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News 231/2001 – La sentenza di condanna pronunciata a carico della persona fisica per cui si sia proceduto separatamente non fa stato nei confronti dell’ente

In premessa, la Corte richiama il proprio precedente giurisprudenziale in forza del quale la separazione della posizione processuale dell’imputato rispetto a quella dell’ente – dovuta alla scelta del primo di optare per un rito speciale – non incide in alcun modo sull’imputazione e conseguente dichiarazione di responsabilità del secondo né riduce l’ambito di cognizione di merito del giudice chiamato a valutare la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito amministrativo da reato, tra i quali l’accertamento del reato ne è uno.

Parimenti – ricorda sempre la Terza Sezione – l’autonomia della cognizione giudiziale è stata ribadita anche nei casi di assoluzione della persona fisica asserita autrice del reato presupposto.

Dati questi approdi ermeneutici ormai consolidati, afferma la Corte, nella sentenza in commento, come la suddetta autonomia di cognizione debba essere sostenuta anche nei casi in cui l’imputato sia stato condannato all’esito di un giudizio altro e separato da quello promosso nei confronti dell’ente.

Ed infatti, sebbene il Decreto Legislativo miri ad assicurare il più possibile il simultaneus processus, nulla dice in ordine all’efficacia delle sentenze irrevocabili pronunciate a carico della persona fisica e/o dell’ente rispetto alla posizione altrui.

Inoltre, le norme sull’efficacia del giudicato di cui agli artt. 651 e ss. c.p.p., applicabili al caso di specie in virtù del disposto di cui all’art. 34 D.lgs. 231/2001, riconoscono all’esecutiva sentenza di condanna emessa nei confronti di un soggetto di spiegare forza vincolante rispetto alla posizione di un’altra parte processuale solo in relazione a vicende diverse da quella in parola (e, in particolare, nei giudizio civile o amministrativo per le restituzioni e il risarcimento del danno ovvero nel procedimento disciplinare) e soltanto con riferimento a soggetti che, in ogni caso, abbiano potuto esercitare compiutamente il loro diritto di difesa all’interno del processo.

D’altro canto, in ultimo, il principio sostenuto dalla Corte pare giustificato anche da una ragione di tipo sistematico: negare l’efficacia di giudicato della sentenza penale a carico dell’imputato persona fisica rispetto alla posizione dell’ente è strumentale a garantire ad ambo le parti la possibilità di esercitare il loro diritto di difesa nel modo più ampio possibile, senza subire limitazioni alcune derivanti delle scelte processuali poste in essere dall’altro soggetto.

In questa prospettiva, la sentenza di condanna pronunciata nei confronti dell’imputato per il quale si  proceduto separatamente potrà entrare a far parte del compendio probatorio a carico dell’ente nei limiti e nelle forme di cui all’art. 238 e 238bis c.p.p.

Cass. Pen., Sez. III, 26 Maggio 2022 – Ud. del 24.03.2022 – n. 20559 Pres. L. Ramacci Rel. A. Corbo.

News 231/2001 – L’omessa adozione di modelli di organizzazione e gestione da parte dell’ente non è sufficiente ai fini della sua dichiarazione di responsabilità

Il capo di imputazione formulato a carico della Società nel caso di specie vedeva a questa addebitato l’illecito amministrativo da reato di cui all’art. 25-septies D.lgs. 231/2001 per aver reso possibile la realizzazione del reato presupposto, commesso nel suo interesse, omettendo di dotarsi di un modello di organizzazione e gestione ideneo ad impedire la commissione di reati della stessa specie di quello realizzatosi e, in particolare, mancando di nominare un organo di vigilanza deputato alla verifica dei sistemi di sicurezza delle macchine operatrici.

Invero, nella pronuncia in commento, la Corte giunge ad affermare come elementi costitutivi dell’illecito amministrativo da reato siano: a) l’immedesimazione organica tra la persona fisica e l’ente; b) la commissione da parte della persona fisica (soggetto apicale all’interno dell’ente ovvero colui che è sottoposto alla vigilanza del primo) di uno dei reati presupposto previsti dalla  normativa; c) la colpa di organizzazione dell’ente; d) il nesso causale tra questi ultimi due.

