News Ambiente – Riutilizzo in sito della acque reflue depurate: il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica risponde ad un interpello della Regione Lazio

Con interpello identificato al protocollo in entrata Mase 143778 del 11.09.2023, la Regione Lazio ha richiesto al Ministero competente di fornire chiarimenti in ordine alla possibiltà di accogliere, in sede autorizzatoria, le istanze presentate dai privati e volte al riutilizzo in sito, per finalità inerenti al ciclo produttivo ovvero alla gestione dell’insediamento, di acque reflue depurate – pur in assenza di una normativa nazionale e regionale sul punto. In caso di esito affermativo, si chiede inoltre di indicare «quale sia la disciplina autorizzativa da applicare, ivi compresa la normativa di riferimento per la definizione dei requisiti di qualità delle acque reflue depurate ai fini del loro riutilizzo nel medesimo stabilimento che le ha prodotte nonché l’autorità competente preposta al rilascio della suddetta autorizzazione».

Con proprio riscontro – identificato al Protocollo in uscita Mase n. 158381 del 04.10.2023 – il Ministero dell’Ambiente e dalla Sicurezza energetica ha, in prima battuta, chiarito che l’assenza di norme tecniche in ordine al riutilizzo in sito di acque reflue non vale, di per sé, ad escludere tale possibilità: non vi è, infatti, alcuna norma che ponga espressamente tale divieto mentre, di converso, il Testo Unico Ambientale prevede innumerevoli disposizioni a carattere generale tese ad incentivare e promuovere il riutilizzo della risorsa idrica.

Ciò detto, prosegue il Ministero, l’esclusione del riutilizzo in sito delle acque reflue dal campo applicativo del D.M. 185/2003 (disciplinante il riutilizzo delle acque reflue per usi diversi da quelli irrigui in agricoltura, per cui vige una specifica normativa di settore) consente di ritenere che tale attività non necessiti di titolo autorizzativo. Ciononostante, la stessa non può intendersi libera in senso assoluto dal momento che questa, a seconda delle circostanze, è collegata o “a monte” ad un’attività produttiva o “a valle” ad una specifica destinazione (ad esempio, uno scarico). In considerazione di  ciò, si deve affermare come il riutilizzo in sito delle acque reflue – che, si ripete, non necessita di alcun titolo autorizzativo – segua, in ogni caso, in regime giuridico della fattispecie su cui insiste: l’autorità preposta al rilascio del titolo abilitativo per l’attività a monte o per la specifica destinazione a valle sarà competente anche in ordine al rispetto dei requisiti tecnico-sostanziali di qualità delle acque, da rinvenirsi nelle discipline di settore di volta in volta applicabili.

Se quanto anzidetto vale in termini generali, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha, però, voluto chiarire un aspetto. Nella formulazione del quesito, la Regione Lazio aveva posto, a titolo esemplificativo di un riutilizzo in sito della acque reflue, la seguente ipotesi: riutilizzo di «acque meteoriche di dilavamento dei piazzali su cui insistono stoccaggi di rifiuti o lavorazioni di materiali che possono rilasciare sostanze inquinanti) per finalità inerenti il ciclo produttivo o la gestione dell’insediamento (in genere per mitigazione polveri, lavaggio ruote dei veicoli antincendio, innaffiamento barriera arborea, acque di processo».

Il Ministero ha ritenuto, sul tema, di chiarire come le acque meteoriche di dilavamento siano ontologicamente distinte dalle acque reflue e come le stesse, pur in mancanza di una espressa definizione normativa, siano ormai pacificamente ritenute in giurisprudenza quali «quelle originate da una precipitazione atmosferica che, non evaporate o assorbite dal suolo, esercitano un’azione di dilavamento della superficie sulla quale scorrono». In tal materia, l’art. 113 D.lgs. 152/2006  «attribuisce alle regioni il potere di disciplinare e attuare «le forme di controllo degli scarichi di acque meteoriche di dilavamento provenienti da reti fognarie separate» e «i casi in cui può essere richiesto che le immissioni delle acque meteoriche di dilavamento, effettuate tramite altre condotte separate, siano sottoposte a particolari prescrizioni, ivi compresa l’eventuale autorizzazione» (comma 1), precisando che «[l]e acque meteoriche non disciplinate ai sensi del comma 1 non sono soggette a vincoli o prescrizioni derivanti dalla parte terza del […] decreto [legislativo 3 aprile 2006, n. 152]» (comma 2). Nondimeno, nell’ambito di tale ultima fattispecie, le regioni sono chiamate a disciplinare «i casi in cui può essere richiesto che le acque di prima pioggia e di lavaggio delle aree esterne siano convogliate e opportunamente trattate in impianti di depurazione per particolari condizioni nelle quali, in relazione alle attività svolte, vi sia il rischio di dilavamento da superfici impermeabili scoperte di sostanze pericolose o di sostanze che creano pregiudizio per il raggiungimento degli obiettivi di qualità dei corpi idrici» (comma 3)».

Ne consegue che in tema di riutilizzo in sito delle acque meteoriche di dilavamente dovrà farsi applicazione della disciplina regionale adottata in attuazione dell’art. 113 D.lgs. 152/2006; in assenza di tale normativa, al pari di quanto sopra detto, non può dirsi sussistente un divieto assoluto di riutilizzo delle stesse nel medesimo sito di produzione.

Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Direzione Generale uso sostenibile del suolo e delle risorse idriche, Parere n. 158381 del 04 Ottobre 2023 avente ad oggetto “INTERPELLO SU RIUTILIZZO IN SITU DELLE ACQUE REFLUE – Rif. Nota Regione Lazio prot. n. 988546 del 11.09.2023 (assunta al prot. MASE n. 143778 del 11.09.2023)”