. III, 19 Ottobre 2022 – Ud. del 15.09.2022 – n. 39511 Pres. G. Liberati Rel. A. Di Stasi

News Ambiente – Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 452-quaterdecies c.p., l’inosservanza delle prescrizioni tecniche riguarda non solo le BAT Conclusions ma anche i documenti BREF

La comprensione dell’intervento giurisprudenziale in parola richiede, in via preliminare, il richiamo al principio di diritto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione nel medesimo procedimento e a cui il giudice del rinvio era vincolato: l’elemento costitutivo dell’abusività della condotta – richiesto ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 452quaterdecies c.p. – può essere integrato dalla mancata conformità delle autorizzazioni ambientali alle prescrizioni tecniche di cui alle BAT Conclusions, costituendo queste «parametro, di legge o di autorizzazione, di cui è sanzionata la violazione e la cui inosservanza, se incidente sul contenuto, sulle modalità e sugli esiti dell’attività svolta, può determinare la abusività di quest’ultima [..]».

L’ordinanza impugnata, però, aveva ritenuto insussistente il fumus del reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, non potendo, a suo dire, sostenersi l’abusività della condotta della Società amministrata dall’indagato sulla scorta delle seguenti motivazioni:

– in primo luogo, sottolineava il giudice di merito come, nel periodo in contestazione, compreso tra il 2017 e il 2019, l’attività condotta dall’indagato dovesse considerarsi lecita in quanto pienamente in linea con il proprio titolo autorizzativo il quale – sebbene non conforme alle prescrizioni di cui alle BAT Conclusions in materia di discariche di rifiuti pubblicate nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nell’Agosto 2018 – era, nelle more dell’adeguamento, legittimo. Si ricordava, infatti, come, ai sensi del disposto di cui all’art. 29octies D.lgs. 152/2006, a seguito dell’approvazione da parte della Commissione Europea di nuove conclusioni sulle BAT, le autorizzazioni integrate ambientali in essere dovessero essere riesaminate e rinnovate entro quattro anni dalla pubblicazione delle summenzionate conclusioni, potendo, nel contempo, il gestore dell’attività proseguire la stessa sulla base del titolo in suo possesso. Nel caso, in esame, quindi, fino all’Agosto 2022, la condotta dell’indagato era pienamente legittima in quanto posta in essere nel rispetto delle prescrizioni di cui alla propria A.I.A.;

– in secondo luogo, sempre nel periodo in contestazione, il titolo autorizzativo in possesso del gestore non poteva dirsi contrario ad alcun altro documento tecnico a carattere normativo e vincolante. Rilevava, infatti, il giudice come a tal fine non potessero essere apprezzate le MTD, comprese quelle recepite in precedenza da decreti ministeriali o ispirate a documenti BREF europei, trattandosi, a parere del Tribunale, di meri « «[..]“utili riferimenti tecnici”» come tali privi «di portata “autoapplicativa”» e perciò inidonei a a «far  valutare abusiva l’attività del gestore che comunque si muovesse entro il perimetro dell’AIA» anche ove questa
autorizzazione non fosse conforme a tali riferimenti tecnici».

Di avviso contrario il Procuratore della Repubblica ricorrente a parere del quale, pur in assenza di BAT Conclusions regolamente emanate, il contenuto dell’Autorizzazione Integrata Ambientale non potesse prescindere dall’osservanza delle prescizioni tecniche dettate dai documenti      BREF. A sostegno di tale contestazione, in particolare, si richiamava la disposizione di cui all’art. 29bis D.lgs. 152/2006 la quale, nel suo comma primo seconda parte, espressamente prevede che: «Nelle more della emanazione delle conclusioni sulle BAT l’autorita’ competente utilizza quale riferimento per stabilire le condizioni dell’autorizzazione le pertinenti conclusioni sulle migliori tecniche disponibili, tratte dai documenti pubblicati dalla Commissione europea in attuazione dell’articolo 16, paragrafo 2, della direttiva 96/61/CE o dell’articolo 16, paragrafo 2, della direttiva 2008/01/CE». Di talché, a parere del ricorrente – sebbene in materia di discariche, al momento dei fatti, non fossero ancora in vigore né le BAT Conclusions sui rifiuti dell’Agosto 2018 né il BREF sugli impianti di trattamento rifiuti JRC113018, anch’esso del 2018 – il provvedimento autorizzativo in possesso del gestore indagato era comunque da considersi contrario alle disposizioni tecniche di cui al BREF Europeo «Waste Treatments Industries – August 2006» e, conseguentemente, alla luce del principio di diritto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione, la condotta di quest’ultimo abusiva.

La Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha accolto, sul punto, il ricorso avanzato dal Procuratore della Repubblica concordando sulla circostanza per cui il tenore dell’art. 29bis D.lgs. 152/2006 non lasci spazio di dubbio circa il fatto che «le migliori tecniche disponibili, idonee a definire il parametro autorizzativo la cui inosservanza è sanzionata dall’ art. 452 quaterdecies cod. pen., non siano solo le BAT Conclusions, ma anche i BREF sulla base dei quali le BAT vengono elaborate che la Commissione europea deve raccogliere e pubblicare ai sensi dell’art. 16, paragrafo 2, della Direttiva 96/61/CE»

Cass. Pen., Sez. IV, 18 Ottobre 2022 – Ud. del 27.09.2022 – n. 39150 Pres. D. Ferranti Rel. L. Vignale