Proprio con riferimento alla colpa d’organizzazione, la Quarta Sezione ha ricordato come l’enucleazione di tale elemento si sia resa indispensabile al fine di impedire l’insorgenza di una responsabilità oggettiva in capo all’ente, tenuto a rispondere ogniqualvolta un soggetto fisico qualificato abbia realizzato un determinato illecito. Ecco che, allora, l’ente potrà essere legittimamente chiamato a rispondere dell’illecito amministrativo da reato – da intendersi come fatto proprio colpevole – tutte le volte in cui, a seguito della commissione di un reato presupposto da parte dell’agente fisico avente le qualifiche di cui all’art. 5 D.lgs. 231/2001, la pubblica accusi provi la sua cd. colpa d’organizzazione ovvero dimostri che questi ha omesso di predisporre tutti quegli accorgimenti preventivi idonei ad impedire la realizzazione di illeciti di egual specie. In questa prospettiva, l’atteggiamento finalistico della condotta dell’agente deve essere più che conseguenza di un moto interiore soggettivo del reo, espressione di un assetto organizzativo negligente dell’impresa.

Ciò premesso, è evidente come la mancata adozione di un modello di organizzazione e gestione da parte della persona giuridica non sia in grado di assurgere ad elemento costitutivo dell’illecito di talché l’omessa, inadeguata o inefficace adozione del modello non può di per sé essere posta a fondamento della dichiarazione di responsabilità ex 231/2001.

Ne deriva, a detta della Corte, l’evidente equivoca formulazione del capo di imputazione e il difetto della motivazione del giudice di merito che ha fondato la dichiarazione di condanna, da un lato, sulla scorta della provata assenza di un modello di organizzazione e gestione dell’ente e del conseguente risparmio di tempo derivatone e, dall’altro, sull’omessa vigilanza sui sistemi di sicurezza dei macchinari. In ordine a quest’ultimo aspetto, è interessante notare come la Quarta Sezione abbia chiarito come i profili afferenti alle dotazioni di sicurezza e al controllo sullo specifico macchinario in cui si è verificato l’infortunio ineriscano alla responsabilità del datore di lavoro persona fisica e non abbiano niente a che fare con la colpa d’organizzazione dell’ente.

D’altro canto, il compito di vigilanza suddetto non può porsi in capo all’organismo di vigilanza il quale, contrariamente, è tenuto a verificare l’osservanza dei modelli.

Cass. Pen., Sez. IV, 10 Maggio 2022 – Ud. del 15.02.2022 – n. 18413 Pres. S. Dovere Rel. A. Rinaldi.

News 231/2001 – La Cassazione torna a pronunciarsi sulla rilevanza dell’esiguità del risparmio conseguito dall’ente nei casi di accertati ingenti investimenti sostenuti per la sicurezza

Occorre, in premessa, ricordare come con sentenza n. 22256 del 03.03.2021 – depositata in cancelleria il successivo 08.06.2021 – la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione avesse sancito il seguente principio di diritto: al fine di evitare un’indebita automatica imputazione dell’ente a fronte di qualsivoglia ravvisata omissione di una misura di prevenzione (che comporta, quasi sempre, un risparmio di spesa) è necessario che il giudice – il quale abbia accertato l’esiguità del risparmio conseguito dall’ente in un contesto di tendenziale osservanza della normativa – provi che le contestate omissioni siano dipese da un’oggettiva prevalenza delle esigenze aziendali di massimizzazione del profitto su quelle di tutela dei lavoratori.

Con la pronuncia in commento, la Quarta Sezione ha, però, ribadito come l’assunto giuridico anzidetto non assuma una portata generale con conseguente totale irrilevanza, nel caso sub iudice, del profilo dell’esiguità del vantaggio ottenuto a fronte di appurate ingenti spese sostenute dall’ente per la manutenzione e sicurezza dei luoghi e delle attrezzature di lavoro.

