News Ambiente – La Suprema Corte di Cassazione torna sulla nozione di profitto in relazione al reato di cui all’art. 452quaterdecies c.p.

Nella pronuncia in commento, la Terza Sezione, nel rigettare la tesi difensiva – a norma della quale il concetto di profitto sarebbe dovuto essere fatto coincidere con l’utile netto –, ha ribadito come il fine ultimo della confisca debba essere individuato, piuttosto che in una finalità repressiva, in una «di «compensazione» o di «riequilibrio» dell’ordine economico violato, riportando la situazione patrimoniale del reo nelle condizioni in cui si trovava prima della consumazione del reato, e così impedendo al medesimo di godere del frutto della sua attività, in base al principio fondamentale che il crimine non rappresenta in uno Stato di diritto un legittimo titolo di acquisto di beni».

Contrariamente, sostenere il criterio del profitto netto significherebbe addossare sullo Stato «il rischio di esito negativo del reato e consentirebbe al responsabile di sottrarsi al «rischio economico del reato», mettendo a repentaglio l’applicabilità della misura nelle ipotesi di reati «in perdita»»; ne deriva ulteriormente che «non devono essere detratti dal profitto del reato i costi sostenuti dal reo per la realizzazione dell’attività criminosa, pur intrinsecamente leciti, in quanto, ai fini della determinazione del profitto, non sono utilizzabili parametri valutativi di tipo aziendalistico, come il criterio del profitto netto».

Citando a sostegno anche l’art. 2 della Direttiva 2014/42/UE – che definisce il provento del reato come proceed (e non come profit) costituito da «ogni vantaggio economico derivato, direttamente o indirettamente, da reati» e consistente in qualsiasi bene, incluso «ogni successivo reinvestimento o trasformazione di proventi diretti e qualsiasi vantaggio economicamente valutabile» – la Suprema Corte ha concluso affermando lapidariamente come «la nozione di profitto del reato di cui all’articolo 452-quaterdecies cod. pen. non può essere ridotta al solo «utile netto», dovendosi invece ritenere, in conformità con la natura «riequilibratrice» di tale confisca (ed a differenza di quella dello «strumento del reato»), come riferita a tutto ciò che consegue in via immediata e diretta al reato, senza considerare gli eventuali costi sostenuti, la cui detrazione sottrarrebbe il colpevole al rischio economico del reato».

In ultima istanza, si evidenzia come, nella medesima decisione, la Corte abbia ribadito che: «in tema di sequestro finalizzato alla confisca del profitto del delitto di cui all’articolo 452-quaterdecies cod. pen., ove la natura della fattispecie concreta e dei rapporti economici ad essa sottostanti non consenta d’individuare la quota di profitto concretamente attribuibile a ciascun concorrente, o la sua esatta quantificazione, il sequestro preventivo deve essere disposto per l’intero importo del profitto nei confronti di ciascuno, pur senza alcuna duplicazione e nel rispetto dei canoni della :solidarietà interna tra i concorrenti»

Cass. Pen., Sez. III, 20 Marzo 2024 – Ud. del 06.03.2024 – n. 11671 Pres. L. Ramacci Rel. A. Galanti.