News Ambiente: Impianti di depurazione privi di AUA e possibilità di ricevere fanghi derivanti da impianti di trattamento delle acque reflue urbane: il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica risponde ad un interpello della Giunta Regionale Abruzzese

Con proprio interpello identificato al Prot. in entrata Mase n. 3644 del 09 Gennaio 2024, il Presidente della Giunta della Regione Abruzzo, richiamando la disposizione di cui all’art. 110 comma 3° lett. c) D.lgs. 152/2006, ha richiesto al Ministero di chiarire: a) se gli impianti di depurazione autorizzati esclusivamente ai sensi dell’art. 124 o 269 TUA, possano, previa comunicazione all’Autorità competente e nei limiti di cui all’art. 110 comma 3° lett. c), «ricevere i fanghi derivanti da impianti di trattamento delle acque reflue urbane nei quali l’ulteriore trattamento dei medesimi non risulti realizzabile tecnicamente e/o economicamente ai fini del completamento del complessivo processo di trattamento»; b) quale sia la documentazione di trasporto necessaria in suddette ipotesi.

Con parere Prot. in uscita n. 65777 del 08 Aprile 2024, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Direzione Generale uso sostenibile del suolo e delle risorse idriche, dapprima richiamando la normativa di settore applicabile, ha, nell’ordine, chiarito quanto segue.

La disposizione di cui all’art. 110 comma 3° TUA presenta, innumerevoli vincoli legali di applicabilità – circoscrivendo tassativamente i rifiuti o materiali che possono essere accettati dai gestori del servizio idrico integrato, previa comunicazione all’Autorità competente ai sensi dell’art. 124 D.lgs. 152/2006, e precisandone sia la destinazione («è comunque autorizzato ad accettare in impianti con caratteristiche e capacità depurative adeguate»), sia la provenienza («purché provenienti dal proprio Ambito territoriale ottimale oppure da altro Ambito territoriale ottimale sprovvisto di impianti adeguati) che le modalità di esercizio dell’attività («che rispettino i valori limite di cui all’articolo 101, commi 1 e 2»).

A queste date condizioni, gli impianti di depurazione possono accettare i: «a) rifiuti costituiti da acque reflue che rispettino i valori limite stabiliti per lo scarico in fognatura; b) rifiuti costituiti dal materiale proveniente dalla manutenzione ordinaria di sistemi di trattamento di acque reflue domestiche previsti ai sensi dell’articolo 100, comma 3; c) materiali derivanti dalla manutenzione ordinaria della rete fognaria nonché quelli derivanti da altri impianti di trattamento delle acque reflue urbane, nei quali l’ulteriore trattamento dei medesimi non risulti realizzabile tecnicamente e/o economicamente».

Stante la definizione di fanghi dettata dall’art. 74 comma 1° lett. bb) D.lgs. 152/2006, in virtù della quale tali sono da intendersi «i fanghi residui, trattati o non trattati, provenienti dagli impianti di trattamento delle acque reflue urbane», è evidente come l’unica ipotesi in cui un impianto di depurazione possa ricevere fanghi derivanti da impianti di trattamento delle acque reflue sia quella suscettibile di essere ricompresa nel campo applicativo dell’art. 110 comma 3° lett. c) e, pertanto, allorquando i fanghi non possano qualificarsi come rifiuti; ed, infatti, «i fanghi, per un verso, in quanto «residui» della depurazione non possono, neanche astrattamente, assumere le caratteristiche dei rifiuti liquidi cui si riferisce la lett. a), e, per altro verso, in quanto «provenienti dagli impianti di trattamento delle acque reflue urbane», non sono suscettibili di essere identificati con i rifiuti di cui alla lett. b) provenienti dalla manutenzione dei sistemi individuali o degli altri sistemi pubblici o privati per insediamenti, installazioni o edifici isolati che producono acque reflue domestiche».

Date queste premesse, il Ministero si sofferma sui criteri affinchè i fanghi possano essere o meno qualificati come rifiuti, sottolineando in particolare che, a tal fine, risulta essenziale, anche a detta della giurisprudenza maggioritaria, accertare l’animus dereliquendi del detentore ovvero la sussistenza, in capo a questi, di un obbligo ex lege.

In relazione alla specifica disciplina dei fanghi, d’altronde, la valutazione circa la volontà del produttore di disfarsene deve necessariamente passare per l’analisi dei criteri specifici “di settore”, dovendosi, ad esempio escludere aprioristicamente la sussistenza dei requisiti per la qualificazione come rifiuto dei fanghi in un momento antecedente al completamento del trattamento di depurazione «che, in altri termini, costituisce una circostanza necessaria (ma non sufficiente) ai fini della qualificazione dei fanghi di depurazione come rifiuto».

Ne deriva che, al fine di poter essere conferiti in impianti di depurazione ex art. 110 comma 3° lett. c) TUA, i fanghi non devono aver subito un trattamento depurativo completo: «Il conferimento dei fanghi ai sensi della suddetta lett. c) è, infatti, esclusivamente funzionale a consentire l’esecuzione del trattamento depurativo o il suo proseguimento, ove non completato per ragioni tecniche o economiche presso l’impianto di provenienza. Là dove questo fosse invece stato completato, l’attività esercitata presso l’impianto ricevente dovrebbe qualificarsi come smaltimento».

Quanto detto (ovvero la necessità, ai fini in parola, che i fanghi non siano classificabili come rifiuti) potrebbe portare a ritenere che, in relazione agli stessi, non trovi applicazione neppure la normativa inerente agli obblighi di tenuta dei registri e degli altri documenti necessari al trasporto.

Occorre, però, analizzare bene la  normativa specifica inerente ai fanghi: in questa prospettiva, rispetto alla portata dell’art. 127 comma 1° TUA, la quale nella sostanza individua «un divieto di trattare i fanghi presso impianti di depurazione diversi dall’impianto in cui le acque reflue sono “originariamente” convogliate, con un correlativo divieto di movimentazione dei fanghi prima della loro sottoposizione a un integrale processo depurativo effettuato presso tale impianto», l’art. 110 comma 3° lett. c) si configura quale deroga – funzionale a garantire il completamento del trattamento depurativo in altro luogo ove ciò non sia tecnicamente o economicamente possibile nell’impianto di provenienza – avente presupposti e limiti specifici, non interpretabili estensivamente. «Ne consegue che l’assenza della loro qualificazione come rifiuti è esclusivamente funzionale alla non applicabilità delle disposizioni in materia di autorizzazione alla gestione dei rifiuti negli impianti di depurazione, non anche a quelle informate alle esigenze di tracciabilità».

Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Direzione Generale uso sostenibile del suolo e delle risorse idriche – Parere n. 65777 del 08 Aprile 2024 avente ad oggetto «Trattamento di rifiuti presso impianti di depurazione delle acque reflue urbane: definizione dell’ambito di applicazione dell’articolo 110 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. – Rif. nota assunta al prot. MASE n. 3644 del 09.01.2024».