Ed infatti, tale profilo può assumere rilevanza solo in un contesto in cui vi sia la prova, da un lato, che la persona fisica non abbia agito perseguendo intenzionalmente un interesse dell’ente e, dall’altro, della generale osservanza in azienda delle disposizioni normative. In altri termini, l’esiguità del vantaggio può assumere rilievo solo nei casi in cui l’omissione della cautela sia dipesa da una sottovalutazione del rischio o da un errato apprezzamento delle misure necessarie e non invece allorquando – come nel caso in esame – la misure fossero state adeguatamente previste ma a lungo consapevolemente disattese.

Cass. Pen., Sez. IV, 07 Aprile 2022 – Ud. del 24.03.2022 – n. 13218 Pres. V. Pezzella Rel. L. Vignale.

Cass. Pen., Sez. IV, 08 Giugno 2022 – Ud. del 03.03.2021 – n. 22256 Pres. P. Piccialli Rel. P. Proto Pisani.

News 231/2001: La cancellazione dal registro delle imprese della Società non determina l’estinzione dell’illecito amministrativo da reato dell’ente

Occorre, in premessa, evidenziare come con sentenza n. 41082 del 10 Settembre 2019, depositata in cancelleria il successivo 07 Ottobre 2019, la Seconda Sezione della Suprema Corte di Cassazione abbia sancito il principio di diritto per cui in caso di estinzione non fraudolenta dell’ente (nello specifico, dipesa dalla cancellazione dello stesso dal registro delle imprese a seguito di avvenuta chiusura della procedura fallimentare), il giudice debba dichiarare estinto l’illecito amministrativo da reato al primo addebitato venendo a determinarsi una situazione assimilabile alla morte del reo persona fisica.

Invero, proprio tale argomentazione è stata ritenuta non condivisibile nella pronuncia in commento ove la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto, in mancanza di una norma specifica, di non poter dichiarare l’estinzione dell’illecito amministrativo da reato per intervenuta cancellazione dell’ente dall’apposito registro.

In primo luogo, la Corte ha evidenziato come le cause di estinzione del reato siano generalmente un numero chiuso e  come la loro applicabilità anche all’attiguo settore della responsabilità amministrativa da reato sia stata, di volta in volta, e quando voluto, prevista espressamente dal legislatore. Così nell’art. 8 D.lgs. 231/2001 in materia di amnistia; così nell’art. 67 D.lgs. 231/2001 ove si ammette la pronuncia di non doversi procedere nei confronti della Società solo in caso di prescrizione del reato dal quale dipende l’illecito intervenuta prima dell’avvenuta contestazione dello stesso (nonché di prescrizione della relativa sanzione).

In secondo luogo, il Giudice di Legittimità – richiamando Cass. Pen., Sez. Un., 17 Marzo 2015 – Ud. del 25.09.2014 – n. 11170 ove si è stabilito che la dichiarazione di fallimento della società non comporta l’estinzione dell’illecito amministrativo da reato a questa addebitato – ha ritenuto che non vi siano motivi per distinguere, dal punto di vista del trattamento applicabile, tale situazione da quella in esame.

In ultimo, con precipuo riferimento all’applicabilità in materia di responsabilità amministrativa da reato della causa di estinzione del reato per morte del reo, la Corte ha rilevato l’impossibile estensione della disposizione all’illecito amministrativo da reato in quanto, ai sensi dell’art. 35 D.lgs. 231/2001, le norme di cui al codice di procedura penale sono applicabili solo in quanto compatibili con le particolarità del sistema in parola.

Ciò premesso, la Corte ha evidenziato come, a norma degli artt. 2493 e 2495 c.c., l’estinzione di una società di capitali importi il trasferimento della titolarità dell’impresa direttamente in capo ai singili soci, non realizzandosi una divisione in senso tecnico, ed abbia efficacia ex nunc, non incidendo sui rapporti sorti nell’esercizio dell’impresa in data anteriore allo scioglimento. Di talché, sebbene la cancellazione della società comporti un indubbio problema in punto al soddisfacimento dei crediti, questa situazione, al contrario, non determina alcuna difficoltà di accertamento della responsabilità dell’ente per fatti realizzatisi in data precedente alla sua estinzione, non essendovi, peraltro, alcuna norma nell’ordinamento che giustifichi un’esclusione della responsabilità per effetto della cancellazioen dell’ente.

Cass. Pen., Sez. IV, 17 Marzo 2022 – Ud. del 22.02.2022 –n. 9006 Pres. E. Serrao Rel. D. Cenci.

News 231/2001 – L’imputazione ai sensi del D.lgs. 231/01 di una società unipersonale a responsabilità limitata richiede la verifica, in concreto, della dualità soggettiva tra socio unico e ente

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte di Cassazione, affema, in prima istanza, come la disciplina di cui al D.lgs. 231/2001 trovi, senz’altro, applicazione nei confronti delle società a responsabilità limitata a socio unico in quanto persone giuridiche formalmente ricomprese nel catalogo di cui all’art. 1 del Decreto citato. Ed infatti, benché il Collegio sia ben coscio della circostanza per cui, sul piano concreto, la struttura e la capacità patrimoniale della società in parola possano indurre a ritenere la stessa pienamente sovrapponibile ad un’impresa individuale, lo stesso chiarisce come, mentre quest’ultima non è un ente (e, pertanto, è pacificamente esclusa dal compo applicativo della disciplina in materia di responsabilità amministrativa da reato), la prima appare giuridicamente qualificabile come soggetto autonomo dalla persona fisica.

Ciononostante, soprattutto nelle realtà di più ridotte dimensioni, la dualità soggettiva tra ente e socio unico può essere estremamente labile, se non inesistente. Per questo motivo, pur ribadendo l’applicabilità formale del D.lgs. 231/2001 alle società unipersonali a responsabilità limitata, la Corte sostiene la necessità che il giudice procedente verifichi in concreto l’esistenza di un centro di interessi dell’ente autonomo rispetto a quello della persona fisica che ha realizzato il reato presupposto; allo scopo, possono essere valorizzati elementi quali l’organizzazione e le dimensioni della società, l’attività da questa svolta, i rapporti tra la stessa e il socio che la governa, l’esistenza di un interesse aziendale ed il perseguimento di questo.

Cass. Pen., Sez. VI, 06 Dicembre 2021 – Ud. del 16 Febbraio 2021 – n. 45100 Pres. G. Fidelbo Rel. P. Silvestri.

 

News 231/01 – Ai fini della configurabilità del requisito del vantaggio dell’ente è irrilevante la sistematicità delle violazioni. La dichiarazione di responsabilità dell’ente dovrà comunque essere fondata sulla prova della sussistenza di un apprezzabile vantaggio dallo stesso conseguito, non desumibile dalla mera commissione dell’illecito presupposto

La pronuncia in commento si inserisce nel solco delle recentissime decisioni emesse dalla Suprema Corte di Cassazione a mezzo della quali la stessa è giunta a sostenere l’irrilevanza della sistematicità delle violazioni presupposto ai fini della dichiarazione di sussistenza dell’elemento oggettivo delle responsabilità amministrativa da reato dell’ente, rectius quello dell’interesse.

Con la pronuncia in commento, la Quarta Sezione della Corte ha, invero, esteso la portata applicativa del suddetto principio di diritto anche all’alternativo requisito del vantaggio. Si è, infatti, sostenuto come anche rispetto a tale elemento, l’eventuale sistematicità della violazioni possa assumere rilevanza esclusivamente sul piano probatorio ma non certo costituire presupposto imprenscindibile per la configurabilità del vantaggio richiesto dalla norma di legge.

Ciononostante – prosegue la Corte – al fine di evitare quasivoglia automatismo nella declaratoria di responsabilità dell’ente, facendo ciò discendere dalla mera sussistenza di una violazione, fermi restando gli ulteriori requisiti di legge, il giudice può legittimamente giungere ad una condanna della persona giuridica allorquando:

– anche sulla scorta della pluralità delle violazioni, si ritenga che il comportamento illecito sia frutto di una precisa e consapevole politica aziendale volta alla massimizzazione del guadagni;

– in caso di occasionalità della condotta rilevante ai sensi del D.lgs. 231/2001, si sostenga che il soggetto persona fisica abbia agito perseguendo finalisticamente l’interesse dell’ente;

– in caso di occasionalità della condotta, e in assenza del requisito dell’interesse dell’ente, si provi che quest’ultimo ha ottenuto un vantaggio non irrisorio, facendo prevalere le esigenze di profitto su quelle di tutela e salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori. Tale accertamento non può essere fatto discendere dalla mera sussistenza della violazione presupposto contestata ma deve essere adeguatamente provato e motivato, anche sulla scorta di presunzioni.  

Cass., Sez. IV Pen., 08 Giugno 2021 n. 22256 Pres. P. Piccialli Rel. P. Proto Pisani

 

News 231/2001 – L’espressione “si è comunque efficacemente adoperato” di cui all’art. 12 comma 2° lett. a) D.lgs. 231/2001 va riferita solo all’eliminazione delle conseguenze del reato e non anche all’avvenuto risarcimento del danno

Come noto, la disposizione richiamata legittima la riduzione da un terzo alla metà della sanzione amministrativa irrogabile all’ente ogniqualvolta questo abbia risarcito integralmente il danno ed eliminato le conseguente dannose o pericolose del reato «ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso».

A detta della difesa del ricorrente, tale ultima espressione dovrebbe essere riferita ad entrambe le condotte imposte dal legislatore ai fini della concessione del beneficio così da potersi dire soddisfatta la condizione di legge anche nei casi in cui il risarcimento intervenuto sia stato soltanto parziale, come nel caso di specie.

Di avviso contrario la Suprema Corte di Cassazione.

Con specifico riferimento alla prescrizione dell’intervenuta eliminazione delle conseguenze pregiudizievoli del reato, la Quarta Sezione evidenzia come la condizione sia stata imposta dal legislatore avendo riguardo a tutti i reati ricompresi nel catalogo di quelli idonei a giustificare una responsabilità amministrativa da reato degli enti. Fra questi, però, vi sono alcuni illeciti per i quali l’elisione del danno o pericolo cagionato non può essere mai integrale: si pensi, a titolo esemplificativo, ai casi in cui le conseguenze prodottesi abbiano assunto una portata tale da porsi fuori dalla sfera di controllo dell’ente (così nel reato di falsità di monete ove l’immissione in circolazione delle stesse rende evidetemente difficoltoso, se non impossibile, l’eliminazione delle conseguenze del reato). Ecco che allora, è in questi casi che assume rilevanza l’espressione di cui si discorre in quanto idonea a consentire all’ente di beneficiare comunque della circostanza attenuante allorquando lo stesso ponga in essere un comportamento positivo quantomeno funzionale alla rimozione degli esiti lesivi dell’azione.

Di converso, risarcire il danno significa ristorare integralmente il soggetto leso per i pregiudizi subiti e tale situazione è sempre attuabile.

Pertanto, con la disposizione in esame il legislatore ha ammesso una riduzione della pena al ricorrere di tre simultanee condizioni: a) il risarimento integrale del danno, sempre possibile; b) l’eliminazione totale, ovvero quando non attuabile, parziale, delle conseguenze negative del reato; c) e, infine, l’adozione e l’attuazione di un modello organizzativo idoneo ad impedire la realizzazione di reati della stessa specie di quello realizzatosi.

Cass., Sez. IV Pen., 01 Giugno 2021 n. 21522 Pres. C. Menichetti Rel. M. Nardin

News Sicurezza e 231/2001 – La configurabilità dell’illecito di cui all’art. 25-septies D.lgs. 231/2001 non richiede la sistematicità della condotta dell’agente

Con autonomo motivo di ricorso per cassazione, la difesa lamentava l’erronea dichiarazione di responsabilità dell’ente per l’illecito amministrativo da reato di cui all’art. 25-septies D.lgs. 231/2001 per assenza di un interesse o vantaggio dello stesso stante la mancata prova in punto alla sistematica violazione delle regole cautelari da parte della persona fisica agente. Solo a fronte di tale circostanza – a detta del ricorrente – infatti, sarebbe stato possibile ritenere esistente una politica d’impresa in contrasto con la normativa in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro tale da giustificare l’imputazione dell’ente stesso.

La Suprema Corte di Cassazione – pur ammettendo l’esistenza di un orientamento giurisprudenziale di tal guisa volto ad impedire che, rispetto ai reati colposi, la responsabilità dell’ente venisse fatta discendere dal mero accertamento della commissione del reato presupposto e dell’immedesimazione organica con l’ente – nega la validità di una simile lettura. In primo luogo, infatti, rileva come la menzionata sistematicità non faccia parte degli elementi costitutivi della fattispecie tipica (non prevedendo l’art. 25-septies D.lgs. 231/2001 tale requisito) e, in secondo luogo, come questa connotazione sia superflua rispetto al fine di assicurare una conformità dell’imputazione dell’illecito amministrativo da reato dell’ente al principio di colpevolezza, garantita dall’esclusione dall’alveo delle condotte giuridicamente rilevanti di quelle poste in essere con coscienza e volontà ma prive dell’intenzione di  soddisfare un interesse dell’ente o far conseguire allo stesso un vantaggio; di contro, considerare la sistematicità della condotta violatrice di regole cautelari quale elemento costitutivo della responsabilità dell’ente significherebbe esonerare quest’ultimo dal rimprovero ordinamentale tutte le volte in cui il reato presupposto sia stato posto in essere con l’intenzionalità di cui detto ma in via meramente occasionale o episodica.

D’altro canto, il concetto di “sistematicità” è a tal punto generico da non consentire di stabilire quali (è necessario che si tratti di ripetute violazioni di un uguale o analoga regola cautelare o anche di diverse regole purché tutte poste a salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori?) e quante condotte siano necessarie per ritenere provata l’esistenza di una politica aziendale non conforme alla norma di legge.

Di converso, la Corte fa valere tale requisito sul pianto probatorio. Essendo l’atteggiamento finalistico del soggetto agente parte della sua deliberazione interna, la valutazione della sistematicità della sua violazione potrebbe rilevare come elemento indiziario di ciò, essendo senza dubbio espressiva di un modo di essere della organizzazione che potrebbe aver influenzato la determinazione del soggetto.

Cass. Pen., Sez. IV, 26 Ottobre 2020 – Ud. del 22.09.2020 – n. 29584.

News 231/2001 – Il 30 Luglio 2020 entrarà in vigore il D.lgs. 75/2020, attuativo della cd. direttiva PIF (UE/2017/1371)

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale – Serie Generale n. 177 del 15.07.2020 – il Decreto Legislativo n. 75 recante “Attuazione della Direttiva (UE) 2017/1371, relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale”. Per quel che maggiormente rileva, in tema di responsabilità amministrativa da reato dell’ente, le modifiche introdotte hanno riguardato tanto l’ampliamento del catalogo dei reati presupposto quanto la previsione di nuove sanzioni pecuniarie irrogabili all’ente a fronte di specifici fatti di reato.  

In relazione al primo aspetto, con decorrenza dal 30 luglio p.v., l’ente potrà essere perseguito anche nelle ipotesi in cui una persona fisica, posta in posizione apicale all’interno dell’azienda ovvero a questi sottoposta, commetta nell’interesse o vantaggio dell’ente i reati di truffa in danno all’Unione Europea e frode in pubbliche forniture (art. 24), i reati di peculato e abuso d’ufficio (art. 25) nonché il reato di contrabbando (nuovo art. 25-sexiesdecies).

In ordine, invece, all’apparato sanzionatorio, l’art. 24 D.lgs. 231/2001 prevede che le sanzioni previste dai precedenti commi primo e secondo trovino applicazione anche nei in cui sia stato commesso il reato previsto e punito dall’art. 2 L. 898/1986 (art. 24 comma 2-bis). Per inciso, anche quest’ultima disposizione è stata modificata ad opera dell’intervento normativo in esame che ora prevede un aggravamento di pena nei casi in cui il danno cagionato o il profitto conseguito siano superiori a € 100.000. Parimenti gli artt. 25 e 25-quinquiesdecies D.lgs. 231/2001: mentre il primo estende la sanzione di cui al suo primo comma anche ai casi in cui il fatto «offende  gli  interessi finanziari dell’Unione europea, in  relazione  alla  commissione  dei delitti di cui agli articoli 314, primo comma, 316 e 323  del  codice penale» (art. 25 comma 1° secondo periodo), il secondo prevede specifiche sanzioni pecuniarie «in relazione  alla commissione dei  delitti   previsti   dal   decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, se commessi nell’ambito di  sistemi fraudolenti transfrontalieri e  al  fine  di  evadere  l’imposta  sul valore aggiunto per un importo  complessivo  non  inferiore  a  dieci milioni  di  euro» (art. 25-quinquiesdecies comma 1-bis).

Per completezza, si rammenti come l’intervento in esame abbia introdotto modifiche anche al codice penale e al D.lgs. 74/2000. Rispetto al primo, infatti, è stata prevista una nuova circostanza aggravante per i reati di Peculato mediante profitto dell’errore altrui (316 c.p.), Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (316-ter c.p.) e Induzione indebita a dare o promettere utilità (319-quater c.p.) che, con decorrenza dal 30 luglio p.v., saranno puniti con la reclusione da sei mesi (pena minima prevista per i reati di cui all’art. 316 e 316-ter c.p.) a quattro anni nel caso in cui «il  fatto offende gli interessi finanziari dell’Unione europea e il danno o  il profitto sono superiori a euro 100.000». Inoltre, è stato interpolato il testo dell’art. 322-bis c.p. il quale, sempre con decorrenza dal 30 luglio p.v., prevederà l’applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 314, 316, da 317 a 320 e 322, terzo e quarto comma, anche: «5-quinquies) alle  persone  che  esercitano funzioni o attivita’ corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio  nell’ambito  di  Stati  non appartenenti  all’Unione  europea,  quando  il  fatto   offende   gli interessi finanziari dell’Unione». In ultimo, l’aggravante di cui all’art. 640 comma 2° n. 1) troverà applicazione anche in caso di truffa ai danni dell’Unione Europea.

Rispetto, invece, al D.lgs. 74/2000 recante “Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205”, in deroga alla previsione di cui all’art. 6 comma 1 °, sarà considerato penalmente rilevante il tentativo dei reati di Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2), Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3) e Dichiarazione infedele (art. 4) allorquando «compiuti anche nel  territorio di altro Stato membro dell’Unione europea, al fine di evadere  l’imposta sul valore aggiunto per un valore complessivo non inferiore  a  dieci milioni di euro» (art. 6 comma 1-bis D.lgs. 74/2000).

News 231/2001 – La causa di esclusione della punibilità di cui all’art. 131bis c.p. non trova applicazione con riferimento alla responsabilità amministrativa da reato degli enti

Nella pronuncia in esame, la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha ribadito come la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto non possa trovare applicazione con riferimento alla responsabilità amministrativa da reato dell’ente in quanto quest’ultima – costituendo un tertium genus rispetto alla responsabilità penale e amministrativa – si pone, rispetto a queste, in una posizione di piena autonomia. L’istituto di cui all’art. 131 bis c.p., pertanto, non può configurarsi a favore di una persona giuridica in quanto strutturalmente e legislativamente connesso ad un illecito penale che è mero presupposto della responsabilità di cui al D.lgs. 231/2001 fondata, invece, sul rimprovero ordinamentale mosso all’ente per la sua cd. colpa di organizzazione. Inoltre, dal principio di diritto anzidetto deriva che l’eventuale dichiarazione di non punibilità pronunciata a favore del reo è irrilevante ai fini dell’accertamento della responsabilità di cui al D.lgs. 231/2001, dovendo il giudice procedervi in via autonoma ed indipendente.

Cass. Pen., Sez. III, 15 Gennaio 2020 – Ud. del 10.07.2019 – n. 1420